domenica 29 maggio 2011

Altre meraviglie dell’Etruria (2)

-Seconda ed ultima parte-

Link prima parte: Altre meraviglie dell’Etruria (1)

Su un’urna a Cortona si può leggere questo pensiero che in qualche modo ci fa visualizzate il nostro concetto di paradiso: Il caro defunto ci ha lasciati, però ora si trova nei giardini di Arno (il Creatore), circondato dalle mitiche lisa (le querci).

clip_image002

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

LA ROI

La roi

Lasciò di vivere

CUPSLINA

kopshna

nei giardini

ARNO

Arno

del Creatore

A

â

che hanno

LISA

lisa

querci

Nel Museo Archeologico di Firenze è esposta la Chimera, una composizione mostruosa costituita da un leone ruggente con la coda a forma di serpente, ripiegata sulla groppa per mordere una capra che emerge dal dorso della stessa belva. Questo mostro in bronzo, di splendida fattura, forse vuole rappresentare il male e il bene.

La statua reca incisa questa brevissima scritta emblematica dello spirito del male che cova occulto, pronto ad aggredire all’improvviso:

clip_image004

clip_image006

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

TINSH

Tinësh

Di nascosto

C

kap

acchiappa

FIL

fill

subitamente

Nello stesso museo di Firenze si trova questa magnifica statua di bronzo, che nell’isieme, per l’atteggiamento e la veste, fa pensare a un magistrato romano. L’iscrizione sul bordo della toga è però scritta in etrusco e con autentiche lettere etrusche.

Questo importante personaggio, che viene chiamato l’Arringatore, sta declamando un’esortazione al coraggio:

clip_image008

clip_image010

clip_image012

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

A

A

E

VAESHI

veshi

vestiti

ME

me

con

TELISH

telish

armatura

FE

fe

fede

FE SIAL

fe ziar

fede in fuoko

CIENSHI

kienshi

siano

CEN

cenë

solleciti

FLERESH

vlerësh

di valori

TEC

tek

unici

SANSHL

Zanash

dalle Muse

TPNINE

të prinë

guidati

TUOI

t’uroi

augurando

NESH

nesh

da noi

KHIS

qisi

cacciar via

FLICSH

frikësh

le paure

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

Link versione albanese: Disa mrekulli të Etrurisë (2)


domenica 22 maggio 2011

Altre meraviglie dell’Etruria (1)

-Prima parte-

È ormai accertato che i Pelasgi erano abili navigatori, tanto da meritarsi, l’appellativo di “Popoli del Mare”. Anche i loro discendenti Iliri, Traci, Etruschi, Dori etc. erano popoli marinari e diventarono grandi con una conquistata supremazia sul mare e con il conseguente dominio del traffico marittimo.

Esistono diverse epigrafi etrusche che parlano di mare e di navi. Per qualche strana ragione queste iscrizioni si trovano a Firenze,Siena, Chiusi, Cortona, tutte le località distanti dal mare.

Abbiamo già commentato la bellissima iscrizione di Cortona che ci dice con grande fierezza: la nave è per noi simbolo di coraggio e di libertà.

Ma non tutti i messaggi sono cosi belli e baldanzosi. Di ben altro tono è questa iscrizione incisa su un’urna al Museo di Firenze, in cui ogni sicurezza appare distrutta dalla fatalità di un declino già accettato con rassegnazione.

Infatti, secondo Seneca gli Etruschi si erano stabiliti in Italia intorno al 1200 a.C., persuasi che la loro nazione sarebbe durata dieci secoli, ed ora il termine fatidico era prossimo.

clip_image002[4]

clip_image004[4]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

OANIA

Ania

La nave

FEOU

theu

si è infranta

ME

me

SCIRIA

shkriu

ha consumato

FAT

fat

il fato

La parola Fat si ritrova oggi, con lo stesso significato, in albanese, italiano, francese, inglese.

A Siena, sul coperchio di un’urna particolarmente bella, figura questa iscrizione:

clip_image006[4]

clip_image008[4]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

OANIA

Ania

La nave

TUT

tut

spavento

NEI

in

LUFNA

luftna

guerre

TETI

deti

di mare

NA

na

noi

SA

za

ha preso

Sempre a Siena, su un’altra urna, con un leone in bassorilievo che sembra far la guardia a una donna adagiata sul coperchio, vi è questa iscrizione dolorosa:

clip_image010[4]

clip_image012[4]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

OANIA

Ania

La nave

SFIANTI

sfilinti

afflisse

FILIANIA

bijania

la figliolanza

MARC

marrë

prendendo (lei)

NAI

nai

a noi

Per terminare con i messaggi che narrano di navi, su un sarcofago a Chiusi leggiamo questo triste racconto che sembra mettere fine alla gloriosa storia di quella popolazione:

clip_image014[4]

clip_image016[4]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

OANIA

Ania

La nave

THELI

thelli

affondò

CUMNISA

Kumniza

i Chiusini

Dal bassorilievo, dove figurano scene di guerra, si comprende che la fine è dovuta a sventure belliche. La persona adagiata sul coperchio simboleggia probabilmente l’affondamento di tutti i chiusini.

A Siena sono conservate molte urne che ci trasmettono messaggi tristi, ma non perciò meno interessanti.

I nostri antenati hanno voluto che sapessimo di questi loro doloro e noi vogliamo conoscerli per meglio comunicare con loro, per sentirci vicini a loro, per meritare di essere degli discendenti di un popolo che ha illuminato il mondo.

Ecco la commemorazione di un personaggio trapassato senza sofferenze, il cui destino terreno ha avuto termine nell’urna:

clip_image018[4]

clip_image020[4]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

FASTITI

Fashtini

Si è spento in pace

E SPEI

e shpejt

e rapidamente

CUME

Kumtime

Commemorazione

RESA

të Rezave

degli Etruschi

PE

Pe

Il filo (della vita)

O NAL

u nal

si è fermato

SHEC

shek

nell’urna

Ancora a Siena, una piccola urna reca incisa una dedica a una giovane, strappata via in tenera erà ai suoi cari:

clip_image022[4]

clip_image024[4]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

FL

Fle

Dorme

FILIA

bija

la figlia

FL

fle

dorme

MAR

marrë

presa (= portata via)

PURO

puro

pura

Sempre nel museo di Siena, si trova una bellissima urna decorata da un bassorilievo al cui centro appare la Dea alata Vend accompagnata da un gruppo di personaggi.

Sul coperchio sta sdraiata una donna, appoggiata su un fianco in tenera contemplazione di un bambino, mentre con la mano destra sostiene probabilmente una fiaccola.

Tutta la contemplazione mette in evidenza una palese espressione di affetto per il bambino.

Questa donna e questo bambino, gli Etruschi (RESA) hanno voluto commemorare affidandoli alla protezione della loro venerata Dea Vend:

clip_image026[4]

clip_image028[4]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

CUME

Kumtime

Commemorazione

RESA

Rezave

degli Etruschi

Nel Museo Archeologico Guarnacci di Volterra è conservata questa stele originale nella forma e nella iscrizione, tanto semplice quanto significativa:

clip_image030[4]

clip_image032[4]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

MI

Mu

Ame

MA FELUSH

ma falsh

tu voglia donare

RUTLNISH

rysnin

l’esperienza

A FLESLA

a flatera

anche delle ali

Evidentemente, si fa esprimere alla persona che riposa presso quella stele l’anelito di spiccare il volo verso gli spazi infiniti: un desiderio condiviso da tutta l’umanità!

La parola pelasgo-etrusca FLESLA si è trasformata nell’albanese in flatera, connessa a fluturuar (volare), che richiama l’italiano fluttuare, l’inglese to float, to fluctuate, il francese flotter, il tedesco flug, lo spagnolo fluctuar.

Link seconda parte : Altre meraviglie dell’Etruria (2)

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

Link versione albanese: Disa mrekulli të Etrurisë (1)


domenica 15 maggio 2011

Rivendicazioni del popolo serbo sui territori albanesi

Quando, dopo la morte di Teodosio il Grande, l’impero romano si divise nell’impero d’Oriente e quello d’Occidente, l’Illiria rimase nell’impero d’Oriente. Dopo la caduta del impero d’Occidente a causa delle invasioni barbariche, arrivarono anche i serbi.

robert d'angely

Robert d’Angely 1893-1966

La storia dei serbi, prima del loro arrivo nei Balcani, è mescolata con quella degli altri slavi in generale. In principio, vivevano tutti con nomi diversi nel nord-ovest dei Carpazi. Al nord c’erano gli antenati dei popoli baltici come i lituani, i lettoni ecc; in Oriente, c’erano i popoli che non erano slavi e, nel sud-est, diversi popoli che vivevano nelle ampie steppe della Skitia.

Solo nel VI secolo i serbi apparvero nel lato sud del Danubio. Naturalmente il loro afflusso spinse la popolazione illirica o albanese autoctona verso sud; ma una piccola parte tuttavia fu costretta a fuggire verso le montagne, e soltanto dopo tempo arrivò alle vallate, dove si trovava l’invasore dal quale sarebbe stata assimilata.

Copertina del libro (versione francese)

Copertina del libro (versione francese)

Secondo Costantino VII di Bisanzio, detto il Porfirogenito, la conversione in cristianesimo dei serbo-croati è avvenuta in due periodi: la prima nell’epoca di Eraclio I di Bisanzio, che domandò al Papa di mandare dei sacerdoti per battezzare le popolazioni serbe (gli slavi della Dalmazia ancora nel VII secolo, periodo del Papa Giovanni IV (640-642) erano popoli pagani; la seconda nel periodo di Basilio I, intorno all’anno 879, periodo nel quale abbracciarono il cristianesimo tutti i serbi, croati e altri popoli che non erano battezzati (sembra che gli ultimi a essere battezzati furono coloro che fanno parte della Chiesa Ortodossa Orientale, invece i primi a ricevere il sacramento del battesimo, per lo più croati e sloveni, sono oggi cattolici).

In tutte le chiese cattoliche serbe e anche in Vaticano, la lingua serba si chiama lingua illirica e si scrive Illyrica Lingua. L’espressione è utilizzata impropriamente perché la loro lingua Illyrica Lingua non è affatto illirica, bensì slava. I serbi si giustificano col fatto che all’inizio si sottomettevano, facendosi chiamare Σερβοι che significa servi (cosa che non hanno mai apprezzato) dall’autorità bizantina. Loro desideravano mescolarsi con gli albanesi autoctoni. Per questo motivo, anche l’alfabeto che avevano preso in prestito per i loro libri liturgici, prima dell’attuazione delle lettere cirilliche intorno all’anno 885, invece di essere latino, come sarebbe stato gradito dal Vaticano, era l’alfabeto glagolitico albanese.

Si deve annotare che i bulgari chiamarono la loro lingua parlata in Macedonia, lingua macedone. Ma in Macedonia il bulgaro non è affatto l’unica lingua parlata, si parla anche il greco, il serbo e soprattutto l’albanese. Per quanto riguarda Alessandro Magno, visto che era macedone, si potrebbe pensare che parlasse bulgaro, ma qui si dimentica il fatto che Alessandro Magno era elleno di istruzione e albanese di origine. Basta leggere i testi antichi per sapere che Alessandro Magno quando parlava con i suoi generali e con i soldati, tutti macedoni, parlava nella lingua della madre. Sua madre era Olimpiade epirota e parlava albanese.

L’invasione della Macedonia, dell’Albania, dell’Epiro e della Tessaglia durante il dominio di Stefan Dushan non fu un’impresa difficile, perché in quel periodo l’impero Bizantino era in piena decadenza ed era rimasto indebolita a causa di numerose guerre civili. Non si ricorda nessuna battaglia epica. Ormai le regioni occidentali erano sotto il dominio serbo.

Secondo un altro punto di vista, la facilità con la quale sono stati conquistati i territori da Stefan Dushan solleva un altro problema, - se ancora si pensa alla questione come un problema - oramai risolto negativamente.

Queste invasioni creano un diritto senza dare agli albanesi, che in buona parte ancora vivono in queste regioni occupate, la possibilità di replica?

Dopo tutto, queste invasioni potevano essere legittimate se si fossero svolte pacificamente e in maniera tale da portare una possibile riconciliazione fra i due popoli, così che il popolo sconfitto avrebbe accettato il potere dei vincitori. Ma qui siamo un po’ volati troppo in là con la fantasia. Al contrario Stefan Dushan e i suoi seguaci non sono riusciti a mantenere i territori ancestrali degli albanesi. Tutti questi territori erano abitati dagli albanesi, e nella maggior parte anche oggi le stesse popolazioni vivono negli stessi posti. Ma per quanto tempo ancora?

Di conseguenza è troppo audace e esagerata la rivendicazione dei delegati serbi in diverse conferenze internazionali e soprattutto nella Conferenza di Pace che si è svolta a Parigi nel 1920 sulla questione che loro chiamano “La vecchia Serbia”, e per un impero così effimero come quello di Dushan, perché in passato è esistito un imperatore che si chiamava Stefan Dushan.

Infatti possiamo leggere che: “nell’inverno dello stesso anno – cioè nel 1345, dieci anni prima della morte di Stefan Dushan – l’assemblea serba permise la sua proclamazione come imperatore con il titolo di Imperatore dei serbi e dei greci, (in latino) IMPERATOR SERVIAE ET ROMAINIAE. (in greco) Αυτοκρατορες Σερβιασ (Ρακας) και Ρωμανιας.

Durante l’occupazione turca nei territori serbi, gli albanesi, sia musulmani che cattolici e ortodossi, poterono mantenere tranquillamente il loro carattere nazionale. È un caso unico nel mondo che la maggioranza convertita all’Islam non ha cambiato né la nazionalità, né la lingua e neanche usi e costumi. Ma dopo l’anno 1830, e soprattutto dopo il 1878 e 1920, quando si sono liberati e hanno ricostruito il loro regno, i serbi avanzarono pretese ingiustificate su quei territori che mai hanno abitato definitivamente. Queste assurde pretese si basano soltanto su un singolo fatto storico, durato meno di venticinque anni (1930-1955): il regno di Stefan Dushan. Per di più, nonostante queste pretese siano una ingiustizia, i serbi sono stati accontentati grazie ai diplomatici zelanti, soprattutto nel 1920, e sono stato la causa di tanti drammi subiti dagli albanesi del nord. Quest’ultimi scapparono dalla loro patria, dove erano perseguitati sistematicamente, e nonostante tutto erano l’unica popolazione autoctona. Sono stati costretti a chiedere asilo dove hanno potuto, soprattutto in Turchia, dove le autorità si sono mostrate benevole nei loro confronti.

Inoltre, non contenti di avere costretto gli albanesi ad abbandonare le loro case e la patria nella quale vivevano fin dalla preistoria più remota, i serbi che sognano di diventare “illiri” ma che mai ci sono riusciti, hanno usurpato gli usi e i costumi, la maniera di vestirsi e di vivere degli albanesi dei quali hanno preso il posto.

Liberamente tratto dal libro Enigma dell’autore Robert d’Angely

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Pretendimet e serbëve mbi territoret shqipëtare

domenica 8 maggio 2011

L’invasione del Kosovo e l’inizio della sua colonizzazione da parte dei Serbi

Nel 1912 ebbe inizio la guerra balcanica. Questa guerra aveva come principali protagonisti tre stati balcanici che erano alleati con la Russia: la Serbia, la Grecia e la Bulgaria. La guerra scoppiò per la spartizione delle terre che erano occupate dall’Impero Ottomano che, di fatto, erano territori abitati dagli Albanesi. Dunque le guerre balcaniche vennero alimentate dal nazionalismo estremo greco e serbo, e l’unico fine era appropriarsi delle terre degli Albanesi, possibilmente assimilandoli o addirittura sterminandoli. Le Grandi Potenze regalarono alla Serbia il Kosovo, e fu proprio questa l’area da dove i Serbi iniziarono a realizzare i loro piani per lo sterminio degli Albanesi.

mappa

__Il confine dello stato Serbo nel 1817-1878

-------Il confine dello stato Serbo nel 1878

………Il confine dello stato Serbo nel 1913

L'espansione dello stato serbo a discapito delle terre albanesi

Secondo Yusuf Osman, e in base ai registri del catasto, le terre albanesi in quel periodo avevano una superficie di 115.000 km2. In seguito, allo stato albanese rimasero solo 28.000 km2; il resto del territorio passò alla Serbia e alla Grecia. Dopo avere preso le terre albanesi, la Serbia espanse la sua dimensione geografica e demografica aumentando dell'82% in superficie e del 55% in popolazione.

Il Montenegro crebbe del 62% come territorio e del 100% come popolazione.

La Grecia aumentò del 67% in estensione e del 68% per popolazione[1].

Grazie all'appoggio delle Grandi Potenze, la Serbia incrementò la propria popolazione fino ad avere 1,6 milioni abitanti dopo aver ricevuto 13.000 km2 dall'Impero Ottomano, in gran parte territori albanesi. La crescita della popolazione non era naturale. Nel 1886 la Serbia contava 1,3 milioni abitanti, invece nella I Guerra Mondiale arrivò fino a 3,2 milioni abitanti. Come si può vedere, la Grande Serbia, la Grande Grecia e il Montenegro si formarono acquisendo territori albanesi. Il fatto più assurdo è che questi paesi quasi raddoppiarono le loro popolazioni incrementandole con i residenti albanesi.

Durante gli anni 1912-1914 vennero uccisi quasi 26.000 albanesi e ne furono imprigionati altri 21.000; in Turchia ne vennero internati 500.000. Nel 1915 se ne imprigionarono altri 120.000[2]. In quel periodo, dunque, furono internati in totale all’incirca 620.000 albanesi, che vennero sostituiti con 20.000 serbi e 6.000 montenegrini[3]. Negli anni 1912-1915 dalla città di Manastir furono deportati in Turchia un numero approssimativo di 130.000 albanesi.

Leo Freundlich scrive: “Migliaia di uomini, donne, bambini e anziani uccisi e massacrati. Interi paesi bruciati e case saccheggiate. Donne e ragazze trattate in modo disumano. Un paese devastato, saccheggiato, lavato nel sangue e umiliato, ci dimostra che i Serbi in Albania non sono entrati come liberatori, ma come assassini degli Albanesi... innumerevoli villaggi sono stati rasi al suolo, le persone sono state massacrate in massa senza ombra di compassione. Il luogo del quale generazioni di Albanesi poveri avevano fatto la loro patria ormai è trasformato in una distesa di cumuli di rovine. L'intera nazione è stata crocifissa, il sangue continua a scorrere ma l'Europa tace…” (Leo Freundlich, Vienna 1913.).

Edith Durham scrisse nel 1913: “A Shalë (paese albanese N.d.T.) i musulmani o si dovevano battezzare o dovevano morire. A Pec un uomo raccontava che il governo ogni giorno annunciava la fucilazione di dieci uomini. Nessuno sapeva chi fossero e per quale motivo li uccidessero. Li portavano davanti a una grande fossa che sarebbe diventata la loro tomba.

La terra che i Serbi presero nel 1912 era al 90% di proprietà degli Albanesi ricchi. La Serbia promulgò diverse leggi per espropriarli delle loro terre e darle ai cittadini serbi.

Le uccisioni e la violenza nei confronti degli albanesi continuarono sistematicamente anche dopo la creazione della Jugoslavia. Il giornale di Belgrado Rad scriveva il 5 agosto 1925: “É da diversi giorni che le case bruciano. È difficile sentire le urla dei bambini e dei vecchi che vengono maltrattati per derubarli. La Serbia ha creato una provincia con cittadini di serie B. La stanno bruciando villaggi interi, si massacrano gli uomini e le atrocità sono infinite. Nessuno in questo paese (in Kosovo, N.d.T.) ha scrupoli. Come l’ultimo cannibale, il potere dello stato predica lo sterminio di una etnia a causa della sua identità nazionale e religiosa.”

Dopo che gli Albanesi se ne furono andati dai loro territori e interi villaggi rimasero disabitati, subito furono ripopolati da coloni serbi. L’obbiettivo di questa colonizzazione era cambiare la nazionalità di quei paesi, da albanesi in serbi. In pratica erano rimaste talmente tante terre libere tra quelle che erano appartenute agli Albanesi, che Belgrado pianificò di portare dei Russi dalla loro madrepatria così come in precedenza aveva fatto la Grecia.

I coloni serbi arrivarono anche dall’America, dall'Europa e da altri paesi dove vivevano e lavoravano. Entro pochissimo tempo intere famiglie di origine serba dal niente si trovavano proprietarie di appezzamenti di terreno da 4 o 5 fino a 40 ettari.

Nel periodo fra le due guerre mondiali lo stato Serbo, con la scusa della riforma agraria, espropriò migliaia di ettari di terra che appartenevano agli Albanesi per darli ai Serbi. Durante questo periodo in Kosovo furono trasferite 13.482 famiglie in 594 insediamenti[4].

Nel 1930 lasciarono il loro paese e se ne andarono in Asia 30.000 albanesi; le loro terre furono vendute a bassi prezzi ai coloni montenegrini. Invece altri 6.000 albanesi ritornarono in Albania. La migrazione degli Albanesi proseguiva a ritmi alti, e nello stesso tempo continuava la sostituzione nei villaggi che loro lasciavano con coloni serbi e montenegrini.


[1] Guarda Nuri Bashota, Tokat shqiptare në udhëkryqin e tanishëm ballkanik, Shqiptarët në rrjedhat ballkanike, Prishtinë, 1996, p. 275.

[2] H. Bajrami, Konventa jugoslavo-turke për shpërnguljen e shqiptarëve, “Gjurmime albanologjike”, 1982.

[3] H. Bajrami, Politika e shfarosjes së shqiptarëve dhe kolonizimi serb i Kosovës (1844-1945), Prishtinë 1995, p. 27.

[4] Registro delle colonie del giorno 8/04/1940.

Brano liberamente tratto dal libro Planet për zhdukjen e shqiptarëve dell’autrice Elena Kocaqi

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Pushtimi i vilajetit të Kosovës dhe fillimi i serbizimit të saj

domenica 1 maggio 2011

Le più diffuse impressioni dei viaggiatori inglesi del XIX secolo sulla lingua albanese

La lingua albanese con la sua particolarità ha da sempre suscitato l’interesse non solo di storici come Leake, Hobhouse, ecc, e di poeti, come Lord Byron, ma anche di semplici viaggiatori.

Lord Byron

Lord Byron indossa un abito tradizionale albanese

L’idea generale dei viaggiatori inglesi della seconda metà del XIX secolo è che la lingua albanese (Albaninan, Albanese, Skype, Skipetaric) è una lingua non scritta. Ma, in realtà, gli stessi viaggiatori ci informano che gli albanesi di quel secolo, in alcuni casi, scrivevano questa lingua. Così Leake ci dice che già nel 1804, quando Ali Pascià Tepeleni doveva comunicare qualcosa, i suoi messaggi venivano scritti in lingua albanese, usando le lettere greche[1]. Ci informa inoltre che, nel Sud dell’Albania, le parole scritte in lingua albanese venivano rappresentate con le lettere greche, eppure questa cosa non succedeva spesso perché la classi ricche, che erano anche le più istruite, ogni volta che avevano bisogno di scrivere preferivano utilizzare la lingua greca[2].

Un’informazione simile la dà anche Bowen quando dichiara che gli albanesi per scrivere la loro lingua usavano le lettere greche, questo perché non possedevano un loro alfabeto[3].

Hobhouse, da parte sua, dichiarava che la lingua albanese è una lingua non scritta, anche perché non conosceva gli antichi autori albanesi come Budi, Bardhi ecc. Dopo un’analisi attenta dell’opera di De Lecce, giunge alla conclusione che la lingua albanese si attesta in forma scritta anche prima dell’anno 1716, anno nel quale è stato pubblicata la grammatica del sacerdote italiano.

Perché il padre parla” - scrive lui – “di un alfabeto albanese già formato che esisteva nel suo tempo, ad eccezione di cinque lettere che erano latine”[4].

Per quanto riguarda invece i suoni della lingua albanese, i viaggiatori in questione esprimono pareri diversi.

Alcuni di loro li confrontano con i suoni delle altre lingue parlate nelle zone limitrofe dell’Albania. Così si esprime Leake: “L’alfabeto greco non è in grado di esprimere tutti i suoni della lingua albanese, anche se la lingua albanese contiene in sé tutti i suoni dell’alfabeto greco odierno”[5], considerando questo fatto come una delle difficoltà maggiori che incontravano gli albanesi quando dovevano scrivere la loro lingua usando le lettere greche.

La ricchezza dei suoni della lingua albanese la mette in risalto indirettamente anche Spencer quando scrive: “Mai ho incontrato uomini che pronunciano con tanta facilità la nostra th (/θ/ come thing inglese) difficilissima da pronunciare”. Egli inoltre sostiene che nella lingua albanese si trovano tutti i suoni gutturali della lingua celtica[6]. Per il viaggiatore Bowen “La lingua albanese è una lingua gutturale e monosillabica”.[7] Anche se egli non argomenta con i fatti questa sua infondata dichiarazione.

Per quanto riguarda i dialetti dell’albanese, i viaggiatori inglesi ammettono l’esistenza dei due dialetti principali, quello del nord e quello del sud. Di grande interesse è l’informazione che ci dà Spencer quando scrive che sia la grammatica, sia il dizionario di Ksylander gli sono tornati utili quando visitò la Çamuria, ma non tanto quanto sperava quando visitò Mirdizi e Toschi, sebbene quest’ultimi parlassero la lingua albanese in tutta la sua purezza[8].

Da quello che abbiamo letto sulla lingua albanese possiamo trarre alcune conclusioni.

Secondo il parere generale dei viaggiatori inglesi la lingua albanese è una lingua antichissima che gli albanesi hanno ereditato dai loro bisnonni e che trasmettono ai loro figli da secoli.

Le loro osservazioni sull’origine illirica della lingua albanese e soprattutto sull’autoctonicità degli albanesi nei territori dove vivono, è molto importante sia per il periodo storico in cui si colloca il loro viaggio, sia per gli studi più recenti fatti su questo argomento.

Le testimonianze di questi viaggiatori sullo stato della lingua albanese nel periodo storico che vede la nascita delle loro opere, ci dimostrano che la lingua albanese, anche se usata pochissimo nei libri e non studiata nelle scuole, si trasmetteva oralmente ai bambini ed era il fattore principale della conservazione e del rafforzamento dello sentimento nazionale.

Dal confronto che hanno fatto con le altre lingue, i viaggiatori inglesi concludono che la lingua albanese è una lingua molto ricca sia per la fonetica sia per il lessico, avendo nello stesso tempo una sua struttura grammaticale.

La lingua albanese, anche se ha due principali dialetti, è una lingua unica e comune a tutti gli albanesi, i quali si riconoscono come un popolo fra gli altri popoli.


[1] Leake, W. M. Travels… v.1, p. 38.

[2] Leake, W. M. Researches… p. 260.

[3] Bowen, F. G. Mount Athos… p. 195.

[4] Hobhouse, J. C. A Journey… p. 1124.

[5] Leake, W. M. Researches… p. 260.

[6] Spencer, E. Travels… v.2, pp. 133- 134.

[7] Bowen, F. G. Mount Athos… p. 194.

[8]Spencer, E. Travels… v.2,p. 134.

Liberamente tratto dal libro Shqipëria dhe shqipëtarët në veprat e udhëtarëve anglezë dell’autore Shpëtim Mema

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Interesi i udhëtarëve anglezë të shekullit të XIX për gjuhën shqipe