sabato 23 aprile 2011

Buona Pasqua.

Gli amministratori del blog, approfittando della Pasqua vicina, vi augurano di trascorrere giorni sereni. Le attività del blog riprenderanno regolarmente la prossima domenica. Nell'attesa vi invitano a rileggere alcuni dei post più popolari e commentati.

Buona Pasqua.

Gli Iliri e gli Etruschi hanno una comune provenienza pelasgica
La lingua albanese
L’etimologia dei nomi Shqipëri e shqiptar, Albania e albanese
La religione e gli dei dei Greci derivano da quelli dei Pelasgi
Confronto Ebraico - albanese

domenica 17 aprile 2011

Albanesi in Sicilia. Loro vicende. Collegio Greco di Palermo. Uomini illustri.

Quando la compagine delle soldatesche albanesi, capitanata da Giorgio e Basilio, figli di Demetrio Reres, venuta in soccorso di Alfonso I d’Aragona per aiutarlo ad assoggettare la Calabria, da questa provincia passò in Sicilia, si fermò in Bisiri, terra del Mazarese che teneva a presidio.

Intenti all’adempimento del servizio militare governativo, non potevano accettare l’dea di stabilirsi definitivamente lontano dall’amata patria la quale, sebbene a quei tempi sottoposta alla pressione militare del Musulmano, aveva in Skanderbeg la speranza di un futuro migliore.

Frontespizio del libro

Frontespizio del libro

Si racconta però che nel 1450, da Bisiri quei militari si trasferirono nel feudo di Contessa, ed ivi fondarono il paese omonimo. Lo abbandonarono dopo qualche anno per recarsi in Albania a combattere sotto la bandiera della patria: ma tornarono a ripopolarlo appena che, morto il valoroso Castriota, si prospettava per quella terra un’epoca terribile e funesta. Si unirono ad essi una buona quantità di famiglie distinte per cariche e nobiltà, e da quelle ebbero origine le colonie siculo - albanesi. Inizialmente queste colonie furono sette: Contessa, Piana de’Greci, Palazzo Adriano, Mezzoiuso, Bronte, S. Angelo e S. Michele. Attualmente, però, solo le prime quattro vengono riconosciute come insediamenti di cultura albanese, avendo le ultime tre mutato linguaggio e costumi.

Contessa dunque riconduce la data della sua fondazione al 1450, e la ripopolazione intorno al 1480, ad opera dei valorosi militari venuti al seguito di Reres in Calabria fin dal 1448. A quell’epoca, il feudo apparteneva ad Alfonso di Cardona; le convenzioni con gli Albanesi furono stipulate il 14 dicembre 1517.

Piana de’Greci[1] fu fondata nel 1488, epoca in cui ottenne la sovrana approvazione delle convenzioni fatte il 13 Gennaio 1487 tra molte famiglie albanesi e il Cardinal Borgia, arcivescovo di Monreale, con le quali quest’ultimo concedeva a quelle famiglie il permesso di abitare e coltivare i due feudi di Merco e Aydingli, appartenenti a quell’arcivescovado. In un primo tempo, esse si erano stabilite alle falde dell’erto monte Pizzuta, sotto tabernacoli e padiglioni secondo l’uso militare. Dopo un qualche anno discesero alla pianura vicina, dal momento che l’aria rigida del monte era per loro nociva.

Panoramica di Piana degli Albanesi
Panoramica di Piana degli Albanesi

Il primo riferimento documentato a Palazzo Adriano risale all’anno 1482, con le capitolazioni stese da Giorgio Mirspi, mediatore tra tredici famiglie albanesi e Giovanni Villaraut, signore del feudo, che aveva concesso ad esse di abitarlo e coltivarlo. Nel 1507 il feudo passò al Cardinal Galcotti, e costui, con nuove capitolazioni, confermò pienamente gli accordi sanciti nelle prime.

Iscrizione di Palazzo Adriano

Iscrizione di Palazzo Adriano

Il nome Mezzoiuso è legato alla commenda dell’anno 1501. I suoi fondatori avevano vagato per più feudi prima di fermarsi in questo, già pertinente al Monastero Benedettino di S. Giovanni degli Eremiti. Monsignor Alfonso d’Aragona, commendatario di quel Monastero, aveva, fin dal 1490, concesso agli Albanesi di abitarlo; ma non concesse loro i privilegi e non stipulò le capitolazioni che nel 1501.

S. Giovanni degli Eremiti

Ciò che rimane oggi del Monastero benedettino di S. Giovanni degli Eremiti

Queste colonie stabilite in Sicilia attiravano l’attenzione generale per l’ingegnosità degli abitanti e per i loro modi gentili, ed accrescevano di giorno in giorno la loro popolazione grazie all’afflusso dei residenti della zona di fede cattolica.

Essendo stati gli Albanesi i fondatori delle colonie, essi ritenevano di dover avere il primato sia morale e civile quanto ecclesiastico nelle colonie stesse. In fatti essi soli erano ammessi alle cariche pubbliche che erano considerate di loro diritto esclusivo. Questo privilegio però, col decorso degli anni, venne meno quasi ovunque; rimase in vigore in Piana sino al 1819, anno in cui le nuove leggi distrussero ogni disuguaglianza fra i cittadini. Gli Albanesi mantennero intatto il primato morale ecclesiastico dal momento che i Latini vengono considerati stranieri in quelle comunità, in cui predominano il linguaggio e i costumi epiroti, e le Chiese si rifanno al rito greco: salvo che a Mezzoiuso, dove vi sono due culti, l’uno greco e l’altro latino, grazie ad una transazione a cui convennero i due cleri di quel paese nel 1681. Non mi soffermerò sulle scissioni e sulle discordie continue che per moltissimo tempo turbarono i due cleri nelle colonie albanesi di Sicilia.

Durante i primi secoli del loro insediamento, senza una stabilità politica e senza un vescovo di rito ortodosso, i giovani greci[2] che intendevano dedicarsi al sacerdozio erano costretti a studiare nei seminari cattolici e, per essere ordinati sacerdoti, dovevano recarsi a Roma. Da ciò derivarono due gravi problemi: primo, essi non potevano approfondire mai le conoscenze liturgiche e la disciplina della loro Chiesa; secondo, i loro viaggi nella capitale del mondo ortodosso risultavano molto dispendiosi. Per cui, divenendo esiguo il numero dei sacerdoti e divenendo il clero ortodosso sempre più ignorante, c’era il palese pericolo della completa estinzione del rito, nonché del linguaggio e dei costumi patri.

Questo stato penoso perdurò fino a circa la metà del secolo scorso[3]. Viveva a quei tempi P. Giorgio Guzzetta, della Congregazione dei Padri Olivetani di Palermo e questi, mosso da quello zelo potente che contraddistingue i grandi uomini quando si pongono lo scopo di procurare un bene generale a una nazione, con i suoi modi risoluti e con cure infaticabili giunse ad ottenere da Carlo III, allora regnante sulle Due Sicilie, il permesso di fondare un collegio Greco in Palermo, ed inoltre una dotazione in denaro molto rilevante, detratta dalle mense dei vescovi cattolici, sotto la cui giurisdizione si trovavano le colonie.

P. Giorgio Guzzetta

Padre Giorgio Guzzetta (1682 – 1756), fondatore del collegio greco-albanese di Palermo

Fatto questo primo passo, si cercò di ottenerne un secondo, e cioè la designazione di un vescovo greco per le sacre ordinazioni. Pochi anni dopo aver ottenuto il primo risultato le colonie, unanimemente, si rivolsero al re per raggiungere anche il secondo obiettivo. Dovettero, però, subire le proteste dei vescovi latini, che ritenevano tale novità superflua e inammissibile perché avrebbe offeso in profondità i diritti antichi della loro giurisdizione. Per dirimere la vertenza sorta tra le opposte fazioni, il re Ferdinando IV ne affidò l’esame alla suprema Giunta di Sicilia, ed è famosa l’arringa dell’illustre Saverio Mattei che, in questa occasione, scrisse a difesa dei Greci. La causa fu risolta a loro favore sul finire dell’anno 1782. Ottenute in seguito le approvazioni di Roma e la destinazione della mensa per il mantenimento del nuovo Prelato, col decreto del 10 Gennaio 1784 fu nominato il primo vescovo italo - greco in Palermo: monsignor Giorgio Stasi, già rettore in quel Collegio. Il Decreto Regio fu approvato dalla Bolla di Pio VI del 6 febbraio dello stesso anno, e fu destinata come congrua l’Abbazia commendata di S. Maria di Eula nella diocesi di Messina.

Allo Stasi successero due altri vescovi, ed il quarto, che attualmente[4] governa, è Monsignor Giuseppe Crispi, uomo dottissimo nella cultura e nella lingua greca, nonché esperto nella conoscenza di altre lingue orientali e delle antichità patrie. È autore di molte opere, tra le quali spicca il suo Corso di Grammatica Greca, tanto considerata dai giornali più accreditati d'Italia e di Francia e da Le Sage, che lo colloca nel suo Atlante tra i libri che meritano di essere consultati in fatto di lingua greca.

Foto Giuseppe Crispi

Monsignor Giuseppe Crispi (1781-1859)

Le colonie siculo - albanesi non mancano certo di altri uomini illustri, ed è un vanto di quest’opera onorarne qui la memoria. Il P. Giorgio Guzzetta, già fondatore del Collegio Greco di Palermo, può meritare degnamente dalla sua nazione il titolo di padre della patria: infatti egli non rivolse ad altro le cure di una intera vita che al bene dei suoi connazionali. Oltre al Collegio, fondò in Piana una Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri per i sacerdoti celibi di rito greco - bizantino, e un Collegio di fanciulle albanesi, ove le quali fossero educate nella pietà, nelle pratiche del rito e nelle industrie femminili, vestendo l'abito delle monache Basiliane. Si distinse per la erudizione e per la conoscenza delle lettere greche e latine, ed esistono di lui una Cronica della Macedonia fino ai tempi di Skanderbeg, un Etimologico, una erudita Apologia delle Monache del Salvatore in Palermo e molti diplomi greci interpretati.

Il P. Antonio Brancato, cooperatore principale di P. Giorgio nella edificazione del Collegio di Maria di rito greco nella Piana, fu anch’egli un uomo meritevole del ricordo dei posteri. È autore di varie poesie sacre albanesi. Paolo M. Parrino nacque a Palazzo Adriano e morì a Palermo nel 1765. Scrisse varie opere redatte in puro latino, e fra le altre una Dissertazione sul Rito Greco in Sicilia, e una Storia dei Sacramenti. Questi manoscritti si conservano a Palermo nella biblioteca del Collegio Greco.

Girolamo Matranca, chierico regolare del secolo XVII, è ricordato come degno di lode da vari scrittori ed è menzionato in vari dizionari biografici di uomini illustri. Fu cittadino della Piana e morì nel 1679.

Monsignor Catalano, monaco Basiliano e poi arcivescovo di Durazzo, nacque a Mezzoiuso. Nella biblioteca del Collegio Greco di Palermo si conserva un suo Dizionario Italiano-Albanese e Albanese-Italiano in forma manoscritta con allegato un saggio di grammatica e varie canzoni albanesi.

Nicolò Chetta, nativo di Contessa, fu rettore del Seminario Greco, e la comunità albanese lo ricorda come uno dei suoi più grandi benefattori. Lasciò vari scritti sulla lingua albanese, un vasto dizionario ed un Etimologico dello stesso idioma, nonché una Storia dell'Epiro e della Macedonia.

Il Conte Alessandro Manzoni della Piana visse agli inizi del secolo corrente[5].

Niccolò Chetta, rettore del seminario greco-albanese

Nicolò Chetta (1741 – 1803), rettore del seminario greco-albanese

La sua dottrina e la sua eloquenza, che esercitava nel Foro, lo resero talmente autorevole presso i Siciliani, che la sua figura influì moltissimo nell'andamento degli affari dell'isola in quell'epoca difficile e tempestosa, e nel Parlamento Siculo del 1812, fu una delle personalità più luminose.

Sono anche degni di nota Costantino M. Costantini per i suoi Commentari ai decreti ed atti ministeriali, per il poema didascalico il Colombaio, e per l'altro poema incompiuto sui Vespri Siciliani; P. Serafino Guzzetta, Carmelitano Scalzo e, per come si siano distinti per le missioni nella Chimera in Albania, Monsignor Skirò, Arcivescovo di Durazzo e Monsignor Basilio Matranca.


[1] In realtà, il paese è noto come Piana degli Albanesi. L’autore si riferisce erroneamente alla località con il nome di Piana de’ Greci perché il rito ortodosso, in voga in questa località, utilizza come unica lingua veicolare la lingua greca. A partire dagli anni sessanta del XX secolo, il paese è ufficialmente noto come Piana degli Albanesi (N.d.R.).

[2] Ogni volta che l’autore si riferisce alla popolazione del luogo parlando di Greci, in realtà il solo criterio utilizzato è quello del rito ortodosso. È chiaro, dunque, che i Greci sono in realtà gli Albanesi trasferitisi nel luogo (N.d.R.).

[3] Con “scorso” l’autore si riferisce al secolo XVIII (N.d.R.).

[4] Con “attualmente” l’autore si riferisce all’anno 1847, anno di pubblicazione del libro dal quale è tratto il brano (n.d.r).

[5] Trattasi del 1847 (N.d.R.).

Liberamente tratto da Su gli Albanesi ricerche e pensieri dell’autore Vincenzo Dorsa

Link versione albanese: Shqipëtarët në Siçili. Disa çështje të tyre. Kolegji grek i Palermos. Njerëz të shquar.

domenica 10 aprile 2011

L’albanese: madre della lingua greca

Il primo idioma della lingua ellenica

La lingua albanese ci aiuta a capire lo sviluppo della lingua greca, dagli antichissimi tempi pelasgici fino al periodo alessandrino.

Le antiche lingue e soprattutto la lingua pelasgica erano lingue per di più composte da consonanti. Vi riporto l’esempio di alcuni studiosi sulla parola MPS di una iscrizione trovata in Asia Minore, che leggono MOPSOS. Qui si accenta la lettera M. Nell’epoca Omerica non abbiamo più l’accento di consonanti, ma l’introduzione di vocali che prendono anche l’accento delle consonanti. La lingua albanese conserva anche la pronuncia con l’accento delle consonanti! Per esempio la parola greca palami deriva dalla parola pelasgo-albanese plem. Qui si accenta la consonante L. con l’introduzione della vocale A che segue la consonante L e prende l’accento; la parola diventa quindi palàma, così nel dialetto dell’Attica abbiamo palami, in albanese pëllëmba (palmo della mano).

Copertina del libro (versione albanese)

Copertina del libro (versione albanese)

La stessa cosa succede con la parola karma o kirma. L’equivalente in lingua albanese è kërmë (carcassa).

La parola albanese motër (sorella) coincide con la parola mitir – mitros che significa madre in greco antico. Questo si spiega con il fatto che, nella civiltà primitiva, la sorella maggiore aveva, in famiglia, anche il ruolo della madre, come spiega G. Stamatakos nel suo dizionario.

La parola ujk (lupo, in albanese), che si pronuncia anche ulk diventò ulikos e dopo likos in greco.

La parola etero in albanese è një tjetër (un altro). Qui vediamo che NTR significa një tjetër (un altro) e non semplicemente tjetër (altro). Fra le consonanti vengono introdotte le vocali e in definitiva abbiamo enetero (enEtero) = një tjetër (un altro), in albanese njëtër (un altro).

In albanese, abbiamo la parola sipër = sopra. La parola greca corrispondente è iper e quella latina super. L’albanese è più vicino al greco ed è l’anello mancante che collega al latino e aiuta a capire come si pronunciava la “famosa” F in greco antico, pronuncia che i greci furono costretti a eliminare del tutto. Ma la lingua albanese, proprio perché meglio di tutte conserva la lingua pelasgica, conserva anche la sua pronuncia.

Visto che in generale la F si pronuncia a volte come F e a volte come V, le parole Vras = Vreo (uccidere), Vesh = Vesho (orecchio), Var = Vero (appendere), sono comprensibili. La lettera F del greco antico non aveva solo questa pronuncia, ma anche un'altra stabilita dai Romani, e, in definitiva, rimase F e si perse V. Per esempio la parola greca antica ficos nella lingua greca divenne sikos, in latino rimase ficus e in albanese abbiamo fik.

Il prefisso greco para deriva dalla parola pelasgo–albanese per con l’inserimento della vocale A.

Che gli studiosi si siedano, studino seriamente la lingua albanese “povera” e “barbara” e sottovalutata, che gli arbëresh e gli albanesi, che si trovano fuori dall’Albania, la smettano di disprezzare la loro lingua, ma che la insegnino anche ai loro figli.

Che si tenga presente che questa lingua albanese “barbara” è la madre della lingua di Omero, Eschilo, Erodoto, Tucidide, e anche della famosa lingua conosciuta come dialetto dell’Attica. È la lingua antica dei nostri antenati, i pelasgi, che alcuni scienziati vogliono fare scomparire come per magia, dimostrando che gli elleni non vengono dalle montagne dell’Albania ma dall’Egitto e dalla Mesopotamia. Credo che queste teorie avrebbero potuto prendere il sopravvento se non esistesse oggi “l’albanese barbaro”. Oltre il grande padre DIAU (il sole) e la grande madre DHEA (la terra), che sono i “genitori” della vita, adorerò anche la lingua albanese che mi insegnarono i miei nonni e i miei genitori.

È molto importante (per gli elleni) conoscere quello che credi e sapere perché lo credi. È proprio questo che ci differenzia dai popoli orientali.

Liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipja: nëna e gjuhës greke

domenica 3 aprile 2011

Il Codice Purpureo di Berat

L’Archivio di Stato albanese è l’unico, in tutta l’Europa, che vanti il possesso di un codice così antico. È pur vero che la Biblioteca Nazionale di Parigi ha acquisito un gran numero di papiri egiziani molto antichi, ma nessun’altra biblioteca europea dispone di un libro sotto forma di codice che, secondo molti specialisti, viene fatto risalire all’inizio del VI secolo d. C! Ma di cosa si tratta?

Codex Purpureus Beratinus

Codex Purpureus Beratinus

Il Codice Purpureo di Berat contiene 100 pagine in pergamena scritte su due colone di dimensioni 31.4 x 26,8 centimetri. Il Codice è scritto in lingua greco bizantina, e contiene due dei Vangeli più antichi: il Vangelo di S. Matteo e il Vangelo di S. Marco. Il suo testo ha una struttura insolita: le lettere non sono scritte con inchiostro ma sono in oro ed argento. L’alternanza dell’oro e dell’argento è stata fatta intenzionalmente sia per ragioni estetiche e sia per ragioni legate alla struttura organizzativa del testo dei Vangeli, e ciò comporta una originalità unica in questo tipo di codici antichissimi. L’intuizione di usare lettere in oro e argento è stata provvidenziale per la conservazione del testo. Se lo stesso testo fosse stato scritto con il normale inchiostro di quei tempi le possibilità che esso potesse arrivare ai giorni nostri sarebbero state minime.

Per fortuna, il codice è stato compilato con caratteri metallici, e ciò ci ha dato la possibilità di avere oggi il testo integro e completo. Le lettere in argento e oro sono state composte utilizzando una tecnica eccellente e con una calligrafia bellissima. L’aspetto interessante è che, oltre le lettere semplici dell’alfabeto bizantino, troviamo anche monogrammi comprensibili secondo il codice alfabetico della tarda antichità ma non usati in tempi più recenti. È stata proprio questa particolarità che ha spinto uno dei più famosi studiosi di testi del greco bizantino, P. Battifol, a classificare il codice come appartenente al VI secolo d.C. Questo tipo di scrittura (greco - bizantina) è molto simile a quella utilizzata in alcune iscrizioni presenti nei mosaici del VI secolo d.C. rinvenuti in Albania. Riporto come esempio l’iscrizione della cappella dell’anfiteatro di Durazzo, e soprattutto l’iscrizione di un salmo biblico rinvenuto a Ohrid; iscrizioni, queste, che, come abbiamo detto, sono del VI secolo d. C.

 La cappella dell’anfiteatro di Durazzo

La cappella dell’anfiteatro di Durazzo

Nel codice in questione troviamo come motivo decorativo un cuore rosa purpureo. Fino ad oggi non è stato spiegato il significato del cuore purpureo. È stata suggerita l’ipotesi che l’ideogramma sia collegato con il cuore dello stesso Cristo, ma questa è soprattutto una spiegazione metaforica e letteraria più che teologica, perché si sa che i principali simboli ricollegabili al Cristo sono due: il pesce e la croce. Se reputiamo che il simbolo del cuore abbia un significato profano e laico, allora ci allontaniamo dalla spiegazione teologica. È probabile che il cuore si colleghi con lo stemma araldico dei possessori di questo codice, che si pensa siano stati dei principi, o addirittura a qualche simbolismo diffuso nel VI secolo ma oggi del tutto dimenticato.

Questo codice è stato portato in Cina per un restauro generale negli anni ’70 del secolo scorso. Il restauro si era reso necessario perché le condizioni del codice erano ormai critiche. Gli specialisti cinesi hanno fornito informazioni preziose sul codice. Inoltre hanno dimostrato che la pergamena è stata fatta con pelle di capretto. È stato calcolato che, per realizzare le pagine del codice, siano stati uccisi circa cento capretti. Fino ad oggi si è fatto riferimento al parere autorevole dello studioso P. Battifol il quale, basandosi soprattutto sulla calligrafia, data il Codice al VI secolo d. C. Tuttavia vorrei fare una supposizione personale. La questione della cronologia non è mai assoluta e semplice. Credo che se dovessimo sottoporre il Codice agli esami resi possibili dalle tecnologie più moderne, si potrebbe scoprire, come pensano molti studiosi , che il Codice in questione risalga al V secolo d.C.

Sempre secondo il mio parere, il documento potrebbe essere stato composto nel periodo compreso fra il regno dell’imperatore Anastasio I di Bisanzio (nato a Durazzo) e quello dell’imperatore Giustiniano (di origine illirica). Questa ipotesi diventa più credibile quando, analizzando il testo dei Vangeli di S. Matteo e S. Marco, ci accorgiamo che il Codice è stato redatto quando ancora non esisteva la canonizzazione definitiva dei Vangeli. Ci sono discrepanze nelle frasi e nelle idee espresse nel testo dei due antichi Vangeli. Tali discrepanze costituiscono un importante arricchimento per la scienza. La loro importanza non è solo filologica ma soprattutto teologica. Si sa che fra il V e il VI secolo i Vangeli non sono ancora canonici e sono influenzati dai Vangeli apocrifi. Si pensa che i Vangeli del Codice di Berat possano aver subito gli influssi degli antichi Vangeli siriaci, ma anche dei Vangeli occidentali. Il mio parere è che il codice di Berat sia uno dei tre codici di questo tipo più antichi del mondo. Il primo è un codice del IV secolo che si trova nel Sinai; il secondo risale al VI secolo ed è conservato nell’archivio di Mosca. Il codice del Sinai è in lingua aramaica. Di rilevante importanza è il testo del Vangelo di S. Marco perché, secondo i biblisti tedeschi, S. Marco si è basato su un altro documento molto più antico, convenzionalmente chiamato Documento Q oppure Ur Marcus. Nel XIX secolo, il vescovo di Berat, Anthin, è stato uno degli uomini più dotti del suo tempo. Anthin ci ha lasciato un libro meraviglioso con dati inestimabili non solo per la cultura ecclesiastica medievale dell’Albania, ma anche per l’intera cultura antica. Il vescovo Anthin ha consultato il Codice ed è stato il primo in assoluto che si sia convinto che esso sia stato composto da Giovanni Crisostomo.

Giovanni Crisostomo è una delle figure più geniali della chiesa cattolica di tutti i tempi. Una leggenda dice che Giovanni Crisostomo sia vissuto per un po’ di tempo nell’area dell’Albania del Sud. Un illustre studioso di documenti ecclesiastici come Zef Valentini, in una sua pubblicazione enciclopedica intitolata “Kronologjia Shqiptare” (La cronologia Albanese), ha documentato che Giovanni Crisostomo nella sua gioventù è vissuto in un monastero dell’Epiro del Nord, e cioè in terra albanese. Giovanni Crisostomo è morto nel 407 d.C. ossia nel V secolo. Se (la leggenda o) l’informazione che ci ha dato il vescovo Anthim fosse esatta, questo avvalorerebbe la mia ipotesi che il Codice Purpureo di Berat sia del V secolo e non del VI. Penso anche che non possa essere una coincidenza la leggenda che vuole Giovanni Crisostomo per un periodo in Albania e, in ogni caso, non è stata fatta nessuna analisi scientifica con i mezzi attualmente a nostra disposizione per determinare con esattezza assoluta se il Codice sia del V o del VI secolo.

Nel 1964 la Biblioteca di Vienna offrì allo Stato albanese un milione di dollari per avere il Codice. Oggi esso ha un valore di dieci milioni di dollari. Ovviamente questa è soltanto una stima convenzionale, perché il prezioso documento ha, in realtà, un valore inestimabile. Durante la Prima Guerra Mondiale il Codice Purpureo è stato cercato dagli Austriaci senza successo. Nel 1944 i nazisti misero davanti al plotone d’esecuzione i sacerdoti della cattedrale di Santa Maria a Berat, per sapere dove fosse nascosto non solo questo codice ma anche altri preziosi reperti, ma i sacerdoti albanesi si rivelarono dei grandissimi patrioti e pagarono con la vita il loro silenzio. La conservazione del Codice Purpureo, ma anche di altri codici, ha avuto una strana metodologia. Un segreto e ristretto gruppo di persone, tre, per la precisione, che ovviamente era legato alla chiesa, affidava ad un solo membro il segreto sul posto dove era nascosto il Codice. Gli altri membri del consiglio conoscevano soltanto il nome della persona che era responsabile davanti a Dio e alla nazione dell’integrità del documento. Prima di morire il depositario del segreto avvisava il consiglio che era giunta l’ora in cui un'altro avrebbe dovuto occuparsi dell’incombenza. L’ultima persona che fece parte di questo consiglio fu Nasi Papapavli. È interessante dire che quando Nasi Papapavli capì che stava per morire, decise di derogare dalla legge secolare del consiglio segreto. È pur vero che l’accademico albanese Aleks Buda andò per molti anni da Nasi Papapavli in nome della nazione e dello stato albanese con la speranza di sapere dove fosse nascosto il codice ma Papapavli non si lasciò mai convincere a rivelare il segreto. Negli anni ’60, dopo la sua improvvisa malattia, esisteva solo un’opportunità: quella di seppellire, con la sua morte, anche le speranze di sapere dove fosse nascosto il prezioso codice. Ma Papapavli scelse una seconda alternativa: visto che gli altri membri del consiglio segreto erano già morti e il codice rischiava di non vedere mai più la luce del sole, egli “tradì” la sua consegna, rivelando il posto dove era nascosto il Codice Purpureo ed altri antichissimi reperti. Questo posto esiste ancora oggi ed è tuttora individuabile vicino all’abside nella cattedrale della Santa Maria a Berat. I codici furono recuperati in un momento critico: a causa dell’umidità, erano a rischio di frantumarsi. Fino al 1944 i documenti, incluso il codice del VI secolo, erano in condizioni relativamente buone. Con il Codice Purpureo si celebravano le messe solenni; la sua buona conservazione è da ascriversi a merito dello stato albanese che se ne prese cura, salvandolo. Ma lo stato totalitario non riconobbe il valore del grande patriota Nasi Papapavli, che era una persona semplice. Egli merita sicuramente il rispetto e la riconoscenza di tutto il mondo della cultura perché, senza di lui, oggi non avremmo questo tesoro inestimabile la cui rilevanza supera i confini dell’Albania essendo patrimonio di tutta l’umanità. Il Codice Purpureo di Berat del VI secolo d.C. rappresenta un enorme vanto per il patrimonio culturale dell’Albania, il cui popolo sarà per sempre riconoscente a quei sacerdoti di Berat che, con il loro silenzio, preservarono questa meraviglia.

Liberamente tratto dal libro Mes Laookontit dhe Krishtit dell’autore Moikom Zeqo

Traduzione dal albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Kodiku i Purpurt i Beratit