domenica 31 ottobre 2010

La genesi della Grecia moderna è albanese

- Il substrato non greco dei Greci e della Grecia -

Di Salih Mehmeti

L’ossessione maniacale che ha la Grecia di fare suo non solo il presente ma anche il passato è stata ridicolizzata dal New York Times (1994) che, riferendosi ad essa, la definiva ricostruzione isterica della storia. Invece, un diplomatico europeo di cui non conosciamo l’identità, nello stesso New York Times, descriveva la posizione della Grecia come totalmente irrazionale. Le urla isteriche dei marines greci: “Greco nasci, Greco non diventi!”, sono non solo ridicole, ma sono anche l’indicatore che oggigiorno, negli ambienti aderenti all’ideologia nazionalista greca, non si ha la minima idea di cosa significhi realmente il termine “greco”, con riferimento sia alla condizione storico-culturale del passato, sia a quella attuale: condizioni che, per la verità, non devono essere confuse tra loro. La casta etnico-nazionalista in Grecia è responsabile della creazione del mito moderno della cosiddetta continuazione storico-culturale ininterrotta che, come principale obbiettivo, altro non ha se non dimostrare che i Greci odierni sono discendenti di Pericle, Platone, Solone, ecc. Oggi nella Grecia bizantina si cannibalizzano queste idee, ed essere Albanese è diventato quasi un motivo discriminatorio; ma un secolo fa non era così.

Mappa dell’Albania in cui il nome Grecia non figura da nessuna parte 

Mappa dell’Albania in cui il nome Grecia non figura da nessuna parte

The Atlantic Monthly’ scriveva: ora come ora non ci sono nomi più nobili e rispettati in Atene, non ci sono famiglie più influenti nelle cerchie politiche, di quelli dei condottieri albanesi della rivoluzione del 1821, Tombazisi, Miauli e Kundurioti (1882).

In verità, la genesi della Grecia moderna è interamente albanese. Ogni scrittore, cronista e storico del XIX secolo, regolarmente ci racconta la faccia albanese di quella che oggi si chiama Grecia. C. M. Woodhouse scrive: ti impressionerebbe il fatto che la maggioranza dei difensori della libertà della Grecia in quel tempo era non-greca.

Secondo l’antropologo Roger Just la maggioranza dei “Greci” del XIX secolo non solo non si chiamavano Elleni (questo nome lo impararono più tardi dagli intellettuali nazionalisti) ma, nella maggior parte dei casi, non parlavano il greco bensì dialetti della lingua albanese, slava o di quella dei Vlachi.

Misha Glenny, uno studioso americano dei Balcani, fa notare che i filo-elleni dell’America, dell’Inghilterra e dell’Europa venivano esortati a creare uno stato libero greco; era questo un anelito appassionato e romantico di riportare in vita la cultura ellenica del passato. Pochi di loro erano al corrente dei cambiamenti radicali che erano avvenuti nei territori delle ex città stato della Grecia classica. La maggior parte di essi rimase alquanto delusa dalla mancanza di somiglianza fisica con gli Elleni come loro li immaginavano.

Illiricum si estendeva anche nella Grecia odierna, creata dalle grandi potenze

Illiricum si estendeva anche nella Grecia odierna, creata dalle grandi potenze

David Holden, autore del libro ‘Greece without Columns: the making of the modern Greeks’ afferma: per me il filo-ellenismo è una questione d’amore per un sogno che ipotizza la Grecia e i Greci non come un paese reale ed un popolo vero, ma come simboli di una perfezione immaginaria. (1972). Lo stato-popolo Greco era una favola creata dall’intervento della politica occidentale – “l’idea fatale”, come la chiamava un tempo Arnold Toynbee, era esclusivamente un’illusione del nazionalismo occidentale che doveva colpire le tradizioni multi nazionaliste del mondo orientale, per poi crescere, ipoteticamente, come un bambino, nella rinascita e nella razionalità occidentale.

Ma da chi era composta questa maggioranza non greca che spesso passava inosservata agli stessi occidentali che avrebbero fatto della Grecia uno stato?

George Finlay, uno degli storici più devoti tra i filo-ellenici, tanto da partecipare con le armi alla rivoluzione Greca del 1821, ci dà una panoramica degli Albanesi abitanti in quel luogo che più tardi venne chiamato Grecia: Maratona, Platea, Leuctra, Salamina, Mantinea, Ira e Olimpia, sono ora popolate dagli Albanesi e non dai Greci. Addirittura, nelle strade di Atene, che per di più di un quarto di secolo è stata la capitale del regno Greco, la lingua albanese si sente ancora parlare fra i bambini che giocano per strada vicino al tempio di Teseo (Storia della rivoluzione greca 1861).

Anche il francese Pouqueville mette in risalto i “colori” albanesi della maggioranza della popolazione nelle più grandi città della Grecia di quel tempo. Edmond About nel 1855 scrive: Atene venticinque anni fa era soltanto un villaggio albanese. Gli Albanesi costituivano ed ancora costituiscono quasi tutta la popolazione dell’Attica; e dentro le tre categorie del capoluogo si trovano paesi dove la lingua greca non viene capita.

Elfiso, quasi a meta strada tra Megara e Atene, è un povero villaggio albanese… scrive Henry A. Dearborn nel 1819. In poche parole, stando alle descrizioni di G. Finlay e di altri autori, gli Albanesi popolavano tutta l’Attica e la Messenia, la maggior parte della Beozia, tutta l’isola di Salamina, Corinto, l’Argolide e altre regioni interne della Morea (Peloponneso).

Gli Albanesi combatterono, invece la Grecia fu creata dalle grandi potenze

Gli Albanesi combatterono, invece la Grecia fu creata dalle grandi potenze

John Hobhouse, contemporaneo di lord Byron, parlando delle dimensioni dell’espansione territoriale turca sotto il dominio di Alì Pasha Tepelena, dice che a sud viene inclusa una parte della provincia di Tebe, tutta l’Eubea, l’Attica, i territori intorno alla baia di Lepanto (Corinzio), e infine la Morea (Peloponneso), la quale era sotto dominio di uno dei suoi figli. Sami Frashëri, nella sua opera ‘Kamus Al-alam’, in cui scrive le biografie degli Albanesi più famosi, menziona sotto queste voci che i figli di Alì Pasha Tepelena, rispettivamente Muhar Pasha e Veli Pasha, avevano i gradi di mytesarrif (funzionario provinciale nell’impero Ottomano) di Atene e della Morea (Peloponneso). Questo ci dice che prima che venisse creato il giovane regno di Grecia, quella terra si chiamava Albania non solo sotto il profilo politico, ma soprattutto sotto il profilo etnico-linguistico.

A supporto di questa tesi abbiamo una quantità enorme di documenti etnografici del tempo, che mettono in risalto il carattere albanese dei territori sopracitati. Jacob Philipp Fallemayer, che viaggiò attraverso la Grecia, incontrò in Attica, Beozia e nella maggior parte del Peloponneso una enorme quantità di Albanesi, che talvolta non capivano nemmeno la lingua greca. Se qualcuno chiama questo posto la nuova Albania – scrive lo stesso autore – gli dà il suo vero nome. Per lo studioso queste province del regno greco sono collegate con l’ellenismo quanto le montagne della Scozia lo sono con le province afgane di Kandahār e Kabul.

Anche se le teorie di Fallemayer non sono universalmente accettate, possiamo dire che pure ai giorni nostri è riconosciuto che un gran numero di persone, molti abitanti delle isole dell’Arcipelago e di quasi tutta l’Attica fino ad Atene sono Albanesi – scrive A. Vasiliev, autore di interi volumi sull’Impero di Bisanzio.

Sarà proprio questa popolazione guerriera albanese (della quale parlano con ammirazione tutti gli Europei del tempo) l’avanguardia della imminente rivoluzione che coronerà una Grecia indipendente. I Kundrioti - scrive Misha Glenny – erano la più potente famiglia marinara dell’isola di Idra; essi erano a capo di un significativo gruppo di guerrieri durante la rivoluzione, ed erano proprio di origine albanese. Woodhouse mette in risalto la figura del condottiero della resistenza nel Nord della baia di Corinto, Marko Boçari; i discendenti di quest’ultimo erano in maggior parte Albanesi. Lo stesso Lord Byron, per dimostrare che il grande spirito ellenico non era scomparso, era solito citare proprio gli Albanesi sulioti. Addirittura, nell’immaginario collettivo europeo di quel tempo, gli Elleni famosi che illuminarono con la loro civiltà l’Europa, venivano identificati negli Albanesi contemporanei.

David Roessel dice: quando Disrael (primo ministro britannico) fece diventare greco l’eroe albanese Scanderbeg nel suo libro “La salita di Iskander” (1831), egli non cercava di riscrivere la storia oppure di eliminare l’identità albanese. Semplicemente egli non considerava il greco e l’albanese come termini estranei fra loro.

È particolare e significativa la confessione sincera del professore greco Nicos Dimou, in un’intervista rilasciata al New York Times: noi parlavamo albanese e ci chiamavamo Romani, però poi arrivarono Winckelmann, Goethe, Victor Hugo, Delacroix e ci dissero “No! Voi siete Elleni, diretti discendenti di Platone e Socrate”, e noi abbiamo sposato quella idea. (23 giugno 2009).

Il Re Otto I con fustanella (costume nazionale albanese)  

Il Re Otto I con fustanella (costume nazionale albanese)

Nelle cronache della guerra per l’indipendenza gli eroi, i condottieri, i soldati erano Albanesi. A sostegno ulteriore di quanto abbiamo scritto, possiamo menzionare il fatto che, immediatamente dopo la conquista dell’indipendenza, quando regnava il Re bavarese Otto I, il costume nazionale albanese Fustanella fu adottato come abito ufficiale della Grecia, ed è usato tutt’oggi dalla guardia dell’esercito greco. Ecco perché le odierne bandiere del vanto greco Ellinicotica (vero greco) sono soltanto indicative della totale falsità delle loro pretese.

L’essenza non greca del nome “Greco”.

L’origine dei termini Grecia e Greco è illirica. La maggior parte degli studiosi contemporanei afferma che il termine greco sia riconducibile al nome ‘Graikhos’ (Γραικός), citato per la prima volta da Aristotele (‘Meteorologica’ I. XIV); un’altra interpretazione moderna, invece, è che tale nome sia stato usato dagli Illiri per indicare i Dori dell’Epiro (per i quali viene comunemente accettata in ambito mondiale negli ambienti storiografici la teoria del loro carattere parzialmente Illirico), e derivi da Graii, termine indicante un popolo autoctono dell’Epiro. Irad Malkin, storico nell’Università di Tel Aviv, sostiene che il termine Graikoi si estese nell’Italia del Sud per opera degli Illiri e dei Messapi.

Henry Wesford ritiene invece che furono i Pelasgi ad introdurre il nome Graikoi, (Γραικο) in Italia; ancora, Vihlelm Ihne pensa che la diffusione di tale termine sia dovuta agli Epiroti. In questo caso, l’unicità etnica dei Pelasgo-Illiro-Epiroti diventa inconfutabile, proprio grazie al continuo interscambio dei termini Pelasgi, Illiri ed Epiroti operato da vari studiosi. George Grote, nell’opera La storia della Grecia, dice che Graikoi erano una popolazione Illirica, il cui nome significava “montanari”.

La caricatura prende in giro le grandi potenze (i poliziotti) e il giovane stato greco (il bambino vestito con la fustanella albanese)

La caricatura prende in giro le grandi potenze (i poliziotti) e il giovane stato greco (il bambino vestito con la fustanella albanese)

Osborne William Tancock riferisce che i Graeci erano una piccola tribù che viveva sulla costa Illirica. Più tardi, i Romani chiameranno tutti gli antichi Elleni con il nome generico di Greci o Graeci; più concretamente, Leonard Robert Palmer è convinto che il termine Graeci sia illirico; invece Eric Patridge attribuisce a questo nome origini pelasgiche. Malte Brun, nelle le sue elaborate ricerche volte a dimostrare la struttura ellenica della lingua albanese, dice che il termine Graia (Γραία) va ricondotto alla parola albanese Grua (donna). Anche Giuseppe Crispi, professore di letteratura greca dell’Università di Palermo, conferma l’etimologia proposta da Malte Brun; la parola Γραία significa donna (grua in albanese) vecchia; volendo, anche casalinga, nel senso di ‘una donna con grande esperienza’. Comunque sia, “Grua” è una parola antichissima.

Nicholas C. Eliopulos afferma che, nella cultura romana, con la parola Graeci ci si riferiva all’identità matriarcale dei Greci. Questa opinione viene rafforzata delle tante testimonianze di autori greco-romani che, descrivendo il mondo illirico, dimostravano una grande ammirazione e rispetto per il sesso femminile. William Ridgeway, storico britannico, dice che Aristotele intendeva probabilmente riferirsi agli Illiri quando affermava che i popoli guerrieri, fatta eccezione per i Celti, hanno spesso affidato il controllo alle donne. Gli Illiri erano una ginecocrazia nel III secolo a.C. e per questo motivo non ci si deve stupire del fatto che il più grande monarca degli Illiri sia stata una donna. Ella era Teuta, regina che, nel 328 a.C., uccise gli emissari di Roma. Nella ‘Encyclopaedia Britannica’ (1911) si afferma: le donne in Illiria hanno spesso avuto una elevata posizione sociale; addirittura avevano potere militare. La testimonianza dello Pseudo-Scylax, nel Periplus (21), ci dice che i Liburni erano sottomesi al potere delle donne. Questa condizione viene interpretata, da parte di molti studiosi contemporanei, come una forma di matriarcato. Stipçeviq crede che abbiamo a che fare con i residui di una antica istituzione, le radici della quale si devono cercare nel periodo pre-indoeuropeo. Strabone, in Geographie (7.7.12), parla della casta dei sacerdoti della Dodona pelasgica, nella quale profetizzavano tre donne (ὕστερον δ' ἀπεδείχθησαν τρεῖς γραῖαι, ἐπειδὴ καὶ σύνναος τῷ Διὶ προσαπεδείχθη καὶ ἡ Διώνη.)

Anche nelle antiche leggende pelasgiche, e soprattutto nella legenda di Perseo, si parla di tre dee chiamate Graiai . Esse, nell’immaginazione mitologica, si presentavano come tre donne vecchie, addirittura nate già vecchie. Nel dare un valore scientifico all’ipotesi che la parola graia equivalga alla parola grua (in albanese donna) veniamo confortati dallo stesso Strabone, quando scrive (VII, 2): nella lingua dei Molossi e dei Tesproti le donne vecchie si chiamavano ‘γραίας πελίας’ (graias pelias). In poche parole, l’etimologia del nome greco è riconducibile alla parola illiro-albanese gra plaka (donne vecchie), con riferimento diretto al culto della madre e della donna nell’antico mondo pelasgo-illirico. Nella molteplicità dialettale della lingua albanese troviamo rispettivamente per γραίας, al plurale graria, granini (donne) ecc. Anche più tardi l’eponimo greco (oppure graeci) sottintendeva sostanzialmente l’albanese. Il paese Piana dei Greci a Palermo è stato popolato da sempre solo da Albanesi di rito ortodosso. Negli anni ‘30 del secolo scorso, il nome di questo paese è stato cambiato in Piana degli Albanesi.

Prishtina, 11 agosto 2010

Fonte: il testo in lingua albanese: www.pashtriku.org

La traduzione in lingua italiana è di Elton Varfi

domenica 24 ottobre 2010

Epiro è e rimarrà albanese

Riportiamo una lettera importante, diretta alla redazione del giornale Moniteur Universel di Parigi, pubblicata dallo stesso giornale nel Maggio 1879. Questa lettera è stata scritta dal patriota della Rilindja (rinascimento) albanese, Abdyl Frashëri.

Signor direttore!

Abbiamo rilevato, con nostro grande stupore, che il giornale “Republique Française”, il quale nella suimagea polemica non deroga mai dalle regole della modestia,  pubblicando alcune parti del Memorandum della Lega Albanese (Memorandumi i Lidhjes Shqiptare), ha scritto un commento tendente ad umiliare e ridicolizzare i nostri compatrioti.

A quell’articolo non abbiamo ancora dato alcuna risposta; “Republique Française”, ritornando sullo stesso argomento, Ha nuovamente tentato di ridicolizzare due rappresentanti della Lega Albanese. Un simile comportamento non ce lo aspettavamo affatto da un giornale che si schiera a favore delle guerre per la libertà dei popoli.

La Francia piange ancora la perdita delle sue regioni: gli abitanti di Alsazia e Lorena si lamentano ricordando che sono stati privati della loro reale appartenenza. Perché un giornale francese trova ridicoli gli Albanesi, i quali cercano di scongiurare il pericolo di una simile sciagura? Noi non siamo savant e neanche lo pretendiamo, ma la storia della nostra patria la conosciamo meglio di chiunque altro.

Gli abitanti dell’Epiro sono chiamati Pelasgi. Erodoto, Tucidide e Strabone giunsero alla conclusione che questo paese non sia mai stato parte della Grecia. Secondo Strabone, la Grecia a nord confinava con l’Acarnania e il golfo di Ambracia. Visto che la geografia antica non aiuta molto gli stessi Greci odierni, noi domandiamo a coloro che non hanno idee chiare: quale parte dell’Epiro è greca? Chi accetta gli argomenti dei sillogisti greci crederà che alla Magna Grecia appartengano non solo l’Albania ma anche la Macedonia, la Romania, la Tracia, l’Asia Minore, e perfino la vostra Marsiglia!!! L’Epiro oggi ha 650 mila abitanti. Quanti sono i Greci presenti in questo territorio, e dove vivono? A Korça? A Berat? Ad Argirocasto? Oppure nella regione chiamata Çamëria? Chi attraversa questi luoghi incontra soltanto Epiroti albanesi, non Epiroti greci. Sarebbe giusto sacrificare 650 mila abitanti albanesi puro sangue per assecondare i sillogisti greci e le loro speculazioni filosofiche?

L’attuale comportamento della Grecia dimostra che essa ha intenzione di imitare la Russia zarista!!! Ma la Russia sostiene le sue pretese con la forza, che per fortuna alla Grecia manca. Se i Greci fossero così forti come vogliono dimostrare (ma in realtà essi sono abili soprattutto nel produrre rumore), l’Europa non avrebbe più pace. Il principio della rassomiglianza della lingua porterebbe molto lontano i Greci nelle loro pretese, ma in primo luogo darebbe a noi (Albanesi) il diritto di richiedere ai Greci i duecentomila Albanesi che vivono in un quartiere di una città greca chiamato “Plakë”, ed anche di rivendicare le due isole Idra e Speca. L’Epiro è e rimarrà per sempre albanese come lo crearono la natura e la storia. È un peccato che il governo greco spenda per sostenere le tesi dei sillogisti enormi somme in denaro che potrebbe benissimo usare in maniera diversa. La nazione greca cerca di disseminare zizzania, ma non ingannerà nessun Europeo. Se la Grecia resterà ferma nelle sue aspirazioni e manterrà la sua condotta avida in dispregio della giustizia e dei diritti dei popoli, gli Albanesi dimostreranno una volontà ferrea nel difendere la loro patria fino in fondo, avendo giurato di non perdere neanche un palmo di terreno, ma piuttosto di morire se necessario. Quest’affermazione rappresenta il pensiero di tutti i nostri connazionali. L’Europa sarà responsabile di un’eventuale guerra distruttiva che si scatenerebbe in caso di annessione delle nostre terre da parte della Grecia. Sperando, signor direttore, che pubblicherete la nostra risposta, vi ringraziamo in anticipo.

Fonte: il giornale Tirana Observer.

domenica 17 ottobre 2010

Alcune parole della cultura Etrusca (2)

-seconda ed ultima parte-

Cotasi –Kotasi

Secondo Erodoto i Lidi, per trastullarsi, usavano oggetti chiamati cotasi (kotasi in albanese). Tali oggetti sono stati rinvenuti anche nella tomba di una donna etrusca.

Oggetti per lo svago: cotasi. In lingua albanese abbiamo: sende koti (oggetti inutili), punë koti (lavoro inutile). Troviamo anche kotasi con il significato: in maniera inutile.

Munth

MUN, MUNTH; latino mundus.

Gli etruscologi spiegano: nel punto esatto in cui doveva sorgere il centro di una nuova città gli Etruschi scavavano un buco molto profondo, quasi un pozzo. Questo buco serviva da collegamento fra il mondo dei vivi e quello dei morti. In un secondo momento, lo scavo veniva coperto con mattoni di pietra ed era chiamato “la porta delle fatiche”, oppure, come dice Varrone, “la porta dell’inferno”.

I latini chiamarono questo buco mundus, parola che acquisirono dagli Etruschi.

Gli Etruschi: MUNO=Munth.

In albanese abbiamo: MUND, MUN (fatica).

Vegoia

Vegoia era una profetessa etrusca che comunicava al popolo le decisioni di Giove riguardanti la giustizia.

In albanese abbiamo:

1.VEGOIA: VEGOJ, VEGIM (visione).

2.VEGOIA: colei che mette in bocca, colei che parla.

Secondo una tradizione latina, la profetessa comunicò le decisioni di Giove con questo discorso: Sapete che il mare è diviso dalla terra. Giove considera di sua proprietà la terra di Etruria, ed ordina che il terreno venga misurato e che i villaggi debbano avere confini. E, visto che egli sa bene che la terra suscita bramosia negli uomini, desidera che ogni terreno sia delimitato esattamente tramite i segni di confine… chi sposta le pietre di confine, sarà condannato a morte.

Il concetto delle pietre di confine lo troviamo anche nei costumi del Nord Albania, nelle leggi di Dukagjin.

Lucumon-Lukumon

Gli Etruschi chiamavano il loro leader lucumon. In albanese abbiamo: LUKUNI: folla di gente, branco di lupi. Partendo dal significato albanese della parola lukuni, la parola etrusca lucumon ci ricorda il leader, il comandante che guida la torma, il branco.

For-Foro

Il re etrusco Tarquinio Prisco costruì a Roma un sito dal quale aveva la possibilità di parlare con il popolo. Questo posto si chiamava For. Forse la parola etrusca for nasconde la parola albanese fol (parla, parlare) ?

Hasta

Una delle classi dell’esercito del re etrusco Tarquinio Prisco si chiamava HASTA. Gli autori antichi spiegano che gli elementi che formavano l’esercito etrusco provvedevano da sé per l’armamento. Proprio dall’armamento, che dipendeva dalla posizione sociale degli appartenenti alla classe, derivava il loro nome. HASTA si pronuncia anche HASHTA, che ci riconduce alla parola albanese USHTË-A, (lancia), plurale USHTAT. Dal nome albanese dell’arma USHTË (lancia) deriva il nome del soldato USHTAR.

In lingua sanscrita hasta significa mano.

Sella curules

I re Etruschi, del periodo del regno dei Tarquini a Roma, si sedevano su un trono che chiamavano sella curules, parola che più tardi fu usata anche dai Romani. Sella curules si usa anche oggi per indicare un particolare trono in cui era solito sedersi un uomo importante. Questa espressione si considera latina, anche se gli stessi Latini hanno ammesso nei loro testi che era stata tramandata dagli Etruschi.

In questa frase è interessante la parola curules, che è molto simile alla parola albanese kur ulesh (dove ti siedi). Ora, sella curules, nella lingua albanese, si traduce con l’espressione shala kur ulesh (la sella dove ti siedi).

Hister

Titio Livio dice: nella lingua etrusca “attore” si dice hister.

Hister, hishter, hiqtar, in albanese si traducono “colui che fa finta”.

Cur-Kur

Ogni città etrusca era divisa in cur.

In albanese esiste kur-i im che significa “la mia proprietà”, in un gioco per bambini. Troviamo anche kur con il significato di dividere dentro una parentela. Abbiamo anche kurth (trappola), e kurm, che significa corpo. In sanscrito carma significa corpo.

Brano liberamente tratto dal libro Një shqiptar në botën e etruskëve dell’autore Ilir Mati

domenica 10 ottobre 2010

Alcune parole della cultura Etrusca (1)

-prima parte-

Nel dizionario della lingua etrusca troviamo:

TAGET: secondo la mitologia etrusca era un bambino con la sapienza di un vecchio, nato dalla terra appena lavorata; era dotato di poteri di preveggenza.

Come abbiamo visto la leggenda dice che ad un contadino, che stava lavorando la sua terra in prossimità del fiume Marta in Etruria, successe una cosa strana: dalla terra appena lavorata apparve un essere divino; questo essere aveva la fisionomia di un bambino ma la saggezza di un vecchio. Alle grida del contadino sopraggiunsero i re-sacerdoti etruschi, ai quali il bambino-vecchio recitò la santa dottrina. Questa dottrina fu trascritta dai re sacerdoti per essere tramandata ai posteri come la cosa più sacra della loro civiltà.

L’essere divino fu chiamato dagli Etruschi Taget, parola che in albanese si pronuncia Tagjet.

“La dottrina etrusca” era composta da un insieme di leggi, in base alle quali era regolata la vita degli Etruschi dalla nascita fino alla morte. I Greci e i Romani commentavano che questo tipo di legislazione raramente si poteva riscontrare in altri popoli (tra gli Albanesi, leggi simili sono arrivate fino ai nostri giorni sotto forma dei Kanun, un insieme di norme consuetudinarie trasmesse oralmente in Albania). Il sito dove apparve la divinità Taget fu circoscritto dagli Etruschi che, nello stesso luogo, fondarono la loro prima città: Tarquinia (Tharquinë in albanese). La leggenda tramandata dai Romani racconta che la città prese il nome del contadino, che si chiamava Tarcon (Tharkon in albanese).

Tarcon era considerato dagli Etruschi il fondatore di tutte città successivamente da loro costruite. Le regole fondamentali per la fondazione di queste città erano che il sito venisse circondato e che la vita vi si svolgesse secondo la dottrina etrusca.

Etrusco

Albanese

Italiano

     

TAGET

TAGJET

te lo trova (indovino)

THARKON

THARKON

recintare

THARKUINE

THARKU INE

il nome della città Tarquinia (in albanese sarebbe la nostra stirpe)

THARK

THARK

recinto circolare

Commento:

il sito nel quale al contadino apparve Taget fu recintato dagli Etruschi e fu chiamato Tarquinia, che in lingua albanese suona cosi: Tarku ine, che significa: la nostra città, la nostra stirpe. Tutte le altre città vennero in seguito da loro recintate.

Taget è entrato nella storia come fondatore della dottrina etrusca, e come veggente che indovinava il futuro.

A Dodona, la divinità della preveggenza era Themista. Nella lingua albanese i nomi di questi due preveggenti, sia quello degli Etruschi e sia quello di Dodona, hanno il significato proprio di preveggente.

Piccola osservazione:

nella lingua sanscrita cerchio si dice cakra. Nella lingua albanese esiste il termine cak-u (confine), al plurale cakra, caqe. Si noti che l’affinità con la parola Thark è sorprendente.

Brano liberamente tratto dal libro Një shqiptar në botën e etruskëve dell’autore Ilir Mati

domenica 3 ottobre 2010

L’oracolo di Dodona

 

Tantissimo è stato scritto sull’origine del nome del grande profeta che in albanese si chiama Thamir, e possiamo dire la stessa cosa sulla parola Tomur alla quale molti studiosi dell’epica Omerica sostituiscono la parola Themis nell’Odissea al versetto 403. Tomur, secondo gli antichi, significa profezia, cioè qualcosa vicina ai themisti. Le popolazioni antiche preferirono Tomur piuttosto che Themist, e lo collegarono con la montagna di Tomar di Hellopia e di Dodona.

Ma perché? Qui storcono il naso i filologi giovani. P. Karolide si accanisce conto la versione che danno “gli albanologi e i politici albanesi”. Ma vediamo che cosa sostiene uno dei “politici albanesi”, Jani Vreto, che nella sua famosa opera “Apologia” scrive:

“… ancora oggi la tradizione del sacro oracolo di Dodona è viva. Cosi la montagna dove si trovava Dodona si chiamava Tomar, ed i santi di Dodona Tomar oppure Tomur. L’oracolo di Dodona si esprimeva coi rumori del vento tra il fogliame di una quercia sacra e anche tramite una “pentola” sacra. Ora, la parola Tomar, Tomare oppure Tomure, si trova esplicitamente nella lingua albanese. Il termine mirë (cioè “buono”,in lingua italiana), con il significato di santo, di cuore buono ecc, che al plurale fa të mirët (i buoni), ha originato la parola greca Tomar, Tomur ecc.

Tomor, in Albania, indica la montagna più alta della regione che detta Toskè-ria, e si chiama Tomoricë la zona intorno a questa montagna. Si dice che ancora oggi si senta il boato di un cannone invisibile che ha sostituito il rumore del vento nel fogliame, quando stanno per verificarsi grandi eventi. C’è molta poca differenza, anche se sono passati tanti secoli, fra paganesimo e cristianesimo e fra cristianesimo e islamismo. È inutile che cerchino Dodona altrove.” (pag.84).

Aveva ragione il “politologo” Vreto, ed erano in errore coloro che cercavano Dodona altrove come Semiteli, Arvantine, Petride ecc. Nello stesso anno 1878, in cui è stata pubblicata “Apologia” di Jani Vreto. C. Carapane pubblicò in francese la sua opera in due volumi “Dodona e le sue rovine” che confermava, in base agli scavi archeologici, che l’antica Dodona si trovava sulla montagna di Tomor.

Liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola