domenica 28 marzo 2010

La lingua albanese

La lingua albanese è la lingua più antica dell’Europa. Essa deriva dalla lingua illirica e da quella tracio – frigia (che è della stessa famiglia della lingua etrusca), lingua ereditaria della antichissima lingua pelasgica, sulla quale i Greci costruirono la loro lingua: il greco antico.  Da questa lingua derivano la lingua ionica e quella arcadico – cipriota. La lingua albanese è un ramo completamente separato da quelle che si chiamano lingue indoeuropee, e non deriva da nessun’altra lingua conosciuta. Noi oggi non abbiamo tracce della lingua degli Illiri antichi, se non solo alcune epigrafi rare (trascrizioni fonetiche della lingua illirica tramite le lettere greche e, successivamente, le lettere latine) che sono composte da nomi propri e toponimi tipici illiri. In verità i principi Illiri usavano la lingua greca e poi quella latina nelle relazioni con il mondo esterno, e nel frattempo il popolo parlava la propria lingua. Proprio questa lingua è una eredità enorme che i pelasgo-illiri lasciarono ai loro discendenti. Un monumento vivente, Z. Majani, a proposito di questo dice:

“La lingua albanese è una lingua meravigliosa dove certe volte basta abbassarsi per terra per trovare pepite d’oro… filologiche. In questa lingua certe volte senza la  minima fatica scopriamo parole arcadiche che sono contemporanee con l’Iliade o Numa Pompilius. 

Gli Illiri erano una popolazione autoctona. Essi hanno continuato a sviluppare la cultura e i costumi tramandati dagli antichi Pelasgi.  Oggi questa cultura e questi costumi li troviamo nei diretti discendenti degli Illiri: gli Albanesi.

Anche se non si trovano tracce scritte della lingua albanese prima del XIV secolo, è irrefutabile il pensiero che gli odierni Albanesi parlino la stessa lingua dei loro bisnonni, indipendentemente dall’evoluzione naturale che una lingua subisce. I primi filologi del XIX secolo come Xylander, Ramus, Shlaicer, e soprattutto Franz Bopp, hanno dimostrato che la lingua albanese è chiaramente una lingua indoeuropea, però non ha affinità chiare con nessun’altra lingua conosciuta.

Vari filologi e studiosi, collocano la lingua albanese nel gruppo indoeuropeo del Nord Europa a causa dello sviluppo strutturale. Nelle lingue indoeuropee del Nord Europa, la lettera o corta è stata cambiata in a, invece nel gruppo indoeuropeo del Sud Europa è stata conservata la lettera o. Ecco perché gli studiosi collocano nel gruppo del Nord la lingua albanese.    

Ecco un esempio chiaro; la parola natë - “notte” in lingua albanese,  nacht (tedesco), naktus (lituano) per le lingue del gruppo del Nord Europa, ed ancora nox, noctis (latino),  nuktos (greco) per le lingue indoeuropee del gruppo del Sud Europa.  I rapporti della lingua albanese con le lingue del gruppo del Nord Europa sono stati oggetto di studio di molti filologi, fra i quali Pedersen Holger e il famoso albanologo Norbert Jokl. I rapporti della lingua albanese con il gruppo del Nord sembrano normali perché è noto che le regioni dell'alto e medio Danubio sono state la culla dei pelasgo – illiri, o per lo meno una delle tappe della loro emigrazione dall’Atlantico fino al Mar Nero (Caucaso).

John Geipel fra tanti autori moderni nel suo libro “Anthropologie de l'Europe, histoire ethnique et linguistique”  scrive delle verità incontrovertibili:

"Nonostante gli attacchi, gli Albanesi sono rimasti isolati nelle loro montagne e non hanno quasi sentito l’impatto con gli invasori, anche se un certo numero di parole greche, latine, slave e turche sono rimaste nella loro lingua. L’invasione slava nei Balcani durante il VI secolo d.C. ha portato alla scomparsa dei dialetti albanesi nelle regioni della Bosnia e Montenegro, ma a dire la verità la lingua slava non riuscì mai a mettere radici in Albania. Nella lingua albanese troviamo la struttura di un certo numero di parole tracio-frigie, lingua quest’ultima che si è estinta nei Balcani.”

Ecco cosa scrive Norbert Jokl;

"In ogni aspetto si osserva che le lingue del patrimonio linguistico, successive alle lingue antiche dei Balcani, come la lingua illirica e la lingua tracia, sono strettamente legate alla lingua albanese”.

Il linguista Meje nel suo libro “Le lingue indoeuropee” non ha potuto determinare la vera origine dei Pelasgi e neanche della loro lingua . Così non ha potuto stabilire la connessione della lingua pelasgica con la lingua illirica e tanto meno con l'albanese, ma ha rilasciato alcune verità sorprendenti:

“Gli Illiri hanno svolto un ruolo molto importante, ma ancora mal definito, nel centro d'Europa e hanno agito in varie direzioni: verso il mondo germanico, con il quale i rapporti e gli scambi  sono stati intensi; in Italia dove si trovavano molte tribù illiriche (è stato anche ipotizzato che il popolo Umbro fosse un ramo illirico); queste tribù illiriche devono essersi spostate anche nel Sud dei Balcani dove tanti toponimi ci indicano una colonizzazione illirica coperta in seguito dalla colonizzazione ellenica. Anche i Filistei, i quali fondarono la Palestina, si devono considerare di origine illirica. La radice di molte parole e alcuni nomi sono illirici”.

Tuttavia rimane oscura la questione della lingua dei Pelasgi:

“le regioni che i Greci occuparono erano abitate prima del loro arrivo da una popolazione di razza sconosciuta, che parlava una lingua sconosciuta e che conosciamo solo sotto i nomi di Pelasgi, Lelegi, Cari ecc. Secondo i toponimi arrivati a noi, questi popoli parlavano una lingua non indoeuropea. Secondo gli scrittori antichi la lingua pelasgica (nome non molto chiaro che sembra essere stato usato per lingue pre-ellene diverse) era ancora in uso nel V secolo a.C. sulla costa della Tracia,  nella  Propontide meridionale, e in alcune isole come Imbro, Lemno, Samothrake fino in Creta”.

Infine ecco un altro paragrafo tratto da uno studio proposto dallo studioso e filologo Zaharia Majani  sugli Etruschi e le tribù della stessa stirpe Tracio-Illiriche:

“Erodoto, secondo una diffusa tradizione,  considerava l’Anatolia come il punto di partenza degli Etruschi per l’Italia. Verso il 1300 a.C. questa regione dell’Anatolia era popolata dagli Illiri e dai Traci venuti dai Balcani. Cosi i Macedoni diventarono Frigi in Anatolia. I Dardani balcanici si sono trasferiti in Troade. Essi parlavano dialetti illirici , una lingua indoeuropea unica, né greca e né latina. Ecco perché i latinisti e gli ellenisti non hanno potuto fino ad oggi interpretare la lingua degli etruschi. Essi cercavano la chiave interpretativa in queste due lingue classiche; ma questa chiave si trova da un'altra parte. Solo la lingua illirica ci permette di avvicinarci all'interpretazione della lingua etrusca. In fine la nostra fonte principale rimane la lingua albanese, l’unica lingua balcanica ancora viva, alla base della quale rivive la lingua illirica.”

In realtà bisogna dire che i primi linguisti del periodo compreso tra il XIX secolo e l’inizio del XX secolo hanno basato i loro studi esclusivamente sulle affinità di tre lingue: sanscrito, greco e latino . Ecco perché questo problema etnico-linguistico è rimasto senza soluzione. Non è stato tenuto conto del fatto che la lingua pelasgica è più antica di quella greca ed addirittura di quella sanscrita. Non si è tenuto conto neanche dell’ influenza della lingua pelasgica nella formazione di lingue più tardive. Oltretutto, va considerata l’influenza che ha avuto la lingua illirica nelle lingue balcaniche.

Liberamente tratto dal libro, Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple préhellénique dell’autore Mathieu Aref

domenica 21 marzo 2010

Gli albanesi sono gli unici membri autentici della famiglia dei Pelasgi

Anche in Romania si trovano iscrizioni pelasgiche, anch’esse comprensibili solo attraverso l’albanese, poiché i Traci antichi abitanti di quella terra costituivano una delle grandi tribù pelasgiche.

La parola BALL ( fronte in albanese) è molto comune in Romania e si presenta composta in varie forme, come per esempio in BALCRAS = confrontare (in albanese ballakrahas), BALLAS = di fronte. Ma la parola con BALL che interessa di più questo studio è BALUS, a causa del termine LUS, prego, che abbiamo visto in parecchie iscrizioni in Italia. Il significato di BALL-LUS è prego “di fronte (a…)”.

Nella tomba Vend-Kahrun di Tarquinia, la parola LUS è espressa sia sotto forma di FE-LUS = con fede prego, sia come Ke-Lus = hai (la nostra) preghiera.

Non risulta che siano state trovate in Romania iscrizioni traciche abbastanza lunghe, anzi spesso sono soltanto dei toponimi, oppure comprendono appena due parole. Di queste merita citarne due, per noi interessanti perché si sono incontrate sulla Stele di Lemno: ZA-ka = VOCE (FAMA) ha, e ZER-ula = AFFERRATO dal basso.

Da questa panoramica si è potuto constatare che in una vasta area del Mediterraneo, e anche nel retroterra, si parlava la stessa lingua.

Nella grandiosa opera del prof. Skënder Rizaj dell’Università del Kosovo, a Prishtina intitolata “Il ruolo dei Pelasgo-Iliri-Albanesi nella Creazione delle Nazioni e delle Culture” si trovano esaurienti e particolareggiate notizie sui Pelasgi, con citazione dell’esatta fonte di ogni informazione. Oltre che nel ex Jugoslavia Rizaj ha effettuate le sue ricerche anche in Asia Minore, e grazie alla sua perfetta conoscenza della lingua albanese, del turco, e delle lingue slave ha potuto realizzare un’opera originale e di grande valore.

Non è il caso di addentrarci nei dettagli di questo minuzioso lavoro di oltre 500 pagine, ma è lecito sperare che venga presto tradotto anche in italiano. Comunque per lo spirito del nostro studio conviene richiamare almeno un paio di riferimenti citati da Rizaj.

Egli fa sapere che lo storico turco Sulejman Kulça sostiene che nel mondo attuale gli albanesi sono rimasti gli unici membri autentici della famiglia dei Pelasgi. Rizaj riferisce inoltre che l’ilirologo jugoslavo Alexander Sticeviç è categorico nell’affermare che gli esperti che vogliono essere precisi nello studio degli Iliri devono necessariamente conoscere la lingua albanese. Egli sostiene che gli Iliri non appartengono solamente al passato, perché nei Balcani l’elemento ilirico è ancora vivo. “Quindi egli aggiunge è impossibile scrivere la storia delle popolazioni dei Balcani senza conoscere a fondo il substrato culturale ilirico”.

Ed è precisamente per questa ragione che gli Iliri rappresentano ancora oggi un tema di attualità per l’intera Europa.

Sappiamo che Erodoto ha scritto di aver scoperto vestigia dei Pelasgo-Iliri a Dodona e che la gente dell’ Epiro, come pure di Corinto e del Peleponeso parlava una lingua da lui sconosciuta. Del resto non pochi autori affermano che i Dori erano una tribù ilirica ellenizzata (DOR in albanese significa mano).

Tucidide a proposito dei Dori ci informa che ottimi navigatori, si erano spinti verso nord e in altre direzioni contribuendo in modo significativo a plasmare la cultura nel mondo.

Dopo approfondire ricerche, lo studioso Hans Krahe conclude:

Un numero rilevante di parole del dialetto dorico è incomprensibile con il greco, mentre si spiega con le leggi linguistiche dell’ilirico”.

L’austriaco von Hahn, che per parecchi anni fu console a Janina, si interessò vivamente ai ricchi reperti archeologici dell’Albania, nonché alla lingua e alle tradizioni. Dopo aver visitato le varie regioni e imparato i dialetti albanesi, nel 1854 pubblicò a Vienna un interessante libro, “Albanische studien” dove fra l’altro afferma:

Gli Albanesi sono autoctoni perché discendono direttamente dagli Iliri, come del resto anche le popolazioni della Macedonia e dell’Epiro, tutte derivanti dai preistorici Pelasgi”.

L. Benlöw, nella sua opera “La Grèce avant les Grecs” pubblicata a Parigi 1877, scrive:

Una sola lingua è stata finora in grado di gettare luce sui nomi di questi luoghi, e questa è l’albanese”.

Norbert Jokl, nel suo libro del 1924 “Reallexikon der Vorgeschichte” estende le sue considerazioni sugli Iliri anche ai Traci:

Comunque sia, osserviamo che le eredità linguistiche provenienti dalle lingue antiche dei Balcani, come quella degli Iliri e dei Traci, sono strettamente collegate alla lingua albanese”.

Per terminare la citazione degli studiosi, alcuni fra i tanti che si sono interessati al problema pelasgico-ilirico-etrusco, non si può fare a meno di ricordare tre fra i più autorevoli ricercatori italiani in questo campo: Ribezzo, che riconosce notevoli concordanze tra onomastici venetici, japigi, ilirici, e albanesi; Lattes, che afferma non esservi alcuna ragione per non ammettere un’origine ilirica delle popolazioni italiche; Trombetti, infine conferma che tribù iliriche si sono sparse lungo tutta la Penisola italica, dal Veneto alla Puglia, alla Calabria.

Oltre la testimonianza di così eminenti studiosi, come quelli citati, vi sono anche le attestazioni archeologiche a confermare l’affinità non solo linguistica, ma anche delle idee creative, attraverso monumenti, monete, sculture, comportamenti sociali tra i Toschi (Tusci) dell’Etruria e quelli dell’Albania meridionale. A questo proposito non è forse inutile rammentare che ancora oggi gli albanesi del nord si chiamano Gheghi e quelli del sud Toschi. Il territorio abitato dai Gheghi e dai Toschi era l’Iliria meridionale.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

domenica 14 marzo 2010

Quando la microtoponomastica ci parla in Illirico

di Alberto Areddu

Interessarsi alla toponomastica sarda significa cercare di dare un significato a toponimi molto spesso muti. E' stato calcolato che tanto più ci si avvicina ai paesi delle aree centrali tanto più aumenti il numero dei toponimi (fino raggiungere il 30 % del globale in siti come Ovodda, Orune, Ollolai), che non sono interpretabili alla luce della comune filtraggio latino. Per interpretare correttamente un toponimo sono necessari due criteri: stabilire fin quanto possibile la sua esatta forma medievale (più indietro è praticamente impossibile andare), e sapere da altre ricerche che cosa caratterizza quel determinato territorio, così denominato. Ora se per i poleonimi (cioè i nomi di luogo degli abitati attestati dal Medioevo a oggi), i due criteri sono spesso applicabili, perché sorretti da sostanziose informazioni, talora forniteci anche da altri ricercatori linguisti, la stessa cosa non vale per i microtoponimi, che in virtù del suono esotico potrebbero ingannarci sulla loro genuina antichità, ed invece sortire recentemente per qualche deformazione popolare, anche se, va detto, in qualche caso potrebbe esser vero il contrario, e cioè essi potrebbero risultare persino più puri foneticamente degli stessi poleonimi, sopratutto quando si tratti di posti particolarmente isolati e non sottoposti a comuni frequentazioni. La chiave interpretativa quindi dovrebbe partire dalla rilevazione di cosa HA quel determinato territorio, al contrario finora ci si è limitati al puro suono e si son prese delle enormi cantonate nell'asserire, come ha fatto il Wolf (e qualche suo allievo catalano), l'origine non-indoeuropea della toponomastica barbaricina. In ragione di ciò, mi voglio occupare qui di alcuni microtoponimi che in ragione del loro territorio, si offrono a miei occhi come sicuramente indoeuropei e anzi decisamente interpretabili alla luce dell'illiricità originaria.

Nel territorio di Olzai era attestata una località denominata (forse la stessa che oggi risuona come Dronnoro) Drovènnero, come ci attesta lo studioso Fancello, il quale aggiunge che in essa vi era un tempo un bosco di lecci, poi andato distrutto. Orbene lasciando da parte il suffisso -ennero che ritorna frequentemente in molti toponimi sardi (e che ho analizzato nelle Origini albanesi della civiltà in sardegna), la radice drov- ci rimanda inevitabilmente alla parola illirica druva (oggi ancora parzialmente attestata nell'albanese nella forma druvar 'boscaiolo') che vuol dire 'bosco', che si ripresenta nelle lingue slave come drvo. Sappiamo dal Wagner che duri indica nei dialetti centrali 'il palo per appendere', e la voce dall'ie. *drus 'albero', come già vide lo studioso tedesco, non è staccabile dall'albanese druri 'palo, albero'.

Nel territorio di Nuoro è attestato il Monte Gurtei. Su di esso venne ritrovato un nuraghe; secondo il Pittau, che lo vede come toponimo sostratico, la parola ricorderebbe il latino curtis, i cui parenti indoeuropei indicano perlopiù 'piazza, orto, luogo chiuso': referenti ci sembra poco adatti a un luogo detto monte. Lo stesso Pittau e altri studiosi hanno poi osservato la frequenza di toponimi inizianti in gur- gurt- gurth- nel sardo; un altro Monte stavolta Curtei ce lo offre peraltro per il '5oo il Fara (che spesso stravolge le forme originarie) per il territorio di Bosa. Orbene osservo che in albanese una tipica radice d'origine illirica, è gur 'pietra'; da essa attraverso il formante indoeuropeo -*to otteniamo: i gurtë 'pietroso'. Si osservi che tale formante pare ripresentarsi in altri toponimi sardi: Bul-tei, Fur-tei. Si osservi altresì che nelle lingue indoeuropee il passaggio "pietra" > "monte" ha una certa frequenza e facilità. Per quanto riguarda l'uscita in -ei si può pensare o un antico locativo indoeuropeo in *-ei, oppure alla posposizione dell'articolo maschile i, come avemmo occasione di dire per sisaja "nera la", in pratica "pietroso il". Pertanto il toponimo, a me pare, indicava originariamente un monte pietroso.

toponimo M. GURTEI

Veniamo adesso ad Artilai. Con la denominazione di Arco di Artilai si indica un punto di passaggio, che collega e separa due zone impervie del Gennargentu di Desulo. La voce è certo sostratica, e richiama il nome di fiume trace di Artila, che è d'origine indoeuropea, derivando dalla radice *ar- 'connettere, adattare', da cui latino artus 'arto', greco arthros ecc. Ci sembra ovvio pensare che Artilai, probabile aggettivo originario, valesse all'incirca "il collegante, che fa da collegamento".

toponimo: ARCU ARTILAI

E adesso spostiamoci in Ogliastra, vero regno delle sopravvivenze illiriche in terra sarda. Qui nel territorio di Seulo, abbiamo un fiumiciattolo che finisce nel Flumendosa. Tale riu Berissai, che attraversa zone impervie ha come unica attrattiva turistica, un antico ponte romano, detto arcu de Berissai. Chi ha qualche competenza dell'albanese, subito ricollegherà tale nome al diffuso toponimo albanese e kossovaro di Berisha/Berishë/Berisa/Berisani, da cui poi l'onomastico Berisha.

Sali Berisha e Silvio Berlusconi

(Sali BERISHA è quello alto normale a sinistra)

L'esistenza di una antica località Beroia, in Illiria, di una Bèrisa in area microasiatica, e sull'Ellesponto di un etnico dei Berusioi, predispone a pensare che il toponimo albanese abbia precordi traco-illirici. Ma non è tutto: in albanese la parola ber-i indica 'l'arco', e come abbiamo detto il nostro fiume ogliastrino è tagliato dall' Arcu 'e Berissai ! Come non pensare che i Romani abbiano ricostruito l'arcata su una più antica di origine illirica, che si chiamava Berissa e quell'antico toponimo è divenuto poi idronimo?

Arcu 'e Berissai

Come si vogliano interpretare tali toponimi, resta che qualcuno per convincerci che stiamo sbagliando, dovrebbe usare le nostre stesse arti e cioè spiegarceli MOTIVATAMENTE in modo diverso; certo non tutto potrà esser facilmente spiegato con l'illirico, e l'albanese purtroppo non ha preservato tutte le tracce che vorremmo, ma questi sono punti snodali, da cui le menti aperte (di cui è ricca la Sardegna) dovrebbero ripartire, se vogliono interpretare correttamente il loro passato, senza esser costretti a devolvere tutto alla presunta saggezza dei baroni.

bibliografia utilizzata:

Alberto G. Areddu, Le origini albanesi della civiltà in Sardegna, Napoli 2007

Alberto G. Areddu, web.tiscali.it/sardoillirica/sardoillirica

Salvatore Dedola, Toponomastica sarda, Dolianova 2004

Fabio Fancello, Voci di un mondo remoto, Nuoro 2003

Massimo Pittau, I nomi di paesi... della Sardegna, Cagliari 1997

Heinz Jürgen Wolf, Toponomastica barbaricina, Nuoro 1998

Vladimir Zoto, Fjalor Emrash, Tirana 2005

L. Zgusta, Kleinasiatische Ortsnamen, Heidelberg 1984

domenica 7 marzo 2010

Sole - Zeus

 

Sole - ZeusIl  Sole (Zeus) è il più grande fra gli dei: Dio e padre sia degli dei che degli uomini. Zeus, prima ancora di essere conosciuto come Signore dell’Olimpo e prima ancora che si creassero i miti sulla sua nascita in Creta, esisteva come divinazione del Sole (Zeus). Visto che era il più grande dio del mondo pelasgico, ne dovremmo trovare traccia in tutti i territori dove i Pelasgi abitarono, dall’ Italia centrale fino in Asia Minore, in Cipro, Creta ecc. E in verità in questi posti troviamo i segni del suo culto.

Molto sappiamo sul Sole (Zeus) e le sue vicissitudini, ma non sappiamo quasi niente sulla sua storia, origine, e sulla etimologia del nome. Cosa vuol dire Dias, Zeus, Zin ecc? Che significato hanno le radici Dhi e Zi della maggiore divinità dei Pelasgi? Dicono che il sole sia il simbolo della luminosità e lucentezza del cielo. Il cielo nella lingua sanscrita si chiama Diau-h , cosi i linguisti e i mitologi hanno pensato di aver trovato la soluzione etimologica del nome del Sole (Zeus), visto che considerano la lingua sanscrita più antica di quella greca.

Le radici Dhi e Zi nella lingua albanese hanno lo stesso significato di lumiosità (ndriçim), lucentezza (shkëlqim), fuoco (zjarr), e cioè le caratteristiche del sole; le ritroviamo nelle seguenti parole:

Diell(sole) dialettale Dill, Div ecc.

Ditë (giorno) cioè la parte della giornata che si illumina.

Dieg (Bruciare), Djeg.

Di (sapere) conosco, mi illumino.

PerënDia, Dio, Signore.

Diel (domenica), cioè il giorno del sole che i cristiani hanno trasformato nel giorno del Signore.

Dialë (ragazzo).

La radice Zi la troviamo nelle parole zien (bollire), zjarr (fuoco) e anche nella parola tardiva Zot(Dio).

Diah-u nella lingua sanscrita significa cielo, come abbiamo detto, ma come si può facilmente intuire il cielo non è sempre illuminato ma anche oscurato (al buio), e in nessun caso ardente o rovente. Cosi la parola sanscrita Diah-u non può soddisfare chi trova in essa l’etimologia del nome del Sole (Zeus). L’etimologia di questo nome la troviamo nella parola pelasgica Diau che oggi vive nella parola albanese Dielli (il sole).

Parole derivate da Diau/Diell sono anche i termini latini DIOVIS e DEUS = Dio, Signore. Questi termini hanno avuto origine dopo la creazione del pantheon dell’ Olimpo e la immedesimazione del Sole con Zeus. Cioè nei tempi in cui ormai il Sole (Zeus) è diventato il più grande di tutti gli dei. Erodoto chiama Dhia ogni grande dio dei popoli che lui descrive nelle sue opere.

Altre parole derivate sono Dias – giorno in spagnolo, Day – giorno in inglese, Dieu – Dio in francese ecc. Ma in nessuna altra lingua del mondo c’è un sistema cosi ricco di parole con le radici Di e Zi come quello che esiste nella lingua albanese, dove tutte le parole hanno il significato della luminosità (ndriçim), del fuoco (zjarr), ecc, e cioè le caratteristiche del sole.

Liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola