domenica 26 settembre 2010

I Frigi

 

L’etnografia della Frigia, e la sua geografia fisica possono fornirci interessanti chiavi interpretative sull’evoluzione della lingua dei popoli che abitarono quella nazione. Le parole Frigio, Frigos (con la pronuncia aspirata della φ, fino a divenire w nella mutazione del termine Frigi in Vrighes) nella lingua albanese assumono il significato di soffiatore, da frin soffiare. Si allude, forse, all’uso del soffiare con i mantici nelle fornaci, essendo stati i primi i Frigj a lavorare i metalli col fuoco. A riconferma di quest’opinione occorre sapere che vi fu un un luogo detto Ophyr, ovvero Obrygio, quasi come il freco ό πύρ (o pir), cioè “il fuoco”, oppure Ophir, che in ebraico significa oro, volgarmente obrizo ophirizum: in quel luogo si era usi depurare l’oro dalle sabbie dei fiumi che nascevano dal Caucaso mediante il fuoco, all’interno di camini.

Si potrebbe individuare un’altra etimologia del termine Bryges, altro nome con il quale ci si riferiva ai popoli della Frigia, dalla loro calzatura: Breches, Bryges, Phryges=”portanti calza lunga”, dalla parola albanese brech (brek), calza, da cui i Celti chiamarono breeches i calzoni, come tuttora vengono chiamati dagl’Inglesi; broeches dai Bulgari e brog dai Cimbri.

Da questa stessa parola frigio-albanese venne detto βρίκισμα (vrikisma) un certo ballo frigio (tripudio), che si faceva nelle feste in onore di Bacco, caratterizzato dallo scuotimento delle brache, quasi si dicesse brechismata, dimenamento di brache: βρίκισματα (vrikismata), come spiega Esichio όρχησις φρυγιακή (ohrisis frigiaki), vale a dire un ballo frigio.

Dai Frigi, dai Celti, o dagli Albanesi derivò poi il termine latino braca; in Sicilia e quindi in Italia si diffusero successivamente le parole vrachi e brache.

Inoltre i Frigj Coribanti furono detti Haberi; come gli Iberi asiatici, furono così chiamati con riferimento alla parola bâri (erba), quasi erbacei, nome allusivo al loro stato di pastori nomadi. Anche l’origine Habôri, cioè nevosi, è verosimile, perché i loro monti del Caucaso e del Tauro sono sempre pieni di neve, detta borë in albanese: dal che derivò la denominazione agli Iperborei, ed ai Boriadi della Tracia, mentre in Macedonia ritroviamo la medesima etimologia per i nomi del monte Bora, del vento borea, e di un re chiamato Borisio.

Gli stessi Coribanti furono detti anche gureti da gur – pietra: abitanti tra le pietre o in luoghi pietrosi; oppure Cureti da cuar – mietere, facendo riferimento alla loro κυρά (kira), cioè tosatura, come a voler dire Cuareti.

Tratto dal libro Memoria sulla lingua albanese dell’autore Giuseppe Crispi

domenica 19 settembre 2010

L’albanese lingua madre

 

Fin dalla più remota antichità gli Albanesi sono sempre stati denigrati e poco considerati in maniera sistematica dagli Elleni, i quali, dopo avere innalzato il proprio idioma a lingua ufficiale nell’insegnamento e nell’arte, ed averlo assunto come lingua liturgica in tutte le funzioni religiose, fecero si che la lingua albanese, che è stata a sua volta lingua liturgica addirittura prima del greco, passasse in secondo piano, invece di essere considerata quella principale come meritava, visto che la lingua albanese ha dato origine alla lingua greca, che senza di essa non sarebbe nata.

Uno studio più approfondito sulla lingua albanese, greca e latina ci darebbe la possibilità di vedere chiaro che il legame che collega queste tre lingue è quello della madre per l’albanese e delle figlie per il greco e latino. Noi non abbiamo paura di esporre delle considerazioni così categoriche per definire l’affinità che lega nella realtà dei fatti queste tre lingue (e anche altre), perché, in effetti, abbiamo a che fare con una relazione di questo tipo. In verità diversi filologi e linguisti pretendono che per quanto riguarda le relazioni fra le lingue, quella fra madre e figlia non si può applicare, perché, sempre secondo questi studiosi, le lingue si evolvono.

Secondo il nostro punto di vista, se dovessimo accettare un’affermazione simile, dovremmo dire che il greco antico e il latino sono un’evoluzione della lingua albanese. In realtà, abbiamo a che fare con l’evoluzione o il cambiamento di una lingua in un'altra; però, secondo le nostre considerazioni, questo vuol dire dare un nome al risultato di questa evoluzione; evoluzione che, nonostante pareri contrari, ha, di fatto, instaurato una relazione di parentela che unisce queste tre lingue, che è intervenuta ed esiste: per cui definiremo la lingua greca e quella latina evolute dall’albanese. E anche se la lingua albanese ha subito qualche cambiamento, non avremmo ragione di chiamarla la madre di questa evoluzione, visto che essa è stata, se non in toto, almeno in parte, la base di partenza di questa evoluzione?

Così, noi crediamo di avere ragione quando pensiamo che i termini madre per la lingua albanese e figlia per ciascuna delle altre due lingue (il greco e il latino), siano le definizioni che meglio si adattano alla realtà della questione.

D’altro canto, c’è da fare un’importante considerazione riguardo alla differenza fra gli Elleni e i Pelasgi, e tra i Greci e gli Albanesi. Dalla guerra contro gli Atlantidi all’epoca di Platone intercorsero circa novemila anni. I Pelasgi, abitanti dell’Attica, regione della Grecia con Atene città principale, per via della fama derivante dalla vittoria che ottennero comandando tutti i Pelasgi d’Europa contro gli Atlantidi, anche in tempi più recenti continuarono ad avere un ruolo di primo piano in ogni occasione. Dopo l’arrivo degli Egizi di Danao e dei Fenici di Cadmo, una parte di essi accettò di mescolarsi con gli invasori per creare la classe dominate del momento, e successivamente presero il nome di Elleni. Proprio questi Elleni si attribuirono tutto il merito di aver fondato la civiltà pelasgica, che più tardi si chiamerà civiltà ellenica, e fecero si che si eclissasse ogni memoria della loro appartenenza anche parziale al grande popolo pelasgico.

Brano liberamente tratto dal libro Enigma di Robert d’Angely

domenica 12 settembre 2010

Museo archeologico del Vaticano (3)

-terza parte-

Sempre nello stesso museo, un oggetto molto interessante e bello, raro nel suo genere, è un tempietto cilindrico, che invita a riflettere per la sua forma inconsueta e per il concetto doloroso che porta inciso:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

LA

lanë

lasciarono

ROI

roi

di vivere

THANKH

tanë

tutte (le)

FILUS

fillus

reclute

MASH

mosh

in età

NIAL

dial

giovanile

Oggi in albanese il plurale di la diventa lanë. Nell’antichità evidentemente non sempre se ne teneva conto. Del resto non mancano esempi anche in lingue più recenti di verbi al singolare in luogo del plurale, sopra tutto con riferimento a pluralità collettiva della stessa specie.

Un semplice spezzone di pietra reca incisa questa breve iscrizione:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

ARNO

Arno

Creatore

LA

la

lasciò

ROAL

roi-plotjen

il pieno della vita

Oggi noi diremmo: Dio mio, ci hai lasciati nel pieno vigore della vita! Un grido di disperazione che la mente non spiega e la ragione rifiuta.

Invece del consueto LA ROI (lasciò di vivere), in questa incisione e nella seguente si ha LA ROAL. Il suffisso -AL esprime certamente un valore di superlativo o di intensificazione, cosi come in LARTHAL (altissimo) rispetto a LARTH (alto). Questo valore oggi non si può rendere con una sola parola, né in albanese né in italiano, in un caso come questo che riguarda il concetto di “vita”, per cui si può tentare di interpretarlo con una espressione intensificativa, come appunto il pieno della vita.

Vediamo ora la seconda lastra recante la parola ROAL, classificata sotto il numero 20712:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

LA

la

lasciò

RIS

risi

gioventù

LA

la

lasciò

ROAL

roi-plotjen

il pieno della vita

La parola RIS, che lo abbiamo trovato al museo di Tarquinia sottoforma di RISIA, è equivalente alla parola RINÌ incontrata al museo di Chiusi: RISÌ = gioventù, RISÌA = la gioventù, come RINÌ e RINÌA.

Un'altra pietra reca ben nota la parola CAE che qui si presenta chiaramente al plurale CAINE:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

CAINE

qajnë

piangono

I RAMO

i ramë

il caduto

Infine, questa lastra rivolge ad ARNO un breve messaggio, che purtroppo non si può leggere per intero a causa della frantumazione della pietra.

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

ARNOA

(nga) Arnoia

dal Creatore

CAES

qaesh

sei pianto

Come abbiamo visto anche al museo di Viterbo, il termine CAE, in questo caso coniugato alla seconda persona singolare dell’indicativo presente passivo CAES, ha un significato molto più ampio e profondo del semplice pingilo.

Se ne renderebbe meglio il senso interpretandolo, senza tener conto delle parole intermedie mancanti:

dal Creatore hai misericordia, benevolenza, compassione.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora

domenica 5 settembre 2010

Museo archeologico del Vaticano (2)

-seconda parte-

Ritorniamo al termine LISA, il suo significato magico e sentimentale connesso alla memoria del leggendario santuario di Dodona, culla della cultura pelasgica, è stato commentato trattando il sarcofago di Firenze dove si invocano “i Creatori della stirpe che erano là dove sorge la luce e sono le querci”.

Vediamo ora l’iscrizione di Chiusi che contiene il termine TUT.

Purtroppo si tratta di un messaggio molto triste che rivela la rassegnazione degli Etruschi a una fine ineluttabile, che non risparmia nemmeno la gioventù (RINÌA):

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

LO

Loc

Il fratello minore

TREPY

treti

si è perduto

TUT

tut

spavento

NAI

nai

in noi

PAN

pan

hanno visto

L…

L…

L…

REMZ

Ramë

siamo caduti

NA

na

noi

RESE

Reze

Etruschi

THE

dhe

e anche

RINIA

rinìa

la gioventù

Nel museo archeologico del Vaticano si trova anche questa urna con un bassorilievo raffigurante una scena di caccia, con cavalli, cani e un cinghiale che è la vittima. Il personaggio che riposa sul coperchio era forse un bravo cacciatore: cosi almeno appare tramandato ai posteri.

Comunque il messaggio rileva un infinito dolore:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

OAN

Joni

Il nostro

TRENOI

trenoi

fece impazzire

NE

ne

noi

INASPRESH

ashpërsisht

aspramente

In questa iscrizione merita uno speciale commento il termine OAN, reso in albanese con joni (la i finale è determinata), che si riferisce al caro defunto nostro, che appartiene a noi. Un esempio tipico di questa parola OAN, o anche ON o ION, è il nome del mare Jonio, che in albanese di dice deti Jon. Lo Jonio era il mare Nostrum, dei Pelasgi: secondo Tucidide, Jon era anche l’attuale mare Adriatico, le cui sponde erano anticamente abitate da tribù pelasgo-iliriche che di conseguenza lo consideravano come una sorta di lago loro appartenente.

Un’altra parola da notare è INASPRESH, ashpër in albanese, aspro in italiano, anche nel senso di molto doloroso.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora