mercoledì 30 marzo 2011

Due anni

Di Adele Pellitteri

Oggi è un giorno speciale per questo blog. Sarebbe stato inappropriato che il maggiore referente scrivesse qualcosa per esaltarne i contenuti e le potenzialità, pertanto ho accettato la piacevole incombenza.

Sebbene io sappia che è opportuno che vi parli del blog, e dei numerosi sostenitori accumulati nei due anni appena trascorsi, non intendo farlo.

Non lo faccio perché i contenuti sono noti. La lingua albanese è un enigma per moltissimi linguisti, e gli studiosi che hanno cercato di dare spiegazioni impopolari si sono ritrovati code sterminate di detrattori pronti a manifestare un giusto/ingiusto dissenso. E poi perché non sono un’esperta, rischierei un fastidioso fuori tema. E infine se vi facessi un lungo e elaborato sunto dei contenuti trattati dal blog da due anni a questa parte, perderei l’occasione di rendere il post del suo anniversario veramente speciale.

Mi accingo dunque a introdurre il vero argomento: il blogger.

Si tratta di un giovane albanese, come ce ne sono molti. Il suo nome è Elton. Vive e lavora a Palermo. È uno di quei figli dell’Aquila che continua ad amare la sua terra e la sua lingua con una passione e una devozione invidiabile. Il suo contributo consente di saperne di più su una lingua che ha affascinato migliaia di studiosi proprio per la sua enigmaticità. Il suo blog è enigmatico, come lui, Elton, a volte un enigma anche per se stesso. Eppure, sebbene ci siano momenti in cui è faticoso vivere la sua vita, la forza di volontà che alimenta la sua esistenza non ha eguali. Si tratta di una volontà appassionata, non costretta, alimentata da letture complesse e insolite. È un personaggio insolito, Elton, e per questo ha un fascino capace di catturare l’ascoltatore o il lettore.

Lui cattura, Elton. Lo fa con un’idea che ha una forza decisa, un po’ collerica a volte, ma sempre rispettosa.

Non intendo andare oltre. Un enigma è affascinante solo perché è un enigma. Se lo sciogli, perde il fascino che ha faticosamente accumulato. Pertanto concludo invitandovi sempre più numerosi alla lettura del blog, delle sue testimonianze e dei punti di vista raccolti. Adesso sapete qualcosa in più sull’uomo che ne è il principale regista. Davvero molto poco, lo so. Ma vi basti sapere che è un uomo con un’idea. E in tempi di magra come questi, è davvero rassicurante che ce ne siano ancora.

I miei più calorosi auguri per questo giorno speciale, Elton.

Adele

Link versione albanese: Dy vjet

domenica 27 marzo 2011

Frammenti di iscrizioni

Non molto distante dalla tomba Vend-Kahrun si trova un altro bellissimo sepolcro con pitture murali e qualche iscrizione. Vi figurano due porte dipinte, con ai lati due personaggi.

La figura sinistra della porta laterale è facilmente riconoscibile come Kahrun, non solo dall’aspetto e dalla bipenne che tiene in mano, ma anche dalla iscrizione ben leggibile vicino alla sua testa.

Invece non è individuabile la persona raffigurata a destra della porta, essendo l’iscrizione quasi interamente deteriorata e sarebbe inopportuno azzardare una qualunque ipotesi seria. Però non vi è dubbio che si tratti di una figura maschile dall’aspetto gentile, contrariamente a quello burbero di “Caronte”, pur vestendo abiti simili.

Il messaggio epigrafico leggibile si presenta cosi:

image

image




Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano




KHA

Kah

Verso

RUN

run

la conservazione

KHUN

kund

luogo

KHU

ku

dove è

LIS

lis

la fiera casata

La parola Lis, in questa iscrizione, non è al plurale: qui ha il significato etnografico di discendenza dalla stessa casata. Come aggettivo, Lis assume il valore attribuito personale, cosi per esempio: Ësht lis, letteralmente è una quercia, significa uomo solido, onesto, fiero. Ha inoltre un significato composto per esprimere la fierezza della stirpe, come nelle locuzioni: Lisi i gjinisë = la quercia della genesi, Lisi i gjakut = la quercia del sangue.

La porta (Dera) in albanese è simbolo di casata, oppure Ju mbyll dera = gli si è estinta la casata. Perciò le porte raffigurate in questa tomba possono voler simboleggiare la casata. D’altra parte non si può scartare l’ipotesi che le porte rappresentino il passaggio da una vita all’altra.

Di fronte all’ingresso della tomba, in fondo alla scala, appare un ‘altra porta uguale alla prima, ornata con una cornice di pitture floreali. Ai due lati è dipinto “Caronte”. Al di sopra della figura di destra si distingue bene la scritta KHARUN, mentre l’altra purtroppo è illeggibile:




image

Un po’ più lontano si trova una tomba spaziosa, adornata con dipinti murali di soggetti vari, ingiustamente e inspiegabilmente chiamata “La Tomba dell’Orco”. Si tratta di un’opera scavata con un lavoro di notevole impegno e affrescata con rara maestria.

Ogni parete raffigura un soggetto diverso, accompagnato da brevi iscrizioni, la maggior parte delle quali appare rovinata dal tempo e forse dall’imperizia e negligenza dei primi scopritori.

Per fortuna, qualche scritta si è conservata, tanto da poterla leggere e interpretare il suo significato.

È una magra consolazione poterne comprendere solo tre, fra tante iscrizioni, ma il tempo consuma la bellezza e rende inafferrabili i messaggi di coloro che intendevano far conoscere ai posteri le loro vicende umane. In compenso imprime loro una patina di vetustà, velata di mistero.

Leggiamo dunque questa lapidaria iscrizione:

image

image







Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano




NE

Nell’

ITHNIA

idhnia

afflizione

Questo messaggio murale si trova esattamente sopra la testa della figura a destra, probabilmente una donna. Purtroppo, l’iscrizione di fronte al suo volto è illeggibile.

Alla destra della donna è dipinto un personaggio maschile dalle fattezze robuste. Al suo lato si vede un iscrizione che va dalla testa al gomito, ma neanche questa è leggibile.

Sarebbe stato interessante conoscere il dialogo tra questi due personaggi, separati da un albero sui cui rami si muovono due piccolissimi uomini, che forse rappresentano le anime dei defunti di quella casata.

Su un ‘altra parete appare un grande dipinto scrostato, frammentato nel suo concetto come per deviare il simbolo delle idee frantumate nella descrizione di un evento importante che doveva essere raccontato ai posteri, ma il tempo ha tutto occultato, salvando appena poche lettere:

image

image







Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano




U

U

Sia

THUSTE

thashtë

raccontato

Cosi non sappiamo che cosa avremmo dovuto sapere: qualche cosa che, purtroppo, ci è stato negato… ed è un vero peccato!

Il tempo ha voluto che questo dipinto superbo arrivasse a noi in una dimensione metapsichica, dove una bella testa di donna si è conservata intatta tra le altre nascoste dalle nebulose, proprio per narrarci una frase saggia per loro, che diventi guida per noi:

clip_image015[4]

clip_image017[4]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano




APN

Apun

Aperto

C..

kah

al (verso)

FEL

fal

perdono

KHE

ke

ottieni

FEL

fal

perdono

La parola Fal ha in albanese il significato di preghiera, perdono, dono. Per esempio, con l’espressione Shumë të fala = Molte (somma di) preghiere, perdoni, doni per te, si termina una lettera o si formula un saluto.

In questa iscrizione la parola Fel ha certamente valore di perdono. Però nella sua laconicità epigrafica è probabile che questo messaggio di fede avesse un triplice significato, come per esempio: Apriti alla preghiera, al perdono, al dono, e riceverai preghiera, perdono, dono.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

Link versione albanese: Fragmente mbishkrimesh

domenica 20 marzo 2011

Nazione e religione nell'identità albanese (2)

Di Roberto Morozzo della Rocca

Università di Roma

-seconda ed ultima parte-

Link prima parte: Nazione e religione nell'identità albanese (1)

Il marxismo è stato la teologia di questa religione, necessario forse per accordarla con la modernità. In verità, il marxismo in Albania non nasce da un’ispirazione del Profeta, si chiamo pure Enver Hoxha. È stato invece un fenomeno storico: è stata la risposta rabbiosa e disperata ad una società che era rimasta al livello feudale, la più arretrata d’Europa, con tassi altissimi di miseria ed analfabetismo[1]. E tuttavia, il marxismo ha servito egregiamente la religione albanese della nazione, fornendole parole d’ordine, obbiettivi, riti e dogmi. Tutte le asserite conquiste del marxismo albanese, l’uomo nuovo, la società degli eguali, sono state considerate esclusive non tanto del marxismo, quanto della nazione albanese.

In Albania, d’altra parte, la fede della nazione non ha avuto concorrenti temibili. Le religioni albanesi non ne hanno minacciato il primato nella cultura e nella vita pubblica albanese. L’egemonia ideologica del nazionalismo ha anzi influenzato profondamente le comunità religiose albanesi.

L’Albania è un paese mediterraneo molto particolare: è l’unico della riva Nord ad essere a maggioranza musulmana. Ora, l’Islam albanese è tutt’altro che integralista, ha tendenze sintetiche, ha un concetto debole dell’Umma dei credenti nel Corano, ha tradizioni ancora povere[2]. Non è un islam che forgia un’identità nazionale, pur contando formalmente sul 70% della popolazione. Del resto, il passaggio dal cristianesimo all’Islam di parecchi albanesi, lungo l’età moderna, sotto il dominio ottomano, è stato definito da taluno, non senza ironia “un atto di politica alimentare”: era un modo di sopravvivere[3].

Le comunità religiose albanesi, com’è noto, sono fondamentalmente quattro: la musulmana sunnita, la musulmana bektashi (questa setta di dervisci, con elemento dottrinali ad un tempo sciiti e cristiani, misterica ma anche aperta alle ideologie della modernità, coinvolgeva prima del comunismo intorno al 15% della popolazione), ortodossa (circa il 20%), la cattolica (circa il 10%)[4]. Ebbene, nelle mie ricerche sull’Albania contemporanea ho riscontrato come queste comunità religiose si siano strettamente legate alla passione nazionalista, assumendola come tratto privilegiato della loro azione[5].

Le riviste cristiane e musulmane, i discorsi dei capi religiosi, le dottrine sociali e politiche delle diverse religioni, tendevano in Albania sempre a sottolineare la centralità della questione nazionale. Qualora una comunità religiosa aveva contrasti con un'altra, era tutto un vantare, da una parte e dall’altra, le più alte benemerenze patriottiche. Lo stesso accadeva se una comunità religiosa era in urto con il potere civile: per prevalere nella querelle, entrambe le parti rincaravano il nazionalismo. Quasi che il dogma della nazione fosse al di sopra dei dogmi confessionali o della ragion di Stato.

Qualche minoranza religiosa – è vero – non valorizzava troppo il discorso nazionalista, ma il fenomeno è secondario. Penso alle poche migliaia di ortodossi grecofoni della Bassa Albania, che però costituivano più un problema etnico che confessionale, oppure ad alcuni gesuiti di Scutari, peraltro cittadini italiani, i quali comunque avevano un loro peculiare attaccamento alla terra albanese.

Anche il luogo comune che vuole gli albanesi di diverse fedi sempre uniti quando la patria è in pericolo non è un’astratta idealizzazione. In effetti, in virtù della professione di fede patriottica a tutti comune, si guardava agli albanesi di diversa religione come a dei fratelli non appena si aveva da condividere una qualche emergenza per la nazione. È vero che, poi, si riprendeva a vederli come diversi o inferiori in fatto di civiltà una volta tornati alla normalità. Ma di fronte ad ingerenze, minacce, invasioni straniere, le religioni albanesi si sono di regola scoperte solidali nella difesa della patria. In questo senso può essere in buona sostanza respinta l’accusa tradizionalmente rivolta alle religioni albanesi, di essere state fattore di divisione e pertanto di debolezza nazionale[6].

Quando Hoxha, nel 1967, metteva al bando le religioni in quanto antinazionali, quali che fossero i veri moventi della sua azione, la fondava particolarmente su questa accusa[7]. Ma Hoxha sapeva probabilmente di semplificare la questione, in vista dell’uso politico che ne doveva fare.

Indubbiamente le religioni sono state considerate dai nemici esterni dell’Albania come strumenti di penetrazione nel paese, ma questo non significa che le comunità religiose albanesi intendessero essere loro complici. In realtà esse erano permeate della cultura nazionalista egemone e condividevano l’idea nazionalista, vissuta come destino sacro e fatale. Così era, tra le due guerre, per gli ortodossi impegnati a fondare e sostanziare l’autocefalia e a rigettare la cultura greca: per taluni dei francescani che inclinavano – loro religiosi cattolici – alla xenofobia; per i bektashi che vantavano per sé i maggiori patrioti albanesi e identificavano nella patria “il massimo di tutti i beni”[8]; per i musulmani sunniti che, dopo qualche incertezza iniziale, sentivano l’Albania indipendente ed i palazzi di potere, a Tirana, come loro creature esclusive.

Non intendo affatto, con queste osservazioni, ridurre le religioni dell’Albania a entità irrilevanti, la cui unica funzione era o è di sostenere l’idea di nazione. Lo storico non può indagare l’assenza del fenomeno religioso, ma solo proporre una storia positiva dei comportamenti umani socialmente rilevanti, indipendentemente dal giudizio del sentimento religioso e della “fede” degli individui e dei popoli. Lo storico non può dire se gli albanesi siano o no un popolo religioso, benché ciò sia stato oggetto di infinite controversie politiche e letterarie. La “fede” è per sua natura realtà interiore, invisibile, incontrollabile. Lo studioso può invece ricostruire il ruolo di comunità, che ad una fede si richiamano, negli avvenimenti di una società e di un paese. In questo senso, si può rivelare la forte influenza che l’idea di nazione ha esercitato sulla cultura e sugli uomini di religione e sui credenti albanesi per un lungo periodo, stante che nessun credente vive al di fuori della propria determinata temperie culturale e sociale.

In conclusione, se gli albanesi non sono, dopo il crollo del comunismo, un popolo senza identità, questo è dovuto al sedimentarsi, ininterrotto, di una cultura in cui patria e nazione sono elementi tutt’altro che secondari. Le religioni hanno pure contribuito a questa cultura, inserendosi in tal modo pienamente nella corrente e nello spirito della vita albanese contemporanea. D’altra parte, è pur vero che una civiltà cristiana e una civiltà islamica dell’Albania sono realtà di fatto, che hanno plasmato l’identità di questa nazione, ma forse sarebbe meglio dire che ne hanno plasmato l’anima, che è qualcosa di cui lo studioso di cose storiche non riesce facilmente a parlare.


[1] Cfr. a questo proposito B. BARDOSHI e T. KAREGO, Le dèveloppementèconomique et social de la R.P. d’Albanie (1944-1974), Tirana, 1974 e, in altro senso, S. SKENDI, Albania, New York 1956; ma soprattutto il quadro dell’economia albanese tracciato in A. ROSSELLI, Italia e Albania: relazioni finanziarie nel ventennio fascista, Bologna 1986.

[2] Sull’Islam albanese cfr. A. POPOVIC, Les musulmans du Sud-Est europèen dans la pèriode post-Ottomane. Problèmes d’approche., (Journal Asiatique”, 26 (1975), pp. 317-360; P. BARTL, Die albanischen Muslime zur Zeit der nationale Unabhängigkeitbewegung 1878-1912, Wiesbaden 1986; oltre al mio, Nazione e religion in Albania(1920-1944), Bologna 1990.

[3] Cfr. il citato articolo sulla”Revue des deux Mondes”. La definizione in questione è del figlio del re Zog e aspirante al trono d’Albania, Leka I. su un piano più scientifico si vedano, a proposito dell’islamizzazione degli albanesi: BARTL, op. cit.; T. W. ARNOLD, The Preaching of Islam. A History of the Propagation of the Muslim Faith, London 1986; G. Stradmüller, Die Islamisierung bei den Albanern, “Jahrbücher für Geschischte Osteuropas”, 3 (1955), pp. 404-429; H. KALESHI, Das Türkische Vordringen auf dem Balkan und albanischen Volkes, in Südosteuropa unter dem Halbmond, hrsg. Von Peter Bartl und Horst Glassl, München 1975, pp. 125-138.

[4] Per un approccio complessivo alle religioni in Albania rimando al mio, Nazione e religione in Albania.

[5] Cfr. ibidem.

[6] Un tentativo di mettere a fuoco il rapporto tra religione e nazione, ovvero di appurare come fattore religioso incida sul nazionalismo, se in senso favorevole o contrario, in un recente studio di Eric J. HOBSBAWM (Nazioni e nazionalismo dal 1870. Programma, mito, realtà, ed. it. Torino 1991), il quale dopo una casistica che presenta situazioni molto contraddittorie non azzarda una conclusione univoca: “In definitiva: i rapporti tra religione e identificazione proto nazionale o nazionale restano complessi e assai poco chiari e, in ogni caso, non sono suscettibili di generalizzazione(p.80). a proposito dell’Albania, Hobsbawm rileva come gli albanesi avessero nell’Ottocento una coscienza nazionale piuttosto sviluppata “nonostante fossero divisi al loro interno da una quantità di fedi religiose molto maggiore di quella che normalmente si ritrova nell’ambito di un territorio dalle dimensioni all’incirca corrispondenti a quelle del Galles” (p. 79).

[7] Sulla lotta antireligiosa del 1967 e degli anni successivi cft. Le motivazioni e le ricostruzioni su cui si sofferma no poco, e con chiarezza, l’ufficiale Storia del Partito del Lavoro d’Albania, edita a cura dell’Istituto di studi marxisti – leninisti presso il Comitato centrale del Partito del Lavoro d’Albania, Tirana, 1971, pp. 652-258.

[8] L’espressione è del bektashi Naim Frashëri, considerato il maggior patriota albanese de secolo scorso (cft. N. Frashëri, Die Bektaschis, herausgageben und übersetz von Norbert Jokl, “Balkanarchiv”, 2 (1962), pp. 226-240).

Tratto da: LINGUA MITO STORIA RELIGIONE CULTURA TRADIZIONALE NELLA LETTERATURA ALBANESE DELLA Rilindja. Il contributo degli Albanesi d’Italia. Atti del XVII Congresso Internazionale di Studi Albanesi. Palermo 25 – 28 novembre 1991

Link versione albanese: Kombi dhe feja në identitetin shqiptar (2)

domenica 13 marzo 2011

Nazione e religione nell'identità albanese

Di Roberto Morozzo della Rocca

Università di Roma

-Prima parte-

Dopo le recenti vicende politiche e sociali[1], l’opinione pubblica italiana ed europea ha dell’Albania un’immagine di paese alla deriva, deprivato della sua identità dopo quasi mezzo secolo di regime comunista balcanico-staliniano. È l’immagine di un paese abbruttito e distrutto, da cui gli abitanti vorrebbero fuggire così come si abbandona una nave durante un naufragio.

Televisione e stampa – nell’impeto della caduta degli dèi del 1989 e del conseguente clima politico – tendono ad operare un azzeramento della realtà albanese, quasi che il periodo del comunismo, nello specifico caso dell’Albania, avesse ridotto al nulla l’intera storia e cultura del popolo albanese. Bismarck, nell’età degli imperialismi, riteneva che l’Albania fosse niente più che “un’astrazione geografica” destinata a scomparire. La pubblicistica odierna naturalmente non cita il cancelliere prussiano, ma in fondo non suggerisce, per l’Albania, destini migliori.

Sono semplificazioni dei media? Sono le loro iperboliche rappresentazioni ad uso di lettori e spettatori che poco sanno di cose albanesi? Personalmente sono convinto che l’Albania, malgrado il suo avvenire sia al momento incerto, non sia affatto un paese senza identità, escluso dalla storia comune europea, abitato da genti retrocesse a comportamenti e pensieri solo primitivi. Esistono correntemente varie interpretazioni sull’identità e sul presente albanese, che smentiscono l’immagine della tabula rasa.

I realisti dell’economia - vi accenno brevemente – ricordano come l’Albania sia il secondo produttore mondiale di cromo, come esporti energia nei paesi vicini e non manchi di risorse di vario genere per reimpostare vantaggiosamente un corso economico. È un modo, anche questo, per legittimare di nuovo la capacità d’autonomia di uno Stato albanese e per ridare fiducia alla sua popolazione.

D’altra parte, l’obiezione maggiore che si fa all’immagine di un’Albania deprivata di identità e di futuro viene da una visione tradizionale, al limite della retorica, che la cultura europea ha dell’Albania.

Sugli Albanesi e la loro terra la cultura europea ha prodotto, tra Otto e Novecento, stereotipi di ogni sorta: un paese selvaggio e puro; una popolazione indomita e sanguinaria; una religione e una civiltà tra oriente e occidente, tra bazar e monumenti del classicismo; sotto l’influenza di mille culture male assimilate e in realtà con l’unica cultura della natura e della forza; insomma un paese da choc. E molti intellettuali hanno visto il piccolo paese adriatico come un prisma attraverso cui proiettare i loro sogni o i loro incubi. Solo nel nostro secolo, l’Albania è stata la terra dell’uomo libero o del “buon selvaggio”, dell’uomo nuovo o dell’uomo primitivo, della libertà o della tirannia, del comunismo realizzato, come mai altrove, oppure del gulag sotto casa, paradiso incontaminato o invece residuo di mondo antico.

L’Albania come mito perdura a dispetto delle trasformazioni storiche e del crollo di uno stereotipo dopo l’altro. Non c’è più, in Albania, il più temerario e originale tra i comunismi, ma si può sempre attingere alle topiche tradizionali: l’albanese fiero e guerriero, l’albanese uomo d’onore e di istinti primordiali puri. Si veda quanto scriveva nel giugno 1990 la tanto antica quanto prestigiosa Revue des deux Mondes sotto il titolo Shqiprija pays des aigles (Albania paese delle aquile). La premessa è conseguente a una certa cultura francese: la geografia spiega molto, se non tutto, della storia. Ma, poi la cultura francese, a prescindere dal consueto esprit lessicale, non suggerisce interpretazioni particolarmente nuove:

Le milieu géographique suffirait presque à expliquer l’historie de l’Albanie…entre de rudes montagne… Ce paysage d’escarpements a façonné l’âme sans partage de l’Albanais… A nature ingrate, homme extrême, tanné au dehors et au-dedans, indiffèrent à la mort, nourri de la duvet du climat et de la peine à survivre. Code de l’honneur trace à la courbe même des reliefs. Nulle équivoque. La vérité est dans la mort, plus qu’aucun ne le sera jamais”[2]

Le conclusioni, pur nel medesimo genere letterario, devono tener conto della crisi odierna:

“Du sang dans les veines duquel coulait hier la conscience nationale d’un peuple irréductible et fier qui découvre aujourd’hui, dans sa caricature stalinienne, la fragilité de sa mémoire…”[3]

Più vicini al vero degli antichi e nuovi cantori del mito albanese sono stati - a mio avviso – coloro che, senza negare all’Albania un’identità e una originalità, l’hanno intravista nel travaglio storico del popolo albanese, descrivendo l’Albania come un paese esposto agli invasori, sempre costretto a difendersi, arretrato perché ai margini sia della civiltà occidentale che di quelle orientale, e non da entrambe arricchito e premiato. Le parole di Carlo Levi su Eboli – “nessuno ha toccato questa terra se non come conquistatore o un nemico o un visitatore comprensivo”[4] hanno una loro suggestiva validità per l’Albania.

Ma non vorrei proseguire nel presentare e nel discutere questa tendenza della nostra cultura che – per dirla sommariamente – vorrebbe definire un’identità dell’Albania attraverso i tradizionali miti e stereotipi della fierezza e dell’eroicità dell’albanese. Piuttosto vorrei, in quanto storico, contribuire a rispondere al quesito sull’identità albanese fornendo qualche elemento sul nazionalismo e sulle religioni tra otto e novecento. Ad essere schematici, credo che l’identità dell’Albania contemporanea sia debitrice, sotto un profilo ideologico, soprattutto delle correnti e del pensiero nazionalista. Il nazionalismo è stato per gli albanesi una sorta di religione, pur senza sostituire le religioni intese in senso proprio, con le quali ha avuto un rapporto complesso.

Il poeta albanese del secolo scorso, Vaso Pasha, esponente romantico del Risorgimento nazionale, ha particolarmente insistito sulla vera “fede” degli albanesi, che sarebbe poi l’essere albanesi. “La vera religione degli albanesi è l’albanismo” – è l’espressione di Vaso Pasha che gli albanesi ben conoscono. Enver Hoxha amava ripetere queste parole. Ramiz Alia le ha ribadite nel momento in cui rendeva di nuovo legali le religioni in Albania. Ma non è un concetto caro solo ai leader comunisti. Anche re Zog e il suo grande avversario, il vescovo ortodosso Fan Noli, professavano ammirazione per i versi di Vaso Pasha.

In effetti, se in Albania, dalla rinascita albanese ottocentesca a oggi, si cerca il motivo dominante della vita pubblica e della cultura, questo è il senso della nazione, l’esaltazione dell’amor di patria. Il valore supremo, per l’albanese, è la nazione.

La divinizzazione dell’identità albanese operata da Vaso Pasha si fonda su elementi, se si vuole, piuttosto semplici: è la sottolineatura delle bellezze della terra albanese che è “nostra” e di nessun altro, è la fede del sangue versato dagli antenati per difendere la patria. Ma Federico Chabod insegnava da par suo quale potente forza evocativa hanno i termini “terra” e “sangue” per formare l’dea di nazione e soprattutto il nazionalismo[5].

Altri popoli europei hanno conosciuto la fase romantica dell’idea di nazione e da questa sono passati al nazionalismo ed ai naufragi delle due guerre mondiali. Ma sembra essersi trattato, per l’appunto, di fasi transitorie di vicende nazionali complesse. In Albania la storia è stata diversa. L’epoca del Risorgimento albanese sembra essere eterna. L’identità nazionale albanese è stata a lungo soffocata, e poi ha talmente faticato per affermarsi, che l’atmosfera di esasperato patriottismo in cui scriveva Vaso Pasha si è prolungata indefinitamente.

Occorre immaginare quale quantitè nègligeable (quantità trascurabile) rappresentasse una popolazione albanese di poche centinaia di migliaia di abitanti nell’Ottocento, o di poco più settecentomila alla fine della prima guerra mondiale, per gli appetiti dei popoli vicini, i quali vivevano anch’essi in un clima di focoso nazionalismo. La storia è stata ingrata con gli albanesi, giunti per ultimi, nel 1912, alla formazione di uno Stato indipendente tra i popoli balcanici soggetti al dominio ottomano[6]. La lunga repressione delle aspirazioni nazionali, i sacrifici occorsi per ottenere l’indipendenza, e, una volta acquisita, l’umiliante tutoraggio del neonato Stato albanese prescritto dalle grandi potenze, tutto questo ha prodotto un nazionalismo radicale.

Può dirsi che non vi sia espressione delle vita pubblica e della cultura, nell’Albania del Novecento (prima dell’avvento al potere dei comunisti), la quale non si richiami ai valori del nazionalismo ed all’epopea letteraria della Rilindja, la rinascita patriottica dopo il letargo ottomano.

Dopo il 1944, il comunismo ha cambiato l’orchestra ma non la musica. Gli indirizzi politici del comunismo albanese dimostrano ampiamente la centralità della questione nazionale dell’indipendenza e della sovranità. Si pensi all’autarchia economica, alla politica estera che per maggior sicurezza sceglieva interlocutori agli antipodi del pianeta (l’alleanza con la Cina), alla fierezza dell’unicità albanese, alla politica di incremento demografico accelerato (ogni albanese in più, un fucile in più per difendere la patria).

Nel 1976 Mehmet Shehu, il compagno di Enver Hoxha, poi tragicamente scomparso, proclamava: “Certo, l’Albania socialista è piccola, accerchiata, e sottoposta ad un blocco, ma si erge come un’isola di granito nel grande e perfido oceano imperialista e revisionista”.

È l’orgoglio della particolarità albanese. È il medesimo senso di nazione in lotta, la medesima concezione eroica dell’esistenza nazionale, che da Skanderbeg giunge a Vaso Pasha ed infine al regime marxista di Hoxha. Del resto i monumenti a Stalin e ai padri del marxismo costruiti in Albania, se posti a fianco ai monumenti equestri di Skanderbeg, non sfiorava neppure la sella su cui montava l’eroe nazionale[7].

Nel volgere dell’ultimo secolo, non c’è paese vicino all’Albania che non ne abbia conculcato o minacciato l’indipendenza, per tacere della vicenda ancora aperta del Kosovo. Gli albanesi hanno dovuto lottare, armi alla mano, contro soldati e milizie ottomane, serbe e montenegrine, jugoslave, greche, italiane, bulgare, tedesche. Nell’ultimo dopoguerra, Tito voleva fare dell’Albania una provincia jugoslava, e poco dopo, nel 1949-51, americani e inglesi hanno fatto dell’Albania il banco di prova del rovesciamento di un regime filosovietico dell’Europa orientale, tentando invano di avviare una guerriglia all’interno del paese, in vista di un’invasione dall’esterno[8].

La storia sofferta della nazione albanese spiega perché nella cultura schipetara, anche nel periodo socialista, il nazionalismo non sia considerato un termine inequivocabilmente negativo. Quello che per un europeo occidentale è un termine che evoca epoche infauste, guerre, fanatismo razziale, imperialismo, per un albanese può essere un valore positivo. Cos’altro hanno potuto fare gli albanesi di questo secolo, se non difendere la loro patria dalle tante e ripetute aggressioni? L’assolutizzazione del discorso nazionalista non stupisce, e del resto si pensi al consenso che riscuote il nazionalismo in altre regioni europee dove i problemi nazionali non sono risolti, da una serie di regioni e repubbliche comprese in quella che era la federazione socialista sovietica, ai paesi baschi, o all’Irlanda del nord. O si pensi a quanto sta accadendo proprio accanto all’Albania, nella federazione jugoslava preda della guerra civile.

La scelta per l’ateismo di Stato, o, come qualcuno ha scritto, per “l’ateocrazia”, nel 1967, non è stata una scelta per una sorta di confessionalismo nazionalista. È esistita nell’Albania di Hoxha una religione di Stato, quella della nazione, provvista delle tendenze inquisitoriali e intolleranti di una religione di Stato che ha a sua totale disposizione il braccio secolare. E, poiché l’Albania ha una sua tradizione islamica, non è neppure mancato il Profeta: in questo senso potrebbe intendersi il culto della personalità di Enver Hoxha.


[1] L’autore si riferisce agli anni novanta del secolo scorso. “ndr”.

[2] Cfr. Revue des deux Mondes, juin 1990, pp. 42-53, p. 43. Trad. “L'ambiente geografico è sufficiente a spiegare la storia dell’Albania... tra le rudi montagne... Questo paesaggio di scarpate ha dato forma all’anima indivisa degli albanesi ... Una natura ingrata, uomo estremo, abbronzato dentro e fuori, indifferente alla morte, alimentato dal clima e dalla pena a sopravvivere. Un codice d'onore traccia la curva stessa dei rilievi. Nessun equivoco. La verità è nella morte, più che in qualsiasi altra cosa.”

[3] Ibidem, p.44. Trad. « dal sangue delle vene dal quale scorreva ieri la coscienza nazionale di un popolo irriducibile e fiero che scopre oggi, nella sua caricatura staliniana, la fragilità della sua memoria »

[4] Cosi in Cristo si è fermato ad Eboli, Torino 1945.

[5] Si vedano a questo proposito le classiche pagine dello storico valdostano in F. CHABOD, L’idea di nazione, a cura di A. Saitta e E. Sestan, Bari 1961.

[6] Sulla formazione dello Stato indipendente con il relativo processo risorgimentale si vedano, per un inquadramento, S. SKENDI, the Albanian National Awakening (1878-1912), Princeton Un. Press, 967; G. CASTELLAN, l’Albanie, Paris, 1980; e Histoire de l’Albanie des origines â nos hours, a cura di S. POLLO e A. PUTO, Lyon, 1974. Una bibliografia a questo proposito in Albanie, une bibliographie historique, a cura di Odile DANIEL, Paris, 1985.

[7] Due recenti descrizioni critiche dell’Albania degli anni Ottanta, in cui si rileva il particolare carattere “nazionale”del marxismo albanese: E. e j-p.champseix, 57, boulevard Staline. Croniques albanaises, Paris 1990, e F. TOZZOLI, Il caso Albania, Milano 1990.

[8]Su questo aspetto poco noto della recente storia albanese,cfr. N. Betel, La missione tradita. Come Kim Philby sabotò l’invasione dell’Albania,Milano 1986.

Tratto da: LINGUA MITO STORIA RELIGIONE CULTURA TRADIZIONALE NELLA LETTERATURA ALBANESE DELLA Rilindja. Il contributo degli Albanesi d’Italia. Atti del XVII Congresso Internazionale di Studi Albanesi. Palermo 25 – 28 novembre 1991

Link seconda parte: Nazione e religione nell'identità albanese (2)

Link versione albanese: Kombi dhe feja në identitetin shqiptar

domenica 6 marzo 2011

Vestigia greche e pelasgiche in Italia

Il testo che viene proposto risale alla seconda metà dell’800; contiene termini, strutture verbali, costruzioni del periodo molto arcaici, se li confrontiamo col modo di scrivere e parlare del XXI secolo.

Per renderlo più comprensibile ai lettori moderni è stato fatto un lavoro quasi di traduzione, sperando che tuttavia lo spirito originario dell’opera sia rimasto inalterato.

Pasquale Borrelli, uomo di tendenze politiche liberali, per cui fu costretto all’esilio, fu tra i massimi autori di filologia moderna; egli, nella sua opera “Principi della scienza etimologica”, parlando delle prime migrazioni pelasgo-albanesi in Italia, ritenendo di essere in buona fede, sostiene che quelle migrazioni abbiano riguardato coloni greci. Così egli riporta le sue convinzioni alle pagine 19 e 20 dell’opera citata:

“Il primo arrivo dei Greci in Italia risale ad un periodo tanto remoto che sarebbe impossibile precisarne esattamente l’epoca. Certamente molti luoghi, che ora appartengono al Regno delle Due Sicilie, sono indicati da Omero con una tale accuratezza che, sebbene egli non li abbia mai visitati, verosimilmente devono essergli stati descritti da uomini a cui erano familiari. È stato ormai accertato che la prima delle colonie greche nel sud Italia fosse Cuma e Strabone assicura che fino ai suoi tempi essa conservava monumenti, giuochi, sacrifici ed altre istituzioni che rendevano evidente la sua origine”.

Frontespizio dell’opera

Frontespizio dell’opera

Nel seguito lo scrittore dice:

“La presenza di vestigia attestanti la pregressa stanzialità dei Greci non fu certo limitata alla sola Cuma, poiché precedentemente all’edificazione di Roma, o contemporaneamente, o poco dopo, essi fondarono Squillace, Sibari, Crotone, Locri, Metaponto, Elea, Reggio, Posidonia, Siponto, Taranto, Megara, Nasso, Gela, Enna, Agrigento, Siracusa, Catania ed altre città che poi acquisirono grande fama, ed i cui popoli parlarono greco.”

E più avanti, lo stesso Borrelli, ritenendo sempre di origine greca tutte le colonie che si insediarono in Italia, dice:

“È molto verosimile che un gran numero di Greci si siano recati in Italia. Ma si dispersero ovunque, quando videro assalite, occupate e devastate le loro infelici contrade dalle orde barbariche”.

Noi non comprendiamo di quali barbari il sig. Borrelli intenda parlare. Se vuole alludere all’invasione turca nell’Epiro ed in altre regioni della penisola ellenica avvenuta 4 o 5 secoli fa, allora coloro che ne furono oggetto in Italia erano popoli albanesi e non greci. Se poi coi termini orde barbariche egli intende riferirsi agli invasori Cadmei, in tal caso i popoli che le subirono in Italia erano pelasgo-albanesi e fondarono nelle estreme regioni meridionali paesi che, con differenze linguistiche minime, portano nomi albanesi. Perseverando nello stesso errore, il Borrelli più oltre conclude:

“Anzi, quando le vessazioni dei loro oppressori per circostanze particolari divennero più forti, piccoli raggruppamenti di Elleni abbandonarono la loro patria e, seguendo l’esempio dei loro antenati, decisero di trasferirsi nel Regno di Napoli. Citiamo quel gruppo che nel 1534 lasciò Corone, città della Morea e, giunto in Basilicata, si stanziò nel territorio dell’attuale Barile. L’insediamento si accrebbe ulteriormente nel 1647 per l’arrivo di altri Greci provenuti da Maina. Ma già da tempo si riteneva che questo paese (Barile), fosse stato fondato in epoca sconosciuta da altri coloni, anch’essi Greci”.

Ci dispiace moltissimo dover confutare le asserzioni del sig. Borrelli, il cui valore di studioso è giustamente riconosciuto dai suoi colleghi italiani ma, ritenendo di poter dimostrare chiaramente le nostre tesi, replichiamo senza remore alle sue argomentazioni.

Con le parole Il primo arrivo dei Greci in Italia risale a un periodo tanto remoto che sarebbe impossibile precisarne esattamente l’epoca egli chiaramente dimostra di ignorare sia l’esatta origine dei Greci sia l’epoca in cui i popoli che abitavano l’Ellade assunsero tale nome. I coloni che vennero a stabilirsi in Italia in tempi così remoti da non essere rigorosamente databili erano Pelasgi e non Greci. Ed affinché il lettore si convinca della bontà della nostra tesi, citeremo qui appresso l’autorevole affermazione di Erodoto il quale, nel libro VIII della sua Storia, a pagina 108 dice:

“Gli Ateniesi, nel tempo in cui i Pelasgi occupavano l’odierna Grecia, erano Pelasgi, e venivano detti Cranai (forse Caranai). Sotto il re Cécrope si chiamarono Cecropidi; sotto il suo successore Eretteo cambiarono nome e furono detti Ateniesi”.

Se la prima migrazione in Italia, della quale intende parlare Borrelli, non fu effettuata da popoli greci, dal momento che l’appellativo di Grecia esisteva allora forse soltanto in mente Dei, come afferma Erodoto, molto meno popoli bisogna ritenere che non siano stati Greci quelli che vennero a fondare la nostra Cuma, perché stando alle tradizioni locali e a ciò che riportano gli studi storici degli italiani G. Antonini e C. Pellegrino e dei greci Alessarco ed Aristonico, l’esodo di quei Pelasgi che fondarono Cuma e si stabilirono nell’attuale Campania viene collocato contemporaneamente alla prima migrazione nella penisola ellenica, e non si può neppure congetturare quanti secoli prima della guerra di Troia ciò sia avvenuto: e meno che mai si possono considerare coloni greci quei gruppi che, nel 1534, partiti da Corone, città della Morea (Peloponneso), giunsero in Basilicata e, tra gli altri paesi, fondarono Barile, perché gli abitanti di questo paese sono in tutto e per tutto Albanesi, e parlano la lingua albanese; quindi, i loro antenati non potevano essere Greci, ma Albanesi; né erano Greci quelli che giunsero a Barile nel 1647 partiti da Maina, seguiti da altri. È tradizione assai nota presso tutti gli Albanesi residenti in Italia che i paesi nei dintorni di Corone nella Morea siano stati culla dei loro proavi, i quali vennero a stanziarsi nelle province di Potenza, Campobasso, Cosenza, Catanzaro, Reggio ed in Sicilia, ove edificarono castelli, paesi e città; inoltre, molte famiglie albanesi, ancora oggi, aggiungono al cognome l’appellativo di Coroneo, come Jeno de’Coronei, Elmo de’Coronei ecc., ed esiste anche il paese chiamato S. Demetrio Corone. Oltre a ciò, tra i canti popolari tradizionali degli Albanesi, ve ne è uno che incomincia coi seguenti versi:

Albanese antico

Che in italiano vengono tradotti così

Mori ebùkura Morèe,

Cië kùur të glièe nëng të pèe,

Attiè kàm ù szottin tàt,

Attiè kàm ù mëmën timme,

Mori ebùkura Morèe,

Cië kùur tëglièe nëng të pèe.

Ahimè! Bella, avvenente Morea,

Da quando ho dovuto abbandonarti, io non ti vidi più,

Ho là il mio Signor Padre,

Ho là la Signora mia Madre,

Ahimè! Bella, avvenente Morea,

Da quando ho dovuto abbandonarti, io non più ti vidi.

Basandoci sull’autorevolezza di questo documento tradizionale, possiamo concludere che sia completamente falso che tutti quei gruppi i quali, sia prima che dopo il 1534, vennero a stabilirsi nelle provincie sopracitate siano greci, perché tutti i membri di quegli insediamenti parlano l’idioma albanese, ed è legittima conseguenza dedurre che Corone, Maina ed altri centri della Morea fossero stati abitati e fondati da Albanesi. Sicché, da un verso gli storici moderni con la loro superficialità, anche se in buona fede, dall’altro gli antichi, con la loro premeditata malizia, tutti insieme contribuirono ad oscurare e mistificare la reale origine albanese di quelle colonizzazioni, sostenendo l’illogica tesi di insediamenti di Greci.

Liberamente tratto dal libro Studi filologici svolti con la lingua pelasgo-albanese del professore Stanislao Marchianò

Link versione albanese: Gjurmë të herëshme greke dhe pellazgjike në Itali