domenica 25 luglio 2010

La somiglianza della lingua hittita con quella albanese

 

Archeologia moderna e filologia, con lo studio del cuneiforme e con l’aiuto del C14 radioattivo, hanno portato alla luce la civiltà del grande impero hittita, la sua capitale e resti del suo lessico.

Appena dopo la rivoluzione neolitica con i suoi capovolgimenti della struttura sociale, troviamo a Çatal Hüyük (attualmente Turchia) una città costruita sulla base di solide tradizioni, antichissima almeno quanto Tiro e Sidone (7000 anni fa), in base ai dati forniti dalle tavole di datazione di Bahir Alkim, da altri ricercatori e scienziati confermati.

E Winckler scopre a Boghazköv la lingua degli Hittiti e la capitale del loro impero Hattusa, tra il Mar Nero ed il Mediterraneo, nell’arco dell’Haly, appoggiata a sud entro una montagna, in una valle che si apre verso nord. Questa posizione non farebbe presupporre, a prima vista, che gli Hittiti estendessero il loro dominio soprattutto verso sud/sud-est, oltre le catene del Tauro, fino a Babilonia e giù in Palestina. Tanto maggiore, quindi, la scoperta dell’impero Hittita in Anatolia Settentrionale, in una zona non annoverata prima fra i centri di civiltà.

Il lettore si chiederà perché insisto sugli Hittiti. Semplice: per me essi sono Troiani, e quindi: Illiri, Etruschi, Albanesi; e dopo la venuta di Enea in Italia, anche, in parte Romani.

Le prove sono nel lessico e nell’archeologia, nell’etnografia e nei monumenti portati alla luce dagli scavi degli ultimi tempi, ed anche da un più approfondito studio dell’antropologia, tenendo presente che questa spesso dipende anche dalle condizioni ambientali dei luoghi delle varie regioni del mondo.

Ora vi do un piccolo elenco di parole hittite, nelle quali si riscontra identità o somiglianza con l’arbërisht (albanese):

Hittita

Albanese

Italiano

     

Ni

Adesso

Ata

At-i

Padre

Asht

Asht-i

Osso

Mat

Mat-ënj

Misurare

Maje

Manj

Ingrassare

Njoj

Njoh

Conosco

Wit

Vit-i

Anno

Ane

Anë

Parte, lato, faccia ecc.

Gjun

Gju

Ginocchio

Qend

Qind

Cento

Ili

Yll

Astro

Bait

Baj

Cortile

Et

Etë

Sete

Est

Është

È

Gurta (cittadella)

(i) Gurtë

(di) Pietra*

Lule

Lule

Fiore

Dor

Dorë

Mano

Mial

Mjaltë

Miele

Wesha

Veshje

Abito

Urim

Urim

Augurio, buona fortuna**

Shur

Shur

Sabbia

Turija***

Turi

Grugno

Nakt

Natë

Notte

Ara

Arë-a

Campo seminato

Shkal

Shkallmoj

Svellere, assassinare

Sojoti

Sitë

Setaccio, filtro

Hur

Ur-i

Fame

Lehit

Lehtë

Leggero

Lissi

Lis

La quercia

* La cittadella era di pietra anticamente, da Gur = pietra.

**Urim, in ebraico, è l’atto con cui il Sommo Sacerdote consulta la divinità. La risposta si chiamava invece thunim; qui è evidente la radice dell’illirico thom = dico.

***Turija, hitt = corda con cui si legava il grugno del maiale, traslato dall’illirico Turi = grugno.

Tratto dal libro Thot. Tat parlava albanese dell’autore Giuseppe Catapano

domenica 18 luglio 2010

Museo archeologico di Tarquinia (2)

-Seconda parte-

Nella sala attigua, sotto la finestra, si trova un altro coperchio. Sebbene sia grigio e semplice come il precedente, ha tuttavia qualche accenno di ornamenti alle estremità. L’iscrizione scolpita su di esso si presenta, dal punto di vista letterario e concettuale, molto perfezionata, anche se purtroppo non sia possibile leggerla per intero: le lettere sono logorate e la pietra è scheggiata e non sarebbe coretto cercare di indovinare solo seguendo il senso della frase.

coperchio sarcofago

iscrizione_1

Pelasgo - Etrusco

Albanese

Italiano

     

C

Qe

Era

ANA

ana

Dalla parte

NAS

nash

Di noi

LA

la

Lasciò

ROI

roi

Di vivere

LARTHAL

I Larti

L’Altissimo

MATIUAL

I Maturi

il Saggissimo

CCLA

Ke krah

Nelle braccia

TI

Tij

Sue

ANATI

Ana Tij

al lato Suo

VOI

vej

metterlo (voglia)

LAFTNI

lavdi

Lode

CERIM

kërkim

richiesta

TE

te

verso

MAHI

Madhi

la Grande

SA

Za

Voce

MUTHITH

mu thith

essere recepita

In fondo alla seconda sala del museo, è posato un sarcofago con una figura maschile adagiata sul coperchio. La base presenta bassorilievi elaborati, che tuttavia ormai sono velati dalla nebbia del tempo e sembrano fantasmi di se stessi.

La figura, nel suo atteggiamento di sereno riposo, sembra l’espressione della beatitudine e se non leggessimo il messaggio scolpito sul bordo del coperchio potremmo rimanere con questa precisa sensazione.

Invece l’iscrizione è un urlo disperato, rivolto ad ARNO, il Creatore, per la perdita di quasi tutti i membri di quella famiglia, forse causa di un epidemia.

Quanto dolore straziante traspare dalle parole:

“Hai condannato i padri a sopravvivere, o Creatore!”.

sarcofago

iscrizione_2

Pelasgo- Etrusco

Albanese

Italiano

     

DAINOA

Dënove

Hai condannato

APAT

apat

i padri

RUI

ruj

a sopravvivere

LAROIAL

duke la rojtjen

facendo lasciare di vivere

FEKH

duke fik

e spegnendo

ATA

ata

loro

CRI

qe i ri

era giovane

AI

ai

colui

CALE

ka le

che è nato

ONAS

jonash

dai nostri

ARNO

Arno

Creatore

AI

ai

egli

LAROI

la roi

lasciò di vivere

ATIMIA

a timia

anche la mia

PUIA

gruia

moglie

APA

apa

il fratello maggiore

AVIS

a fis

e i parenti

TER

tër

tutti

NES

nesh

di noi

La tomba dei Vend-Kahrun e le altre di Tarquinia sono conservate come luogi di culto.

L’ordine, la pulizia che le contraddistinguono esprimono l’intensità dell’amore per i nostri lontani antenati da parte di coloro che curano questa cultura e che con passione la mostrano al visitatore.

Con occhi stupiti, il visitatore riceve i messaggi, legge le iscrizioni e impara ad amare chi visse e soffrì come noi, moltissimo tempo prima di noi.

Lucus a non lucendo, diceva Marco Fabio Quintiliano alludendo ironicamente alle distorsioni verbali per trovare la radice delle parole.

Infatti non è stato proprio “il bosco sacro dal non far luce” il risultato dello sforzo di tanti linguisti che si sono prodigati nel tentativo di scoprire “la chiave” dell’idioma degli Etruschi rincorrendo parole tortuose che sgusciano via e il più delle volte fanno perdere l’orientamento?

Hanno potuto raggiungere lo scopo solo coloro che hanno avuto l’intuizione di affidarsi alla lingua albanese.

Un particolare riconoscimento in questo senso è dovuto al Prof. Zacharie Mayani dell’Università della Sorbona di Parigi, che ha voluto imparare l’albanese, ne ha approfondito la conoscenza pratica in Albania e ha potuto così mettere in luce la verità. Altra personalità di grande cultura è il Prof. Skënder Rizaj dell’Università del Kosovo a Prishtina, che con il soccorso dell’albanese e riuscito ad interpretare la paleografia nell’odierna Turchia occidentale, anticamente abitata da tribù pelasgo-iliriche.

Né vanno dimenticati gli approfonditi studi del Prof. Giuseppe Catapano che con lo stesso metodo ha dato nuova luce all’idioma esoterico dell’altra sponda del Mediterraneo, l’Egitto faraonico (in albanese fara = stirpe, one = nostra).

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

domenica 11 luglio 2010

Museo archeologico di Tarquinia

-Prima parte-

Il museo archeologico di Tarquinia è un tesoro di reperti. Ogni piano desta ammirazione e stupore. Ogni reperto narra simbolicamente un frammento di storia che si sviluppa di oggetto in oggetto in una vita vissuta e testimoniata attraverso la bellezza dell’arte.

cavalli alati

I due cavalli sono vivi, palpitanti e potenti, tesi in avanti, come se stessero per lanciarsi verso spazi infiniti. E chi li sta ammirando continua ad ammirarli, in attesa che spicchino il volo. E quando si allontana… lo fa forse perché immagina che siano già volati via in direzione di mondi lontani.

È interessante notare che la stessa espressione artistica di anelito verso l’alto, teso all’elevazione esisteva in Iliria, come dimostra questo cavallo alato del IV secolo a.C. rinvenuto presso la città di Kolonja in Albania:

cavallo alato rinvenuto in Albania

Nel museo di Tarquinia sono particolarmente suggestivi i pensieri tramandati a noi mediante le confessioni dei sarcofagi.

Al pian terreno, nel centro della prima sala, spicca un bellissimo sarcofago bianco. Sopra il coperchio è adagiata una donna. Oltre la sua testa, con la nuca appoggiata allo stesso guanciale, sta un busto di bambino, con un leone a ciascun lato. Le quattro facce del sarcofago sono ornate con figure in bassorilievo lavorate con rara maestria.

Sotto al coperchio è scolpita un’iscrizione bella e interessante, come d’altronde lo sono un po’ tutte:

sarcofago

iscrizione_1

Pelasgo – Etrusco

Albanese

Italiano

CE

qe

era

LOUR

lodhur

sfinita

PARTUNUS

nga pjellje

dai parti

LA

la

lasciò

RISA

risì

gioventù

LIMA

dhima

sofferenze

CLAN

klan

nei familiari

RAMOAS

ra mosh

calati nell’età

CUCLNIAL

kukumal (pirg)

un mucchio

ZILKH

zije

di lutto

CEKHAN

që kjan

piangere

E

e

e

RI

ri

rimane

TENOAS

te ne

da noi

A

a

anche

FIL

bir

il figlio

Ce

che

A

â

è

LOAS

lash

lasciato

KH

koha

tempo (all’età di)

XXXII

32 (?)

32 (anni?)

Si deve ritenere che anche questo messaggio cosi sofferto appartenga a un periodo tardo, non solo per la presenza di numeri romani, ma anche per la latinizzazione di alcune parole, come FIL (filius) e in particolare PARTUNUS (partus) che, per quanto è possibile giudicare dall’albanese attuale, al quale corrispondono tutte le altre parole, non sembra esistesse nell’anticha lingua dei Pelasgo – Iliri.

A destra del dominante sarcofago ora esaminato si trova un coperchio di sepolcro che potrebbe passare inosservato se non si prestasse attenzione al messaggio che reca inciso e che dà un senso di profonda tristezza per questo giovane di 25 anni, che sfinito da qualche malattia portò nel sepolcro la sua gioventù:

iscrizione_2

Pelasgo - Etrusco

Albanese

Italiano

     

CE

qe

Era

LOUR

lodhur

Sfinito

LA

la

Lasciò

RISAL

risin

La gioventù

CLAN

klan

La famiglia

CUCLNIAL

Kukumal

Dal tumulo

THANKH

thatë

Secco

TI LUS

Ti lus

Per lui pregare

LUPU

lypi

Chiesto

A

â

Ha

FILS

fisit

Ai parenti

XXV

25 (?)

25 (anni?)

Il giovane ha chiesto ai parenti di pregare per lui: tutti noi siamo in qualche modo suoi discentendi, e tutti noi leggendo questa iscrizione, ci sentiamo spinti a rivolgere un pensiero di eterna pace a questo giovane prematuramente scomparso.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

domenica 4 luglio 2010

La nazione e la lingua degli albanesi

 

Gli Albanesi parlano una delle più antiche e più belle lingue del mondo. Le lingue affini e coeve all’albanese si sonoSami Frashëri estinte da millenni e non si parlano più in nessun posto della terra. La lingua albanese ha molte affinità con il greco antico, il latino e il sanscrito (l’antica lingua dell’India), con lo zend, che era l’idioma dell’antica Persia, e infine con la lingua celtica e con quella teutonica. Quelle appena citate sono tutte lingue morte, mentre la nostra lingua, l’albanese, che fra queste è quella più antica, è viva e si parla ancora oggi come ai tempi dei Pelasgi.

Senza ombra di dubbio i Pelasgi sono il popolo ariano più antico d’Europa. Ci sono molto indizi e molti racconti che confermano che i Pelasgi, che sono un popolo antichissimo, hanno parlato questa lingua che noi Albanesi usiamo oggi giorno. I nomi degli dei a cui i Pelasgi erano devoti sono stati presi dalla mitologia greca e romana; ma anche tante parole, nomi e toponimi sono identici a quelli usati nell’albanese moderno e ci dimostrano che i Pelasgi hanno parlato per migliaia di anni l’idioma degli Albanesi di oggi, quasi senza cambiamenti, oppure con così poche modifiche che, se oggi rivivesse un antico Pelasgo, noi parleremo con lui e ci capiremmo come parlano e si capiscono un Ghego con un Tosco in Albania.

La grammatica della lingua albanese, le coniugazioni dei verbi, i pronomi, la costruzione delle parole, sono cosi belli e perfetti che non solo in nessuna delle lingue di oggi troviamo una grammatica simile ma neanche nei linguaggi antichi e morti vi è traccia di simile bellezza. Questa considerazione ci fa capire come la lingua albanese ci sia stata tramandata dalla notte dei tempi con pochi o quasi nessun cambiamento.

Il segno distintivo di un popolo è la lingua. Ogni nazione si riconosce tramite la sua lingua. Le persone che parlano la lingua della nazione in cui vivono dimenticando la loro lingua madre, col tempo diventano cittadini della nazione di cui parlano la lingua. Non bisogna credere che gli appartenenti a molte civiltà che si sono estinte siano morti o siano stati uccisi: essi si fusero con altre popolazioni, ne adottarono la lingua, divenendo in tal modo parte indistinta di essi. Così si sono estinti i Frigi, i Traci, e molte altre popolazioni che non erano pelasgiche, e cioè albanesi come noi; perciò queste popolazioni oggi non esistono più e sono state dimenticate, avendo esse perso la loro lingua. Ma i popoli che vivono in quel paese che oggi si chiama Albania hanno custodito gelosamente la loro identità lessicale, e cosi nel paese delle aquile anche oggi si parla la lingua degli antichi Pelasgi. Come è possibile che gli Albanesi abbiano conservato il proprio idioma integro e incontaminato per un così lungo tempo? Come mai la lingua albanese non è cambiata nel tempo anche se non ha avuto un suo alfabeto e libri, e non è mai stata insegnata nelle scuole, quando lingue scritte e create con tanta cura sono cambiate così tanto nel tempo che oggigiorno ci sembrano un’altra lingua, differente da quella originaria?

La risposta a queste domande è semplice: gli Albanesi hanno mantenuto la propria identità nazionale e linguistica non mescolandosi con altre popolazioni, e non permettendo agli stranieri di entrare nel loro paese. Il restare lontano da ogni cosa che non fosse albanese, e vivere sulle montagne incontaminate, ha permesso agli Albanesi di conservare la propria nazione e la propria cultura.

Per quanto riguarda la questione per cui gli Albanesi non hanno mai pensato di codificare con la scrittura il loro linguaggio, ciò è un grande mistero. Non stiamo parlando di quelle piccole tribù ( Pelasgi e Illiri) che vivevano sulle montagne e non sentivano il bisogno di scrivere, tanto da non pensare neppure ad una cosa simile, ma dei Macedoni, che avevano un impero sofisticato, così come il regno di Pirro d’Epiro e di Teuta in Illiria: come mai non hanno sentito il bisogno di scrivere nella loro lingua? Filippo di Macedonia, che voleva espandere il suo regno ed invadere la Grecia, perché non ha fatto si che si scrivesse nella sua lingua, affiancandola così al greco? E’ probabile che Alessandro il Grande non ne abbia avuto il tempo, ma i Tolomei, che introdussero la lingua greca ad Alessandria, come mai non pensarono alla loro lingua d’origine? Come mai non crearono un alfabeto, vedendo che tutti i popoli dell’Asia e dell’ Egitto ne utilizzavano uno precipuo? Gli antichi Romani impararono la filosofia studiando la lingua greca, ma avevano un proprio alfabeto e un proprio linguaggio: il latino, e possedevano una propria letteratura.

Johan George von Hahn (1811-1869), il grande filologo tedesco, che ha scritto tanto sull’Albania, ha trovato in questo paese una pietra con delle lettere incise, presumibilmente riconducibili ad iscrizioni albanesi. Queste lettere somigliano molto a quelle dell’alfabeto fenicio, ma non sono fenicie. Queste lettere non sono state ritrovate da nessun’altra parte e non ci sono indizi tali da far ritenere che si usassero in Albania. Alcune tombe ed altre iscrizioni in lettere greche rinvenute in Asia Minore, cosi come altre epigrafi scritte con lettere latine in Etruria, in Italia, sembrano essere state opera dei Frigi o degli Etruschi, e somigliano molto alla lingua albanese. I Frigi e gli Etruschi erano popolazioni pelasgiche e cioè albanesi. In varie epoche gli Albanesi hanno scritto la loro lingua con gli alfabeti che conoscevano meglio: certe volte con lettere arabe, a volte greche o latine. Questo è successo perché gli Albanesi non hanno mai pensato di redigere un alfabeto per la loro lingua. Cosi la lingua albanese è rimasta fino ai nostri tempi una lingua non scritta.

Liberamente tratto dal libro Shqipëria ç’ka qenë, ç’është e ç’do të bëhetë (1899) dell’autore Sami Frashëri