domenica 26 febbraio 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (2)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Seconda parte

Link prima parte

I figli dell'aquila

Mentre stavamo legando... cioè, volevo dire, mentre spegnevamo il motore della macchina, un’aquila gigante ha fatto la sua comparsa nel cielo azzurro, che è anche il suo regno. La vista di questo nobile uccello ci ha fatti sentire veramente nell'Albania antica, nel paese dei figli dell'aquila. L'etimologia del nome “Shqipëtar” si perde nelle leggende delle tribù montanare balcaniche. La parola “shkep” significa roccia, e il nome “shqipëtar”, probabilmente, significa “abitanti delle rocce”. Ma Plutarco ci dà un'altra spiegazione molto interessante. L'antico biografo greco ci racconta che quando il re dell'Epiro, Pirro, fu paragonato dai suoi soldati ad un'aquila, lui rispose che erano le loro armi che gli mettevano le ali. Gli odierni albanesi vi diranno che sono gli abitanti più antichi del sud-est dell'Europa. In verità, la loro lingua e le loro usanze sono una dimostrazione viva di un'origine antichissima. Probabilmente, sono discendenti degli Illiri, i quali a loro volta erano discendenti dei Pelasgi. Finché l'archeologia non chiarirà alcuni aspetti oscuri della lingua albanese, i pareri dei filologi saranno discordanti. Una parte dei filologi crede che un terzo della lingua albanese provenga dalla lingua pelasgica. Altri ritengono che la lingua albanese derivi dalla lingua illirica e che non abbia nessun nesso e nessun collegamento con la lingua greca. Una terza categoria di filologi pensa, invece, che la lingua albanese sia la lingua più antica dell'Europa, la madre della lingua greca e latina. Platone ed Erodoto scrivono nelle loro opere che i Greci ereditarono la loro teogonia dai Pelasgi. Secondo gli studiosi, questa teoria dipende molto dal fatto che diversi nomi degli antichi dèi greci, come per esempio Zeus, Nemesis, Rea, possano spiegarsi con le (o, addirittura, avere origini dalle) parole albanesi “ZË” (voce), “NËMË” (maledire), “RE” (nuvola). Gli Albanesi potrebbero veramente discendere dagli Illiri. Come rami di un enorme albero, gli Illiri antichi erano estesi in Epiro, nella Macedonia nord-occidentale e nella maggior parte dei territori della ex Jugoslavia. Gradualmente, gli Illiri cominciarono a perdere territori a causa delle spedizioni di Filippo II di Macedonia e di suo figlio, il famoso Alessandro Magno. Nei tempi più remoti, dopo che i Romani ebbero piegato Cartagine e cominciato ad estendere il loro interesse verso l'Adriatico, l’Illiria era divisa in tre imperi. Gli Illiri e i loro territori furono sottomessi prima dai Goti e poi dai Bulgari. Le tribù illiriche degli Epiroti e dei Macedoni emigrarono e misero radici nel territorio che oggi si chiama Albania. L'unica tribù che è rimasta discendente pura della grande razza illirica è quella degli Albanesi.

Dopo essere passati per Pëmet, Këlcyrë e Tepeleni, dove abbiamo visto i ruderi del castello del temuto Ali Pasha, al tramonto siamo arrivati ad Argirocastro.

Uomo con vestito tradizionale di Argirocastro (foto: Luigi Pellerano).

Uomo con vestito tradizionale di Argirocastro (foto: Luigi Pellerano).

I viaggiatori dormono dove e come possono

Le locande albanesi sono quasi primitive. I viaggiatori, di solito, cercano di evitarle, e dormono dove e come possono. Ad Argirocastro abbiamo trovato una moschea circondata da cipressi, e lì abbiamo sperimentato l'ospitalità dei dervishi bektashi. Per molti anni l'impero ottomano ha dominato l'Albania, causando la conversione all'Islam nell'Albania del sud e in quella centrale. I chierici cristiani, ortodossi e cattolici, non predicavano nella lingua del posto, per cui il popolo non ne capiva bene i dogmi e si definiva cristiano soltanto per tradizione.

Una giovane coppia con i vestiti tradizionali (foto: Luigi Pellerano).

Una giovane coppia con i vestiti tradizionali (foto: Luigi Pellerano).

Al contrario, gli albanesi abbracciarono l'Islam molto facilmente, perché questa religione dava loro sicurezza politica e protezione. Il risultato fu che due terzi degli 883.000 cittadini albanesi erano musulmani, ed i restanti erano ortodossi o cattolici. L'ospitalità dei dervisci bektashi e del loro capo è stata indimenticabile. In una stanza fredda senza mobili, padre Sulejman, con la sua barba lunga, con i suoi occhi che brillavano, con la sua tunica bianca e il suo gilè verde, stava seduto con le gambe incrociate sopra pesanti tappeti tenendo in mano il Corano. I suoi modi gentili portavano a pensare che fosse l'educazione in persona. Ci siamo salutati e gli abbiamo fatto i complimenti, ed infine abbiamo bevuto un forte caffè turco. Un valletto gobbo, con un naso enorme, come fosse un personaggio uscito dai racconti delle “Mille e una notte”, si avvicinava inchinandosi ogni volta che padre Sulejman diceva: “Fratello mio!” Abbiamo discusso per molte ore sulla tolleranza religiosa e sulle verità che sono comuni a tutte le religioni. Lui ci ha portato come esempio un antico detto: “Quello che divide le religioni del mondo è soltanto il fatto che l'uomo crede di sapere. Ciò che unisce tutti gli uomini, è quello che ancora non è stato trovato, il sapere che tutto il mondo cerca!” In seguito, abbiamo cenato su un enorme disco di rame, attorno al quale ci siamo seduti tutti con le gambe incrociate sopra un colossale tappeto. Il valletto delle “Mille e una notte”, dopo cena, ci ha accompagnati, facendo luce con una candela, in due stanze che erano state preparate apposta per noi. Musulmani o cristiani che fossero i viaggiatori che cercavano riparo durante la notte, trovavano sempre una camera pulita e ospitale. I quattro angeli che si trovavano sul capezzale del letto ci hanno donato un sonno dolce e rilassante, nel silenzio sacrale della moschea. La mattina successiva abbiamo scoperto che non dovevamo niente di niente ai dervisci. Proprio niente, nemmeno un centesimo per la cena e neanche per il pernottamento. L'ospitalità e la tolleranza sono due principi fondamentali del dogma dei bektashi. “È un male quando qualcuno è pieno mentre la moltitudine è vuota”, dice una delle loro massime. Un'altra invece dice: “È male quando qualcuno si vanta della sua sapienza negando quella degli altri!”

Padre Sulejman ci ha dato la sua benedizione. Poi lo abbiamo lasciato meditare su questioni religiose, con lo sguardo perso sulle montagne. Ci è venuto in mente un verso della Bibbia. I Salmi ebraici e le preghiere dei dervisci musulmani sono molto diversi fra loro? Trattano argomenti differenti? Quel giorno, camminando verso il mare, abbiamo visto enormi piantagioni di olivi. Poco prima di arrivare a Saranda, abbiamo notato una casupola ricoperta di foglie, e costruita con piccoli tronchi dell'altezza di circa quattro metri. Salendo su una scala, abbiamo sorpreso l'unico “abitante” della casupola. Il suo lavoro, come lui stesso ci ha spiegato in un dialetto inglese del Massachusetts, che aveva imparato quando lavorava lì in un calzaturificio, consisteva nel guardare le piantagioni di olivi da quel “nido aereo”.

Uomini con vestiti tradizionali (foto: Luigi Pellerano).

Uomini con vestiti tradizionali (foto: Luigi Pellerano).

Sei anni di galera per omicidio.

Successivamente, il guardiano delle piantagioni ha iniziato a raccontarci i segreti della sua vita, confessandoci che questo lavoro da lui scelto, in realtà, era l'unico sicuro per uno come lui, che era appena uscito dalla galera. “Sapete” ci disse “ho fatto sei anni di galera soltanto perché mi sono comportato male nei confronti di un uomo!” “Sei anni perché hai agito senza pensarci?” abbiamo domandato noi.

“Sì.” ci ha risposto “Ho agito senza pensare ed ho tirato fuori il coltello. Ora che sono fuori dal carcere, il fratello della vedova vuole vendicarsi di me.”

Viaggiando verso le coste del mar Adriatico, passando per il porto di Saranda, abbiamo seguito una strada impervia che andava in direzione nord. La strada passava su montagne alte oltre 1500 metri. Sotto di noi guardavamo alberi di olivo, numerosissimi alberi di pino; era una vista meravigliosa, come se osservassimo dall'aereo. Dopo pochi minuti ci siamo ritrovati in una baia naturale completamente vergine, dove la mano dell'uomo non era ancora arrivata. In seguito ci siamo fermati per mangiare vicino alla strada, accanto a degli alberi di olivo, presso un paese molto piccolo, dalle case con il tetto rosso, che pareva dormire sotto la luce calda di un pomeriggio di giugno.

Ed ecco finalmente il tramonto, che avevamo aspettato tanto, quasi con impazienza. Gli abitanti del villaggio si raccoglievano vicino alle fontane per rinfrescarsi, le donne riempivano le giare con l'acqua fresca e ritornavano nell’abitato con passo spedito, parlando l'una con l'altra.

Link terza parte

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (2)


domenica 19 febbraio 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (1)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Prima parte

“Perché volete viaggiare a cavallo?” ci domandò il console albanese mentre ci restituiva i passaporti timbrati. “Perché? Cosa dovremo fare?!” - rispondemmo - “In Albania non c’è la linea ferroviaria.” “Pensateci bene. Il paese è all’incirca di 30.000 km², che è una superficie piuttosto grande per essere percorsa a cavallo. Perché non prendete una macchina?” A questo punto rimanemmo stupiti: in Albania in macchina? Che colpo per la tradizione! “Al tramonto ho legato il cavallo per godere il panorama meraviglioso delle montagne.” Questa era una delle frasi più ricorrenti di Lord Byron, che veniva ripetuta a tutti i viaggiatori che visitavano il paese di Scanderbeg e Ali Pashà: “A cavallo per l'Albania montuosa.” Questa è una delle scelte più normali per chi visita questo paese. E noi l'avevamo adottata perché avevamo immaginato l'Albania come un territorio estremamente montuoso, la cui configurazione non permetteva i collegamenti con i mezzi motorizzati, e abitato da uomini selvaggi che sapevano usare benissimo il fucile. Nonostante ciò, ora ci trovavamo di fronte un console che ci stava mostrando su una mappa più di mille chilometri di strada nazionale asfaltata e ricordava, a noi americani “romantici”, che i tempi erano cambiati e che “la benzina era l’unica cosa che ci serviva per il viaggio in Albania!” “Ci penseremo.” gli rispondemmo; e ci pensammo veramente.

 Melville Chater, mentre prende appunti sul suo viaggio in Albania, il regno più giovane d’Europa.

Melville Chater, mentre prende appunti sul suo viaggio in Albania, il regno più giovane d’Europa.

Il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni

Una settimana dopo eravamo in viaggio in treno sulle catene montuose della Macedonia, fino alla città fiabesca di Follorina. Da lì, in macchina, salimmo su una montagna altissima, per poi scendere in una vasta pianura. “Quando entreremo in Albania?” – domandammo all’autista, cercando inutilmente all’orizzonte le montagne inaccessibili. “In Albania siamo.” – ci rispose lui, mostrando la pianura che sembrava non finisse mai. Quello che vedevano i nostri occhi era una sconfinata pianura piena di granoturco color oro che si abbassava sotto un venticello leggero, creando cosi l’illusione di un mare uscito, da qualche fiaba, in mezzo alla terra. Più all'interno si trovava la città di Korça, con i suoi giardini verdissimi e i minareti splendenti. In mezzo a questo paesaggio agricolo, cosi diverso da come noi lo avevamo immaginato, si trovava una strada carrozzabile piena di curve, sulla quale dei grossi camion procedevano piano in colonna, trasportando la posta e varie merci da un angolo dell’Albania all’altro. Una guerra terribile aveva lasciato dietro di sé almeno le strade. Con la fine della guerra del 1918, l’Albania, che era stata arena di guerra e corridoio militare, scoprì sia che aveva ereditato l’asse di una rete stradale efficiente e sia che aveva approfittato della buona esperienza della manovalanza del settore dei trasporti. Cosi, invece di un passaggio lento e graduale dal vapore alla benzina, come era successo negli altri paesi d’Europa, aveva fatto un passo da gigante dal Medioevo ai tempi moderni: dai cavalli alle macchine in una decina d’anni. Oggi (nel 1931) il governo spende intorno ai 200.000 mila dollari annui per l'estensione delle strade che erano state costruite ai tempi della guerra. Gli abitanti rurali dell’Albania ne sono responsabili, in virtù di una legge sulla manutenzione di un pezzo di strada di sei metri, anche con l’obbligo di lavorare loro stessi per la manutenzione.

Korça dimostra che l’Albania sta cambiando

Sia gli albanesi e sia gli stranieri che viaggiano attraverso a questo paese si troveranno davanti a grandi cambiamenti sociali. Al posto della frase “ho legato il cavallo” oggi sentiamo “ho parcheggiato la macchina”. Korça, che insieme a Scutari, Tirana e Argirocastro, fa parte delle città più grandi dell’Albania, che hanno come popolazione da 12.000 fino a 32.000 abitanti, ci mostra una delle parti più interessanti del paese. Edifici moderni si innalzano dove una volta c'erano le vecchie case nei vicoli tradizionali; al di là dei cancelli di ferro, si possono ammirare i giardini ricchi di fiori meravigliosi. Carri pieni di montagne di paglia bloccano la strada principale, innervosendo gli autisti delle auto. Il quartiere musulmano è caratterizzato dalla semplicità delle donne con il burqa nero. Il quartiere cristiano ha adottato un stile di vita europeo. Gonne che arrivano alle ginocchia, calze color carne e capelli corti. La ginnastica nelle scuole è una nuova materia che viene insegnata in tutto il paese, e questo è un chiaro segno di progresso. La parte conservatrice dell’Albania è rappresentata dalle mamme: per esse ogni tipo di sport che necessiti dell’uso dei pantaloncini e che sia seguito da una doccia fredda è la maniera migliore per morire giovani. Poi c’è la storia della palude di Maliq. Un governo giovane e ambizioso, che voleva bonificare la palude e, cosi, recuperare migliaia di ettari di terra, vendette il diritto di sfruttare questa palude ad una impresa estera. Gli ingegneri stranieri costruirono canali e bacini dove “imprigionarono” l’acqua della palude. Essa si era formata molti anni prima, come conseguenza delle piene dei fiumi che scendevano dalle montagne e che inondarono l’intera zona, in cui sorgevano decine di paesini che appartenevano ai Toschi. Un giorno, secondo una credenza locale, le acque avrebbero dovuto ritirarsi e ai nativi avrebbero dovuto essere restituite quelle terre che appartenevano loro da secoli, dai tempi dei loro avi. Miracolosamente, proprio come loro credevano che sarebbe successo, videro le acque ritirarsi, e davanti ai loro occhi apparvero le case e le terre dei loro antenati. Felici, essi tornarono nell’estensione riguadagnata. È superfluo descrivere la loro delusione quando scoprirono che il miracolo era successo grazie alla tecnologia e non per volontà di Dio, e che la terra ora apparteneva all’impresa straniera. Se qualche volta vi troverete a visitare la zone della palude di Maliq, non parlate con locali della bonifica della palude, perché vi caccerebbero.

Il giorno del mercato, Korça cambia pelle. Si riuniscono migliaia di paesani, ognuno vestito con il costume multicolore del suo paese. Scendono dalle montagne con i cavalli o a piedi e stanno tutto il giorno al mercato con la speranza di vendere un po’ di grano, una pecora, un cavallo. Il mercato dei cavalli a Korça è il più grande dell’Albania; è pieno di animali che battono nervosamente le zampe per terra e di uomini che battono le mani in continuazione. Qui si svolgono tutte le procedure possibili e immaginabili comuni ad ogni mercato di animali in tutto il mondo. Molti dei possibili compratori cercano di capire se la frase “non se ne va nemmeno se lo lasci slegato” significhi che il cavallo è addestrato bene o che è pigro.

Il mercato dei cavalli a Korça è il più grande di tutta l'Albania. (foto: Melville Chater)

Il mercato dei cavalli a Korça è il più grande di tutta l'Albania. (foto: Melville Chater)

Un “Nick Carter” albanese

Nei paesi civilizzati, un ladro di macchine viene condannato al carcere. In Albania, dove le condizioni sociali fanno venire in mente il Far West dei cowboy, il furto di un cavallo comporta la pena di morte tramite una procedura veloce. Per questo motivo la compravendita dei cavalli nel mercato avviene sotto l’attenta osservazione di un dipendente statale: egli munisce il compratore di un documento con il quale attesta che l’animale è stato comprato secondo tutte le leggi in vigore. Più tardi, una macchina con l’autista che ci avevano raccomandato si fermò fuori dal nostro albergo. Dopo aver attraversato l’enorme pianura di Korça, lasciando dietro di noi i minareti, ci trovammo in una galleria. “Questo posto è pieno di ladri.” ci disse il nostro autista albanese-americano. “Sapete cosa significa ladro?” ci domandò. “Lo sappiamo.” gli rispondemmo. Un'ora dopo entrammo in un secondo tunnel che ci metteva un po’ di paura. “Questo posto è pieno di bande di ladri.” ci disse di nuovo il nostro autista. “Conoscete il significato di banda?” Rispondemmo di “sì” un'altra volta. Quando arrivammo a Erseka, ci fermammo per guardare i nomadi che ritornavano sulle montagne dopo il mercato. A questo punto chiesi al giovanotto che ci faceva da autista il suo nome. Senza esitare si girò verso di noi. “Nick Carter.” mi rispose. Come era mai possibile? Avevamo viaggiato con un difensore “speciale”, Nick Carter, l’eroe dei racconti della nostra infanzia. Aveva egli forse origini albanesi? Mentre cercavamo di scoprire questo mistero, il giovanotto ci raccontò che una decina di anni prima si trovava in una scuola elementare di New York; la maestra, quando sentì il suo nome, Nexhet Qurraxhia, disse ai suoi genitori che dovevano fare qualcosa perché quel nome e quel cognome erano difficili da scrivere e pronunciare. Cosi suo padre adottò il cognome Carter, invece i suoi compagni di classe lo battezzarono Nick. Nei suoi primi documenti risultavano queste generalità. In seguito, un funzionario che si occupava dell'ufficio anagrafe aggiunse nei documenti del giovanotto, non senza un filo di ironia: from Death Valley.

Avvicinandosi a Leskovik, incontrammo dei muri fatti di neve; altissimi, arrivavano in cielo, tagliando i nostri contatti con il resto del mondo, come se volessero indirizzarci in qualche strada senza fine. Nei successivi dieci giorni, durante i quali abbiamo percorso in macchina le zone montuose, abbiamo incontrato spesso questa minaccia della natura.

Una catena montuosa al di là della fantasia

L'estensione delle catene montuose dell'Albania difficilmente può essere calcolata con esattezza. Se qualcuno dicesse che le Alpi albanesi arrivano fino al nord, considerando che le catene montuose cambiano aspetto ai confini albanesi, e che questo paese ha molti rilievi in tutta la sua estensione, l'unica cosa che potremmo ribattere è che questa persona ha descritto in maniera approssimativa le caratteristiche di questo piccolo regno.

Il secondo giorno seguimmo la corrente del fiume Vjosa. Questo fiume passa dalla Grecia in Albania con le sue cascate. Due guardie del confine, che si trovavano ai lati opposti di un ponte, una dalla parte in cui sventolava la bandiera bianca e blu e l'altra dalla parte della bandiera rossa con l'aquila bicipite degli albanesi, facevano di tutto per sembrare indifferenti e minacciose. Un pacchetto di sigarette cambiò completamente la situazione. Cominciarono immediatamente a discutere animatamente su quale parte fosse la migliore per fare delle foto, la parte greca o quella albanese.

Dopo quasi un'ora ci ritrovammo in una vallata davvero alpina, verdeggiante e con un fiume profondo che la attraversava scendendo dall'alto delle lontane montagne cariche di neve.

Link seconda parte

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (1)

domenica 5 febbraio 2012

La lingua lituana, la lingua lettone e il pelasgo-albanese

Delle lingue baltiche fanno parte il prussiano antico, il lituano e il lettone. Il prussiano antico si parlava nella Prussia orientale fino al XVII secolo. Conosciamo i tratti originari di questa lingua da un manoscritto antico risalente al XIV secolo. Questo testo, il quale contiene 802 parole, si chiama “Il dizionario di Elbing”.

Mathieu Aref

Mathieu Aref

Le due lingue baltiche più conosciute, e che esistono ancora oggi, sono il lituano ed il lettone, di cui abbiamo testimonianza fin dal XVI secolo: conosciamo il lituano tramite la traduzione di un catechismo di Lutero dell'anno 1546; invece, per la lingua lettone, si fa riferimento ad una traduzione di un catechismo cattolico dell'anno 1585. Queste due lingue fino al XIX secolo sono rimaste allo stato di idiomi dialettali usati dalla popolazione agricola, prima di venire innalzate al livello di linguaggi di valenza nazionale aventi a corredo un’autonoma produzione letteraria.

Lituano-Lettone

Pelasgo-Albanese

Italiano




Anasana

Anë, anësi

Lato

Baltas

Bardhë

Bianco

Degas

Djeg (dieg)

Bruciare

Dels

Djalë (dial)

Ragazzo

Du

Dy

Due

Lenta

Lëndë

Materia

Mazu maz

Mëz

Puledro

Metu

Mot, moti

Tempo

Prushoas

Prush

Carbone ardente

Tauta* (tribù)

Tatë

Padre

Uogli

I vogël, i vogli

Piccolo

Vaïuis

Veshi

Orecchio

Zaryjos

Zjarr, (ziar), zjaros

Fuoco

*Teuta, regina di Illiria nel III secolo a.C.: questo nome è tipico tra gli Illiri, tramandato dai Pelasgi (Teutamos è il re dei Pelasgi: Iliade, XVI / 843). È curioso il fatto che questo nome si ritrovi in molte iscrizioni di tutte le popolazioni con origini pelasgiche, oppure con affinità con le genti tracio-illiriche: Etruschi, Illiri, Oschi, Celti ecc. Presso tutte queste etnie tale termine significava “popolo”, come per ricordare che queste tribù appartenevano alla stessa linea di sangue, ed erano lo stesso “popolo”. Oltre a questo, aggiungiamo che il vocabolo potrebbe derivare da “Titani” (in lingua albanese TE TAN, con il significato TË GJITHË = TUTTI coloro che appartengono alla stessa linea di sangue).

Liberamente tratto dal libro, Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple préhellénique di Mathieu Aref

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versionr albanese: Lituanishtja, Letonishtja dhe Pellazgo-Shqipja