domenica 31 luglio 2011

Giuseppe Crispi sulla lingua macedone

Racconta Plutarco[1] che Clito, una volta, in un banchetto a Babilonia, ebbe un diverbio con Alessandro il quale, adirato, percosse quel generale scagliandogli addosso una delle mele poste a tavola; poi, cercando impetuosamente la spada per ferirlo, chiamò alle armi, col linguaggio macedonico, gli armati di targhe. Il che era il segnale di un avvenimento pericoloso. Si tenga presente, infatti, che i Macedoni utilizzavano la propria lingua madre nel momento culminante di un evento straordinario, allorché essi volevano l'aiuto dei più fidi guerrieri della nazione, per non essere compresi dagli stranieri.

Giuseppe Crispi (1781-1859)

Giuseppe Crispi (1781-1859)

Il Curzio riporta che Alessandro interrogò Filota, il quale doveva difendersi da un'accusa di tradimento, offrendogli la possibilità di scagionarsi parlando nella sua lingua al cospetto dell'esercito composto di Greci, di Macedoni e di Illirici. Filota rispose: “Oltre ai Macedoni qui ci sono soldati di diverse nazioni i quali, credo, mi capiranno più facilmente se userò quella stessa lingua di cui tu stesso ti sei servito, avendola tu adoperata proprio perché fosse compresa dalla maggior parte dei presenti.

frontespizio Crispi

Frontespizio del libro

E sebbene, come fa notare il Crofìo[2], Curzio non indichi in quale linguaggio Alessandro avesse parlato in quella occasione, è tuttavia verosimile che, per essere capito da tutti i Greci, e non dai soli Macedoni, avesse fatto uso della lingua greca.

Stando al racconto di Plutarco, Neottolemo riferì ad Eumene che i Macedoni desideravano fortemente Cratero come re, tanto che, al solo vederne la causia, e all'udirne la parola, sarebbero impetuosamente passati in armi dalla sua parte. Appreso ciò Eumene, comportandosi da uomo scaltro, fece sì che nel suo esercito non venisse mai pronunciato il nome del generale contro cui si doveva combattere. Il che gli valse la lode suprema del celebre biografo greco. Vero è che la parola τήν φωνήν (tin fonin), che usa Plutarco, significherebbe la voce; nondimeno, da tutto il contesto, si ricava il termine che debba tradursi piuttosto con linguaggio, alludendo proprio all'idioma macedonico.

Ma si tralasci pure questo episodio, che potrebbe prestarsi a qualche equivoco, e si prenda in esame l'altro più chiaro, che si legge nella stessa vita di Eumene. Questo generale era stato colpito da una grave malattia. Il suo esercito, scoraggiato, non voleva affrontare il nemico. Saputo ciò, Eumene si fece portare in lettiga; non appena il condottiero fu visto affacciarne la testa, venne salutato in lingua macedonica dai Macedoni che, innalzando gli scudi e battendo a terra le aste, emisero grida di giubilo per la presenza del generale, e provocarono a battaglia il nemico.

In Ateneo, riguardo alla lingua macedonica, si legge: Ho conosciuto, dice Cinulco, parecchi Ateniesi, i quali, avendo conversato coi Macedoni, non rinunciano ad usare parole ed espressioni macedoniche. E Strabone, enumerando i popoli soggetti ai Macedoni, afferma che non pochi di loro parlavano due lingue, cioè la macedonica e la greca; e che i Macedoni, gli Epiroti, ed altre popolazioni di quella regione si assomigliavano nell'uso della tosatura, nel linguaggio, nella clamide, e per altre simili usanze.

Sappiamo da Plutarco che Alessandro si serviva di Efistione per dare ai Barbari comunicazioni ufficiali, e che Cratero rispettava con estremo puntiglio la procedura nazionale sia per comunicare coi Greci sia coi Macedoni. Dal testo appare in modo evidente la distinzione che fa Plutarco tra gli Elléni e i Macedoni: τοίς Ελλησι και Μακεδόσι (tis elisi ke tis makedosi); distinzione ancor più marcata se si parla di Cratero, descritto come un uomo zelante nelle cose patrie, cioè macedoniche, tra le quali c'è l'amore per la lingua. A ragione, perciò, il Crofio e il Wolfgangio conclusero che la lingua dei Macedoni fosse diversa dalle altre della Grecia.

Né si può dire che questa diversità consistesse soltanto in una dissociazione dialettale, come per esempio differivano tra loro i dialetti attico, dorico, ionico ed eolico, che in fondo formavano la lingua greca, compresa da tutti quanti gli Elléni, per il fatto che il macedonico, come di sopra è stato dimostrato, non era capito dalla gente ellenica; e poi i Macedoni costituivano una etnia distinta del tutto dai Greci. Il che non è difficile desumere da palesi argomenti.

Alessandro, rivolgendosi al cardiano Seuodoco e ad Artemio di Colofone, adirato disse, inveendo contro Clito: “Non vi sembra che gli Elleni trattino con superbia i Macedoni, come se fossero semidei tra bestie?” I Greci autentici erano fieri della propria cultura, e consideravano barbari i Macedoni, tuttavia non è documentato che, per esempio, gli Ateniesi abbiano definito barbari i Peloponnesiaci, quantunque questi fossero di origine dorica, o i Tebani, o i Locresi, o quelli della Eubéa e via dicendo, perché tutti costoro, sebbene avessero differenti dialetti, venivano comunque denominati Greci. Al contrario Demostene, nelle arringhe contro Filippo, e precisamente nella III, chiama più che barbaro quel re il quale non solo, dice l'oratore, non è affatto Greco, e con i Greci non ha nulla in comune, ma neanche è di quei barbari che hanno una certa fama. Eppure Demostene sapeva bene che Filippo discendeva dagli Eraclidi; infatti, Plutarco riferisce come dato certo che gli antenati di Alessandro fossero gli Eraclidi tramite Carano per parte di padre, e dal lato della madre egli originasse dagli Eacidi da Neottolemo; eppure, all'oratore greco bastò la sola connotazione di Macedone per dileggiare in quel modo il sovrano della Macedonia, dove riteneva che permanessero gli antichi barbari con la loro arretrata cultura, mentre nell’Ellade il progresso aveva, a suo dire, allontanato i barbari ed il loro linguaggio. Se qualche volta i Macedoni nell'antichità vengono accomunati con i Greci ciò accade perché, vista la loro potenza militare, specialmente dai tempi di Alessandro in poi, anche in Macedonia fu introdotto il culto del grecismo, e i Greci stessi cominciarono a vantarsi dell'Impero macedone, guardandolo come se fosse loro, tanto che Demarato di Corinto, familiare di Alessandro, vedendolo assiso sul trono di Dario sotto il baldacchino dorato, pianse di tenerezza, come fanno i vecchi, e disse che quei Greci che erano morti prima si erano persi lo spettacolo di vedere 'Alessandro seduto sul trono di Dario'.

Non può esserci alcun dubbio, dunque, che la Macedonia sia del tutto diversa dalla Grecia, e che abbia avuto una lingua tutta sua, una lingua primitiva e barbara, legata al frigio ed al pelasgico, che secondo tutte le prove da noi addotte è l’attuale l'albanese, che ben si lega con l'antico macedone.


[1] Vita Alex.

[2] Joh. Bapt. Crophii, antiqui. Maced. Lib. 2. Cap. 5 apud Jacob. Gronov. Vol. 6.

Liberamente tratto dal libro Memoria sulla lingua albanese di Giuseppe Crispi

Link versione albanese: Zef Krispi mbi gjuhën maqedonase

P.S. Gli amministratori del blog vi augurano una buona estate e vi danno appuntamento a settembre con nuovi "enigmatici" post sulla lingua albanese. Che sia un'estate piena di appassionanti letture.

domenica 24 luglio 2011

La divisione tra gli Albanesi ortodossi e musulmani a causa della chiesa ortodossa

Il ruolo che ha avuto la chiesa ortodossa, sia quella greca che quella serba, nei confronti degli Albanesi, in diversi momenti storici, è stato a dir poco negativo. I chierici ortodossi, in maniera aperta o nascosta, hanno cospirato per l’eliminazione degli Albanesi. Per i chierici serbi gli Albanesi erano serpi velenose cui si doveva schiacciare la testa, dovevano essere eliminati, ammazzati[1]. La più alta istituzione spirituale serba, durante la guerra del 1999, sollecitava tutti i Serbi ad ammazzare più Albanesi che potevano. Queste azioni dovevano essere compiute in nome del “Dio” serbo, con la giustificazione che gli Albanesi sono degli infedeli e colui che si sente un vero Serbo non deve avere nessuna pietà per “loro”.

La copertina del libro (versione albanese)

La copertina del libro (versione albanese)

In poche parole, la chiesa del buon Dio, misericordioso e giusto, istigava i suoi adepti a uccisioni di massa. Non si sa quale padrone serviva questa chiesa perché il Signore non istiga all’uccisione, anzi condanna severamente un tale atto.

La chiesa ortodossa greco - serba odia gli Albanesi in quanto tali, perché essi non vogliono essere assimilati dai Greci o dai Serbi. I chierici ortodossi sono stati a capo dei movimenti anti-albanesi nei Balcani. Loro furono gli ispiratori spirituali del nazionalismo greco – serbo, e dei massacri contro gli Albanesi. Il ruolo della chiesa, in questo caso, invece di essere pacificatore, ha indotto ad atti disumani. Ciò dimostra chiaramente che le gerarchie ecclesiastiche ortodosse siano state coinvolte in movimenti politici.

La chiesa ortodossa aveva come principale obbiettivo quello di cacciare gli Albanesi dalla loro terra perché voleva impadronirsene. Va considerato, a tale riguardo, che la chiesa, in Grecia è la maggior proprietaria terriera anche oggigiorno.

La chiesa ortodossa fomentò la discordia tra gli Albanesi musulmani e quelli ortodossi affermando che gli ortodossi erano greco - serbi e i musulmani erano albanesi.

Il processo di ellenizzazione inizia con il diventare ortodosso e con l'imparare la lingua greca. Un prete che è diventato santo, S. Cosimo (detto anche Cosma), è stato uno dei più attivi nella “crociata” per l’assimilazione degli Albanesi. Lui predicava agli Epiroti esortandoli ad imparare la lingua greca e, fra l'altro, diceva: “Mandate i vostri figli a imparare la lingua greca perché la nostra chiesa è greca. E tu, fratello mio, se non impari il greco non puoi capire quello che insegna la nostra chiesa. È molto meglio, fratello mio, avere la scuola greca nel tuo paese che avere fiumi e fonti d’acqua. Qualunque cristiano, uomo o donna che sia, che voglia promettermi di non parlare la lingua albanese in casa propria si alzi in piedi e me lo dica qui, ora. Io prenderò i suoi peccati su di me, dalla sua nascita sino ad oggi […] (Predica numero 7, indirizzata agli Albanesi d’Epiro).

Si capisce chiaramente che S. Cosimo invitava gli Albanesi, soprattutto giovani e bambini, ad imparare la lingua greca perché tale era l'idioma della chiesa ortodossa e secondo lui non sarebbe mai diventata albanese. Lui imponeva agli Albanesi di non parlare più la loro lingua con il chiaro scopo di assimilarli.

A Samarina la popolazione era vlacha. In un discorso tenuto contro la loro lingua, S. Cosimo d’Etolia disse ai presenti le parole più ridicole che possano uscire dalla bocca di un prete: “Il Signore si offende quando sente preghiere o lodi in lingua vlacha. Affinché il Signore possa prendere in considerazione le preghiere dei fedeli ortodossi, queste si devono recitare in lingua greca. Quando il Signore parla con gli angeli parla in greco, invece quando la sua ira è rivolta al diavolo parla in lingua valacha.

Quando lui predicava diceva: “Tutte le religioni del mondo sono fasulle, soltanto la religione ortodossa è ineccepibile e sacra. (Predicazione numero 1).

Per il “santo” sopracitato, lo scrittore e storico albanese Kristo Frashëri ha scritto: “Cosma d’Etolia, non era soltanto un missionario dell’ortodossia fanariota, ma soprattutto, cosi come assodato dagli odierni storici greci, era il portabandiera dell’ellenizzazione.[2]

Storici greci come Sakelariu considerano Cosma d’Etolia come “una delle figure più radiose, che ha lavorato per la preparazione della Rinascita greca[3]. Cosma d’Etolia ha dato veramente il suo contributo per l’ellenizzazione dell’Albania del Sud, ed ha lavorato instancabilmente affinché una parte degli Albanesi ortodossi imparasse la lingua greca e potesse essere considerata una minoranza grecofona, provando a farle rinnegare la sua origine albanese.

In conclusione, la chiesa ortodossa greco–serba ha avuto un ruolo primario nella politica nazionalista e soprattutto antialbanese nei Balcani. Il comportamento delle gerarchie ortodosse è stato uno dei motivi delle sofferenze degli Albanesi che, di natura, sono tolleranti sulle questioni religiose; infatti non hanno mai ucciso o perseguitato per motivi religiosi altre popolazioni o minoranze etniche.

[1] Muhamet Shatri, LNÇ në Prizren dhe rrethinë (1941 – 1945), Prishtinë, 1987, p. 186.

[2] Il giornale “Korrieri, 8 dicembre 2004.

[3] Epirus, 4000 years of Greek history and civilization, Athens 1997.

Liberamente tratto dal libro Planet për zhdukjen e shqiptarëve di Elena Kocaqi Levanti

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Përçarja që mbolli Kisha Ortodokse midis shqiptarëve myslimanë dhe ortodoksë


domenica 17 luglio 2011

Tracce di lingua Pelasgo - Veneta

È opportuno citare una iscrizione venetica rinvenuta sui Colli Euganei, recante una spietata condanna alla decapitazione per alto tradimento.

Si tratta di una pietra quadrata con un bassorilievo raffigurante una biga con due cavalli rampanti, incitati alla corsa da due personaggi, uno presumibilmente incaricato di portare a compimento una spedizione punitiva contro un traditore, da quanto si rileva dalla severa sentenza che per tre lati incornicia il bassorilievo:

clip_image002

Pelasgo-Venetico

Albanese

Italiano




ATE

Ate

Colui che

XE

qe

era (godeva)

I FE

i fe

di fede

IKHNOI

idhnoi

afflisse

KROAN

Kryen:

il Capo:

MNIIOIE

mënjanoie,

isolalo,

KAPE

kape,

acchiappalo,

THERI

there,

decàpitalo,

SE

se

perché

KHO

e do.

lo vuole.

clip_image004

[…] Ora osserviamo due anfore che, con concetti tra loro affini, offrivano gioia e gratificazione agli umani mediante il loro contenuto costituito da vino.

Prendiamo in esame per prima un’anfora vinaria del IV secolo a.C. conservata nel Museo Vaticano e captiamo l’euforia trasmessaci attraverso “lo spirito” di quella bevanda che, come adesso, anche allora creava distensione e comunione tra i commensali:

clip_image006

clip_image008

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano




MIIA

Mija

La mia

RISA

risìa

gioventù

A KHS

ta kesh

tu abbia.

Questa massima potrebbe definire un brindisi dei nostri antenati, ai quali il vino dell’anfora trasferiva il proprio vigore facendoli sentire giovani.

Ora esaminiamo l’altra anfora vinaria, di epoca probabilmente anteriore, esposta nel Museo Nazionale di Chiusi:

clip_image010

clip_image012

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano




ARNO

Arno

Creatore

SE

del

ORE

ore

tempo

Tu, vino sei un creatore del tempo, e poiché ci fai vivere il tempo e lo rinnovi, tu meriti questo appellativo” questa potrebbe essere l’interpretazione del concetto espresso con quelle parole.

Però potrebbe rappresentare anche una dedica ad ARNO, che con il contenuto dell’anfora rende felici le persone.

Comunque sia, le anfore sono belle e i concetti autenticamente umani, concetti che allora come ora, per sempre, si ripeteranno sempre e per sempre.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

Link versione albanese: Gjurmë të gjuhës Pellazgo-Venete

domenica 10 luglio 2011

Il regno del Principe di Wied (2)

-Seconda ed ultima parte-

Link prima parte: Il regno del Principe di Wied (1)

Sul terreno, gli ufficiali olandesi cominciarono ad organizzare la gendarmeria. Il maggior Thomson formò i reparti destinati all’Albania meridionale e affidò “al loro patriottismo l’indipendenza del paese”. I problemi finanziari rimasero però insoluti. In realtà, in febbraio non era stato ancora versata la prima rata del prestito di 75 milioni di franchi oro promesso dalle Potenze, tanto che l’Austro - Ungheria e l’Italia accettarono di anticipare 5 milioni ciascuna.

Il principe aveva cominciato a costituire la sua Corte ed aveva programmato le visite ufficiali alle Potenze che lo avevano nominato, prima a Roma ed a Vienna, poi a Londra ed a Parigi cercando di mantenere equilibrati i rapporti con l’Austria – Ungheria e l’Italia, ma non trascurando quelli con l’intesa.

A Durazzo iniziarono subito i lavori di restauro di un palazzotto un po’ sconquassato destinato a diventare la reggia del Principe d’Albania. Da Berlino arrivarono suppellettili e mobili inviati dal Wied, da Vienna i restauratori.

Dovettero arrivare a Durazzo anche “sedici cavalli da maneggio e i tre costumi rossi da caccia” su cui, dopo la fine del regno, ironizzò “l’Illustrazione Italiana” che però aveva salutato il Principe all’arrivo a Roma come “personaggio di grande distinzione, di gusti raffinatissimi e magnifico signore” e aveva dedicato addirittura la copertina al suo ritratto con San Giuliano.

Accolto con commenti di simpatia e con un certo trionfalismo perché “nella formazione dello nuovo Stato aveva prevalso la politica italiana”, Guglielmo di Wied arrivò infatti a Roma il 10 febbraio a ricevere dal re d’Italia “una specie di investitura morale”.

Il Principe incontrò Vittorio Emanuele III che gli conferì il collare di San Maurizio e Lazzaro, visitò il Presidente del Consiglio Giolitti ed ebbe un lungo colloquio con San Giuliano. Il “Giornale d’Italia” sottolineò che non si trattava “di semplici visite protocollari, ma di veri e propri convegni d’affari dai quali [il Wied] trarrà norma per regolarsi nell’ardua opera di governo, attraverso mille difficoltà che deriveranno, non soltanto dalle condizioni interne dell’Albania, ma anche dalla situazione diplomatica, richiedente uno squisito senso di equilibrio” e auspicò con tono di avvertimento che il Principe di Wied avesse compreso che “la strada per Durazzo passa per Roma e per Vienna […]”.

Roma. Il Principe di Wied a colloquio con il Marchese  di San Giuliano

Roma. Il Principe di Wied a colloquio con il Marchese di San Giuliano

“La Tribuna”, più ottimista, scrisse invece: “L’Albania dopo le convulsioni partigiane di Valona e Durazzo […] si è tranquillizzata in un’intesa pienamente fiduciosa del sovrano che le Potenze hanno scelto. Il Principe di Wied ha oggi intorno a sé i migliori elementi del nuovo Stato. Vi è una concordia che poteva sembrare perfino incredibile”. Tutto sembrava pronto per la grande avventura. Il diavolo, però, come si dice, si nasconde sempre nei dettagli e non tarda a manifestarsi. In particolare quando i nervi tutt’attorno sono a fior di pelle. All’indomani di questi commenti ottimisti si apprese che, dopo le visite nelle capitali della Triplice e dopo essere tornato a Neuwied per accettare la corona, il Principe sarebbe partito per Durazzo con lo yacht della marina da guerra austriaca “Taurus”, specialmente allestito per il viaggio e scortato dalla squadra navale internazionale, imbarcandosi a Trieste. Ma una tradizione “mai violata dal 1866” (l’anno della battaglia di Lissa) voleva che nessuna nave da guerra italiana visitasse Trieste.

Il capitano Castoldi – l’ufficiale italiano “comandato presso il ministero degli Esteri per missioni diplomatiche” che non il diplomatico austriaco Buchberger formava il gabinetto politico del Principe – si affrettò a minimizzare il caso e a sottolineare soprattutto l’esigenza della collaborazione italo – austriaca e la sincerità dei rapporti tra le due capitali. Tuttavia, il fermento politico suscitato a Trieste ed a Roma della notizia fu tale che il ministero della Marina annunciò che l’incrociatore “Quarto”, designato a scortare il Principe, sarebbe rimasto in Adriatico ed avrebbe raggiunto la “Taurus” in alto mare.

Il 12 febbraio Essad partì dall’Albania per la sua missione solenne dopo aver pronunciato un discorso inneggiante al Principe. Il giorno successivo – tre giorni dopo la visita romana di Wied – il pascià, senza batter ciglio, dichiarò a Roma ai giornalisti che “solo pochi turbolenti avevano potuto per un momento far credere all’Europa che in Albania esistessero vere e proprie scissioni” e professò orgoglio e gratitudine per la missione di cui si era fatto incaricare aggiungendo: “la delegazione che io presiedo è la prima manifestazione di coscienza collettiva che il popolo albanese abbia offerto dai tempi di Skanderbeg”.

A Colonia la deputazione albanese fece tappa per definire il protocollo della cerimonia di offerta della corona. Sorse un piccolo problema formale: Essad avrebbe letto al Principe il suo indirizzo in albanese e lo avrebbe chiamato Mbret (sire, principe, re o sovrano), ma quale titolo sarebbe stato usato nella traduzione francese che avrebbe consegnato al Mbret, quello di principe o di re d’Albania? Intanto, le corone che il gioielliere Dopler aveva disegnato - “due cerchi d’oro tempestati di turchesi” – non sarebbero state sormontate dalla croce né dalla mezzaluna, ma da un terzo e più neutrale simbolo della stella.

Il 21 febbraio Neuwied, cittadina della Prussia renana decorata a festa con un arco di trionfo dinanzi al castello dei Wied, accolse la deputazione albanese che si presentò in abito nero e cilindro ricevuta dal maresciallo di Corte. Il Principe salutò Essad Pascià che pronunciò il discorso con cui lo pregava di accettare la corona dell’Albania “libera e indipendente, costretta a combattere tenacemente per la sua indipendenza, ma che non aveva mai dimenticato il suo passato glorioso ed i suoi convincimenti e aveva saputo mantenere lo spirito nazionale e la lingua dei padri”. Essad assicurò al Principe che “gli albanesi sarebbero stati senza eccezione fedeli sudditi di Vostra Altezza e costantemente pronti ad aiutare i suoi sforzi per condurre l’Albania verso un avvenire prospero e glorioso” e concluse con il rituale “Viva il Mbret d’Albania”.

Guglielmo di Wied rispose in tedesco accettando il trono “del paese che dopo combattimenti e difficoltà numerose aveva riconquistato in fine la libertà” ed assicurò tutto il suo impegno per il benessere del popolo albanese . il Principe non nascose le esitazioni che aveva avuto, consapevole delle grandi difficoltà e delle responsabilità connesse, ma concluse accogliendo l’assicurazione della fedeltà e dell’appoggio di tutti gli albanesi.

Neuwied. L’offerta della corona d’Albania al Principe di Wied in una copertina della “Tribuna Illustrata”

Neuwied. L’offerta della corona d’Albania al Principe di Wied in una copertina della “Tribuna Illustrata”

Nello stesso tempo, sulla via del ritorno di Durazzo, Essad Pascià si fermò a Vienna dove il 1° marzo, con lo stesso rituale di Roma, fu ricevuto dal vecchio Imperatore e da Berchtold il quale gli rimise la Croce dell’ordine di Francesco Giuseppe. Particolare curioso, ma non inutile per far capire la concorrenza austro – italiana, lo stesso giorno l’ambasciatore Avarna invitò Essad in Ambasciata e gli consegnò le insegne di Cavaliere della Corona d’Italia.

In Albania intanto la confusione cresceva. Una dimostrazione patriottica ortodossa a favore del Wied fu organizzata a Durazzo dove, dal canto suo, il muftì dei musulmani tenne un discorso inneggiante all’unione degli albanesi senza distinzione di religione. Contemporaneamente, però, Zographos telegrafò da Corfù alla Commissione di controllo che “un’assemblea degli epiroti” tenuta ad Argirocastro aveva deliberato di non riconoscere la sovranità albanese e di considerare atto ostile l’ingresso di truppe albanesi in “Epiro”.

Sulla via di Durazzo, il Principe fu accolto festosamente a Trieste il 5 marzo non solo dalle autorità austriache, ma dai dignitari cattolici albanesi legati all’Austria, l’arcivescovo Bianchi, il canonico della capitale ed il potente monsignor Caciorri (Kaçori). Dopo l’imbarco sulla “Taurus” che batteva la bandiera albanese ed una visita al castello di Miramare salutato dalle salve di cannone di rito il Principe con la consorte ed il seguito prese il mare con la scorta navale internazionale alla quale poi si aggiunsero le navi italiane con alla testa l’incrociatore “Quarto”.

Preceduti da un discorso di Essad, il 7 marzo 1914 i sovrani infine sbarcarono a Durazzo imbandierata e inghirlandata, festeggiati dalle salve di cannone delle navi da guerra e della batteria della capitale, accompagnati da due battaglioni d’onore, uno italiano ed uno austriaco, accolti dal prefetto della città, dal generale De Weer che comandava la gendarmeria e dai dignitari albanesi, mentre la banda suonava l’inno nazionale composto dal maestro italiano Nardella e le delegazioni di benvenuto offrivano fiori alla principessa. Entusiastiche manifestazioni riempirono la città dove, accanto alle delegazioni straniere, si schierarono le deputazioni di ogni parte del paese, delle province “non ancora libere” e delle colonie albanesi all’estero e degli arbëresh italiani per manifestare omaggio e fedeltà al Mbret d’Albania.

All’arrivo, il Principe rilasciò una dichiarazione che apparirebbe sorprendente – ed è infatti un ossimoro quasi ubuesque – qualora non si collocassimo nel tempo e nell’atmosfera: “Sarà un regime il mio né assoluto né costituzionale: la mia volontà entrerà direttamente nell’organizzazione dello Stato, ma il paese vi avrà i suoi interpreti mercé l’azione di un Senato eletto metà da me e metà dal popolo”.

La buona società di Durazzo si imbarca sulle lance della Marina italiana per festeggiare all'arrivo i Principi di Wied.

La buona società di Durazzo si imbarca sulle lance della Marina italiana per festeggiare all'arrivo i Principi di Wied.

Durazzo. L'arrivo dei Principi di Wied a bordo di una lancia. Di spalle Essad Pascià Toptani.

Durazzo. L'arrivo dei Principi di Wied a bordo di una lancia. Di spalle Essad Pascià Toptani.

Come che fosse, le feste per l’arrivo del sovrano durarono una settimana e si conclusero il 16 nella cattedrale ortodossa alla presenza dell’arcivescovo cattolico di Scutari, monsignor Sereggi (Serreqi) e dell’abate dei mirditi con un solenne Te Deum in onore del Principe che indossò per l’occasione l’uniforme azzurra di generale albanese, “Accompagnato dalla Principessa, in abito viola”.

Forse anche per smentire le dicerie della vigilia, l’imperatore Guglielmo II fece sapere agli albanesi in un proclama “che ci attendiamo che tutti voi accorriate attorno al vostro re e lavoriate con noi per il compimento delle aspirazioni nazionali”.

Il Principe d’Albania formò subito il suo governo. Turkhan Pascià Pëmeti, anziano ambasciatore ottomano, fu il primo Presidente del consiglio e ministro degli Esteri dell’Albania indipendente ed Essad Pascià Toptani fu nominato generale, ministro della Guerra e, dopo poco, anche dell’Interno come responsabile della sicurezza nazionale. Mufid bey Libohova ricoprì l’incarico di ministro della Giustizia e degli Affari Religiosi.

Anche l’organizzazione della Corte prese forma. Oltre a Trotha, ne fecero parte Castoldi e Buchberger, consiglieri del principe ed il segretario particolare, l’inglese D. Eaton Armstrong. Tre albanesi completavano la piccola struttura, il ciambellano Sami bey Vrioni e due aiutanti di campo, Ekrem bey Libohova e Selim bey Vassa.

Il Wied iniziò però il regno con una decisione poco felice e , appena formato il governo, rimandò a Valona la Commissione Internazionale di Controllo che avrebbe dovuto assisterlo secondo le decisioni di Londra e soprintendere all’amministrazione civile ed alle finanze e, soprattutto, avrebbe potuto essere un buon alleato presso le capitali delle Potenze.

La vita del nuovo regno cominciò comunque con avvenimenti che, nelle immagini delle fotografie e nelle descrizioni dei giornali, ricordano vivamente la vita sociale delle colonie europee nel Mediterraneo ottomano: ricevimenti, caffè all’aperto, tennis, ufficiali e signore eleganti.

La turbolenta realtà albanese però incalzava. Una delle prime leggi che istituiva il servizio militare destò immediatamente inquietudine, specie tra i montanari che ne erano esenti, mentre l’instabilità interna era già in agguato e si manifestò quasi subito.

L’innesco fu l’occupazione greca nel Sud. Reparti di “volontari epiroti” attaccarono la gendarmeria che a sua volta sembrò tenere bene il campo anche con l’aiuto di rinforzi inviati dal Nord da Bib Doda, il “principe” dei mirditi. Cominciarono ad arrivare profughi musulmani da Tepelena e Argirocastro. Korcia fu soccorsa dal governatore di Elbasan. Ad Argirocastro la gendarmeria intervene per circondare il quartiere degli “epiroti”, ma su trovò ad affrontare truppe regolari greche comandate dal generale Papoulias. La violazione greca era chiara ed il Principe protestò con i governi europei. Prese anche in considerazione una spedizione armata, sembra istigato dal bellicoso Essad che dichiarò di voler marciare in Epiro con venticinquemila uomini.

La Commissione Internazionale, incaricata dalle Potenze e sorretta dalle intese italo – austriache di Abbazia, proseguì le trattative e concluse il 17 maggio con le autorità greche, presenti gli “epiroti” di Zographos, le “disposizioni” di Corfù da sottoporre alle capitali europee che ne avrebbero dovuto garantire l’attuazione. L’approvazione intervenne in realtà solo il 2 luglio.

Le “disposizioni” confermarono la necessità della completa evacuazione greca, ma gli “epiroti” ottennero una notevole misura di autonomia che comprendeva in anzitutto la riconversione delle loro bande armate in una gendarmeria locale da impiegare solo nei distretti di Korcia ed Argirocastro, composta dei volontari che erano già sotto le armi, comandati però da ufficiali olandesi.

Nei due distretti il governo albanese avrebbe nominato governatori cristiani che sarebbero stati affiancati da consigli eletti a suffragio universale. La completa libertà religiosa venne assicurata, la lingua greca sarebbe stata insegnata nelle scuole primarie e ammessa nell’amministrazione e nella giustizia.

La crisi nell’Epiro aveva una maggiore connotazione internazionale e quindi mise in ombra i contemporanei gravi fatti che si produssero nel Kosovo annesso dalla Serbia e nei territori del Nord toccati a Montenegro. Serbi e montenegrini cominciarono a metà aprile, ad occupare i territori loro assegnati, ma incontrarono una forte resistenza. Gli albanesi chiesero subito, come i turchi, l’istruzione nella loro lingua che il governo di Belgrado rifiutò imponendo invece il serbo. La conseguente sollevazione fu seguita da attacchi serbi che causarono la distruzione di mille case albanesi e l’uccisione di parecchie centinaia di donne e bambini. I montenegrini cominciarono ad occupare a loro volta i territori toccati a loro, anche qui con movimenti di truppe, profughi albanesi e case bruciate, tanto che il colonnello inglese Phillips, comandante del Presidio Militare Internazionale a Scutari, inviò 600 soldati internazionali comandati da un maggiore tedesco allo scopo di assicurare un minimo di ordine al confine.

Tratto dal libro Albania: un regno per sei mesi dell’autore Ferdinando Salleo

Link versione albanese: Mbretëria e Princit të Vidid (2)

domenica 3 luglio 2011

Il regno del Principe di Wied (1)

-Prima parte-

La ricerca di un Principe per l’Albania, come la Conferenza degli Ambasciatori aveva stabilito, cominciò subito. La nomina di un sovrano straniero non era certo una prassi nuova. Nel corso del secolo precedente le Potenze avevano assegnato ai nuovi Stati che sorgevano dallo smembramento del’Impero Ottomano principi europei appartenenti soprattutto alle piccole dinastie tedesche, quasi tutte “mediatizzate” cioè privatizzate o meglio ridotte allo stato di sovranità virtuale con l’incorporazione dei loro principati in Stati tedeschi più grandi, quelle dinastie che sono state per secoli la grande riserva dei matrimoni regali. Doveva naturalmente trattarsi di un principe che raccogliesse il consenso delle Potenze e quindi non legato ad una Casa regnante troppo potente o direttamente implicata nella regione. Si era sempre trattato poi di principi cristiani, protestanti o cattolici che adottavano di buon grado la confessione del loro regno. Ma l’Albania, prevalentemente musulmana, era un caso nuovo e diverso.

Per l’Albania la rosa dei candidati fu inizialmente piuttosto ampia. Già nel marzo del 1912, Ferdinando di Borbone – Orléans, Duca di Montpensier, si era recato su uno Yacht inglese a Valona ed aveva proclamato la propria candidatura al trono d’Albania. Cordialmente ricevuto dagli albanesi, era partito per Roma, Parigi, Vienna e Londra con Isa Boletini, uno dei capi della sollevazione del Kosovo contro i turchi, per raccogliere appoggi per l’indipendenza albanese, ma con poco successo. Il tempo non era ancora maturo, ma gli avvenimenti incalzavano.

Dopo Londra, le Potenze iniziarono complesse ed intense consultazioni con tutta l’attenzione per i delicati equilibri che già si prefiguravano. Oltre a Montpensier, tra i candidati inizialmente presi in considerazione figuravano i principi Maurizio di Schaumburg-Lippè, Karl von Urach, Ghika di Romania, Rolando Buonaparte, Arthur of Connaught, il Conte di Torino ed anche un discendente di Skanderbeg che viveva in Italia, Aladro Castriota. La Sublime Porta, in considerazione della religione della maggioranza dei futuri sudditi, propose a sua volta tre principi musulmani, Burhan Eddin e Abdul Mejid, della dinastia ottomana, e il Principe d’Egitto Ahmed Fuat Pascià, discendente di Mohamed Ali e, quindi, egli stesso di origine albanese. Tutti, per qualche ragione, suscitarono le obbiezioni dell’una o dell’altra parte delle potenze o si dichiararono poco interessati ad impegnarsi in un’impresa cosi aleatoria. Gli stessi dignitari del governo provvisorio e Ismail Kemal fecero sapere a loro volta alle Potenze, ma anche a Costantinopoli, di preferire un principe europeo, quasi a sottolineare una scelta occidentale per il nuovo stato.

Alla fine, sotto la pressione temporale, la decisione fu affidata all’Austro – Ungheria ed all’Italia che concordarono sul nome di un principe tedesco protestante, estraneo quindi alle querelles religiose degli albanesi, Guglielmo di Wied. La scelta fu subito nota, in realtà prima ancora dell’accettazione formale del Wied che però, già all’inizio del 1914, fece sapere a sua volta di avere scelto come capitale Durazzo.

Capitano nello Stato Maggiore tedesco, soldato con forte senso dell’onore e nessuna esperienza diplomatica o di governo, Guglielmo di Wied si avviò dunque verso un’avventura assai incerta che avrebbe comunque richiesto un talento eccezionale e molta fortuna.

La regina Elisabetta di Romania, scrittrice ben nota sotto lo pseudonimo di “Carmen Sylva”, amava molto il nipote ed aveva indotto Re Carol a battersi attivamente perché la scelta cadesse su di lui. Scrisse sul giovane principe articoli ispirati e poetici e addirittura che “i romeni lo avevano chiamato Lohengrin quando apparve loro nell’uniforme bianca della Guardia del Corpo, con l’aquila d’argento”.

Il Principe di Wied nell’uniforme della guardia del corpo

Il Principe di Wied nell’uniforme della guardia del corpo

La stampa italiana fu subito entusiasta del “Sovrano prescelto dall’Europa” e riprese, con commenti non meno laudativi, le descrizioni di un principe che non conosceva affatto. Gli articoli di “Carmen Sylva” ebbero il posto d’onore sulle riviste assieme alle ricostruzioni di un’adolescenza e di una giovinezza esemplari.

L’Imperatore della Germania sembrava piuttosto freddo sulle qualità del cugino, tanto che si scrisse già allora che gli avesse consigliato di non accettare. La smentita fu immediata: il Kaiser gli aveva bensì esposto le difficoltà al momento della proposta, ma dopo l’accettazione nulla aveva fatto per recedere. Nelle memorie, scritte dopo gli avvenimenti d’Albania e la stessa Guerra Mondiale, Guglielmo II ribadì tuttavia non pochi dubbi sulle capacità di governo del Principe di Wied, ma si può certo notare che egli stesso non era sull’argomento il più qualificato dei giudici.

Con compassionevole equilibro e non poca saggezza, monsignor Fan Noli, l’ecclesiastico ortodosso che fu una figura politica importante nelle successive vicende albanesi, scrisse che il Principe di Wied poteva “essere criticato per non essere stato capace di far miracoli”.

Guglielmo di Wied scrisse a sua volta un testo di memorie in cui ripetutamente lamentò che gli intrighi italiani, russi e francesi e le mene dei loro protetti, “l’immunità della Grecia per le sue macchinazioni”, ma anche la “neutralità” della Germania e dell’Inghilterra, avessero reso impossibile il suo compito e segnato il destino del breve regno. Cercò anche di spiegare la freddezza di Guglielmo II per la sua avventura albanese con il fatto che l’Imperatone “non amava l’Albania” ed era “in fondo filo greco” per l’influenza della sorella, Regina di Grecia e del cognato Re Costantino.

In una lettera allo storico inglese Swire, il Principe invocò la preponderanza del contesto europeo per giustificare il marasma in cui alla fine il suo regno in Albania era stato travolto e scrisse che, quando l’intesa austro – italiana venne a mancare e il “clima di preservazione della pace cambiò in quello della preparazione della guerra”, l’intera base della missione si dissolse, ma arrivò ad affermare che “in circostanze normali né Essad Pascià né i poveri illusi ribelli di Shijak avrebbero osato opporsi alle decisioni dell’Europa”.

Il 6 febbraio, autorizzato dall’Austria – Ungheria e dall’Italia, il Principe di Wied comunicò agli ambasciatori a Berlino di Russia, Gran Bretagna e Francia la propria disponibilità e il 21 febbraio accettò formalmente il trono nell’incontro con la deputazione albanese che si era recata a Neuwied per offrirglielo.

Dalla designazione del Principe all’accettazione della corona passarono due mesi e da questa alla partenza per Durazzo solo poche settimane, ma le turbolenze e le beghe locali non si calmarono, anzi si fecero più aspre ed in realtà anticiparono a tutti le stesse difficoltà dell’impresa.

Il Principe avrebbe preferito aspettare che si chiarisse l’intricata situazione del suo regno prima di prendere possesso, ma Berchtold premeva perché partisse al più presto per l’Albania dove la situazione si complicava sempre più. Nello stesso senso si muovevano le altri capitali europee ed anche i greci che, in fondo, non vedevano con sfavore un lento impianto del nuovo regime che prevedevano lento e impacciato, mentre temevano un deciso intervento in Epiro da parte delle Potenze.

I disordini continuarono ad intermittenza a Valona e ad Elbasan, come del resto nell’interno del paese. Nel Sud i greci, come abbiamo visto, facevano orecchio da mercante alle richieste della Commissione Internazionale ed alle ingiunzioni delle Potenze e mantenevano l’occupazione “dell’Epiro del Nord”. A Valona, sede del governo provvisorio, gli intrighi tra i capi albanesi erano continui, peggiorati poi dall’azione incessante degli agenti turchi che fomentavano il malcontento tra i musulmani per la nomina di un principe straniero e cristiano.

La rivalità era molto forte a Valona tra il capo del governo provvisorio Ismail Kemal ed il Presidente del Senato Essad Pascià. “La torbida vigilia di un regno” intitolò Gino Berri il commento editoriale “dell’Illustrazione Italiana” descrivendo senza mezzi termini i precedenti sanguinosi e gli intrighi attuali di Essad, “astuto, audace, suddito poco raccomandabile” e la risolutezza del “partito musulmano” che aveva perso la manche nella partita con le Potenze, ma che avrebbe continuato a cercare a qualunque costo di guadagnare il potere “finché vorrà Allah ed… Essad Pascià”.

 Essad Pascià Toptani, ministro della guerra e degli interni agli inizi del regno del Wied

Essad Pascià Toptani, ministro della guerra e degli interni agli inizi del regno del Wied

Lo scontro tra le due personalità scoppiò quando un tentativo di colpo di stato filo – ottomano fu sventato all’ultimo momento, ma obbligò comunque il governo provvisorio a proclamare lo stato d’assedio.

Il fallito colpo di stato di Bakir Aga bey avrebbe dovuto ribaltare le decisioni di Londra e concludersi con l’offerta della corona a Izzet Pascià che era stato il ministro ottomano della Guerra ed era albanese di origine, anche se non ne parlava la lingua. Izzet negò prontamente, ma, accanto agli ovvi sospetti di manovre turche, il gioco delle accuse reciproche riprese subito dalla stampa europea additò a turno come ispiratori del complotto sia Essad che Ismail Kemal – che naturalmente smentirono indignati – ed alimentò le prime voci di rinuncia al trono da parte del Wied.

Bekir fu subito processato a porte chiuse con i complici da un tribunale presieduto dal generale De Weer – al processo emersero elementi di un complotto giovane – turco e furono sequestrati documenti compromettenti, soprattutto per Essad – e fu condannato a morte. Tuttavia, la Commissione di Controllo decise di soprassedere all’esecuzione e di rimettere ogni decisione all’arrivo del Principe.

A Brindisi sbarcarono intanto molti albanesi che portavano notizie preoccupanti, tanto che subito si scrisse che il Wied “non avrebbe trovato sudditi” e che tutti lo avversavano per la questione religiosa o per la scelta della capitale, perché la decisione per Durazzo aveva “offeso” gli altri centri del paese. “Albania in fiamme? Gravi notizie da Valona e Brindisi. L’Italia si premunisce” intitolava il “Giornale di Sicilia” del 13–14 gennaio e “Essad assicura fedeltà all’eletto dell’Europa”.

Il giorno dopo il “Corriere della Sera” pubblicò infatti un’intervista che Essad Pascià aveva rilasciato a Durazzo. Pur non smentendo i sentimenti che provava per la Turchia, il pascià cercava soprattutto di far capire al Wied che in realtà doveva il trono a lui, ma che egli stesso non disperava di diventare un giorno principe d’Albania. Un messaggio di fedeltà piuttosto strano ed un tortuoso discorso politico che il Principe forse non avrebbe capito se Essad non si fosse premurato di chiarirgliene il senso con incredibile lettera di allègiance che la stampa viennese pubblicò una settimana dopo. Il pascià assicurò al Principe che “vita sua durante o fino a che egli rinunziasse al trono, nessuna altra persona [sarebbe stata] fatta re d’Albania” e concludeva “nel caso che Sua Altezza rinunziasse o morisse, sarei io solo che potrei succedergli”.

Cominciarono a percepirsi i malumori contro Wied perché la data della partenza, più volta anticipata dai giornali, slittava sempre. Apparvero i primi articoli sulla necessità che il Principe andasse al più presto a Durazzo “affinché le popolazioni [vedessero] la volontà dell’Europa rispettata”. Il “Giornale di Sicilia” si disse certo che “la sua vita [sarebbe stata] triste e grama”, ma assicurò di seguirne le vicende “con ammirazione, simpatia e timore”.

Alla “Zeit” di Vienna diversi potentati albanesi rilasciarono le più bizzarre dichiarazioni. Alcuni definirono il metodo adottato per la scelta del Principe “una mancanza di riguardo da parte delle Potenze”, altri previdero con accenti minacciosi che le feste per l’arrivo del Sovrano avrebbero potuto essere “turbate da fucilate […] di gioia” e precisarono che si prevedeva la partecipazione di cinquantamila albanesi “che portano sempre le armi e non si sa mai […]”. Un intervistato deplorò che il Wied non fosse ancora andato in Albania per aspettare “i milioni promessi dall’Europa”, ma che intanto “aveva spedito 500 colli e il suo medico personale per accettare le condizioni sanitarie” ed un altro infine, che il Principe “avrebbe fatto comprendere di volersi circondare solo di tedeschi e inglesi e di voler escludere dalla sua corte la vecchia aristocrazia albanese […]”.

La situazione del governo provvisorio era diventata intanto insostenibile. Il 15 gennaio Ismail Kemal propose che la Commissione di Controllo assumesse il governo provvisorio. Le Potenze accettarono ringraziando molto calorosamente l’anziano patriota che partì per l’Europa dopo aver inviato a San Giuliano e Berchtold un nobile messaggio in cui li pregava di “assistere questo popolo valoroso ed infelice e difendere i suoi diritti troppo poco rispettati dai suoi nemici”.

Con la partenza di Ismail Kemal e di Essad – che aveva promesso di dare le dimissioni contemporaneamente – un periodo di relativa calma avrebbe potuto instaurarsi, ma Essad finse di dimettersi ( si giustificò poi dicendo che Ismail Kemal era stato in realtà destituito e che il complotto di Bekir era ancora in atto) ed anzi fece sapere che sarebbe egli stesso andato incontro al Principe di Wied, felice di potergli offrire personalmente il trono d’Albania.

La Commissione a sua volta si limitò a porre come condizione che Essad desse le dimissioni prima della partenza e lo incaricò di presiedere la deputazione che avrebbe offerto la corona al Principe. Il gioco d’azzardo del pascià era riuscito.

Link seconda parte: Il regno del Principe di Wied (2)

Tratto dal libro Albania: un regno per sei mesi dell’autore Ferdinando Salleo

Link versione albanese: Mbretëria e Princit të Vidid (1)