domenica 28 febbraio 2010

Memoria sulla lingua albanese

Secondo Erodoto i nomi di molte Divinità greche derivano dalla lingua pelasgica e noi troviamo che nell’albanese det (il mare) corrisponde al greco τέτις; dhe (la terra) a δηώ, altro nome di Cerere (Demetra); herë (il vento) ad άήρ, da cui ήρη cioè Era (Giunone); dielli (il Sole), da cui δέλιος, soprannome di Apollo, dio del Sole; vrane (nube), da cui ούραγός, il Cielo. E quantunque quanto abbiamo ora detto non sia la esatta affermazione di Erodoto, il quale confessa di non avere nozioni certe sulla lingua dei Pelasgi e non nomina che Era (Giunone) fra queste divinità, tuttavia ciò è per lo meno un indizio che alcuni vocaboli della più remota antichità si siano conservati nella lingua albanese.

In verità molti altri vocaboli antichissimi si ritrovano nella lingua albanese. In seguito vedremo ulteriori esempi, maggiori di quelli riferiti per la lingua frigia. Qui ricordiamo soltanto altre due voci riportate dallo stesso Malte-Brun; la prima è uedy, nome, a suo dire, che merita tutta la nostra attenzione, poiché i poemi orfici indicano, con esso, l’acqua, ed assomiglia molto all’albanese ue, uen, e l’altra è Larthes, che significa “casta dei Signori” in etrusco. In albanese të Lartët vuol dire “essere posti in alto”, da lart (alto). Del resto, lo stesso nome “Pelasgi” si può intendere in albanese per “vecchi”, “antichi”: Plaschi o Pelaschi, e plaschica o pelaschica gente, significa “gente vecchia, antica”, da plak “vecchio” e dal plurale plaket “vecchi”; i nomi di Pella e Pellene si possono spiegare col vocabolo pella, “cavalla”, per cui Pella e Pellene come “cavalla”, “cavallina”, ossia equestre; i nomi Pelion e Peligni e di molti altri luoghi e popoli pelasgi si ricavano facilmente da pyll, “foresta”, indicandoli come abitatori di boschi o foreste.

La lingua albanese si ricollega dunque alla lingua frigia e a quella pelasgica e di conseguenza con la macedonica, per il fatto che molte usanze macedoniche risalgono allo stile frigio e non pochi nomi geografici della Macedonia sono gli stessi che si usavano nella Frigia, e cioè originari della lingua frigio-albanese; essendo certo che in quei luoghi ai tempi della monarchia macedone si parlasse una lingua locale che non era per nulla capita dai Greci, non senza ragione si può supporre che fosse proprio la barbara frigio-pelasgica, che restò come idioma nazionale nella popolazione di quel paese, mentre comunque veniva scritto e parlato il greco, per la sua comunanza con gli Elleni.

Tratto dal libro Memoria sulla lingua albanese dell’autore Giuseppe Crispi

domenica 21 febbraio 2010

L’etimologia dei nomi Shqipëri e shqiptar, Albania e albanese

È curioso che ci sia una differenza tra il nome che gli albanesi riferiscono a se stessi e quello usato dagli stranieri per riferirsi agli albanesi.

Il paese abitato dagli albanesi oggi si chiama Shqipëri e gli abitanti shqiptar per gli albanesi, mentre gli stranieri chiamano Albania il paese e albanesi i suoi abitanti.

Senza pretesa di voler risolvere una volta per tutte la questione, cerchiamo di capire meglio il motivo di tale distinzione attraverso alcuni studi.

Nel 1847, nel suo libro “Su gli albanesi, ricerche e pensieri”, Vincenzo Dorsa cercò di dare una spiegazione, proponendo alcune possibilità. “Si discute fra i critici sull’origine del nome “Albania”, perché nessuna traccia si trova presso gli antichi scrittori. C’è chi sostiene che deriva dagli Albani, popoli dell’Asia che erano situati tra il Caspico e il Mar Nero, i quali, secondo questi studiosi, fondarono diverse colonie nella Macedonia e nell’Epiro”.

Ma Dorsa non è convinto di questa teoria. Infatti ci dà un'altra indicazione: “Palmerio (Graccia antiqua, Libro 1, Cap. 14), ci tramanda che l’Albania si chiama così per via delle sue alte montagne, che i Galli antichi, una volta giunti in quelle terre, chiamarono alpi nella loro lingua”. Sulla base di questa teoria, Dorsa spiega il termine riconducendolo alla natura montuosa di “quella terra”.

Lo scrittore antico Tolomeo riferisce che nella Macedonia esiste un monte Albanus, dei popoli Albani e la città Albanopolis. Lo stesso Strabone ricorda il monte Albia o Albion. A questo punto Dorsa si interroga sul “perché non puntare l’attenzione su questo indizio? Indizio solitario sì, ma splendidamente parlante. Questa per noi è come la stella polare per i naviganti dell’oceano; ed io non credo che quel nome sia appunto il principio generatore della parola Albania”.

La versione personale di Dorsa è questa: “Nel Lazio esisteva Alba, città sacra, retaggio della discendenza di Enea. I Romani venuti nella Macedonia e nell’Epiro, alla vista della città di Alba o Albanopolis, si sono spontaneamente ricordati della città, chiamata Alba, della loro patria. Perciò, per distinguerla da quella, l’hanno chiamata Alba-nia, cioè Alba nuova (nia - nuova), come appunto dissero Roma-nia, Roma-nuova la terra sede del nuovo impero[…]”.

Anche per il nome shqiptar, Vincenzo Dorsa dà la sua spiegazione: “Fra di loro si chiamano Skipetari. Questo secondo nome ci porta a σχίφος, che Eschilo spiega ricorrendo alla parola ξίφος spada, maneggiatori di spada[…]”.

Nel 1877, a Parigi, si pubblica il libro La Grèce avant les Grecs dell’autore Louis Beonlew. Beonlew cerca di spiegare la parola shqiptar dando credito alla teoria di Xylander. Inizia la sua analisi osservando quanto la parola shqiptar si avvici al verbo albanese shqiptoj (pronunciare). Ma poi abbandona qualsiasi connessione con questo termine perché ritenuta non attendibile e cerca di definire meglio la sua teoria. Beonlew avvicina la parola shqiptar alla parola shqiponja, aquila, che, come il falco, starebbe sempre vicino alla roccia, il suo habitat naturale. Roccia in albanese è shkëmbi. Se consideriamo che in albanese il falco si chiama anche petrit, questa parola ci conduce alla lingua greca petra ovvero roccia. Allora, conclude Beonlew, gli albanesi (Shqiptarët) si chiamavano, come sosteneva Xylander, “abitanti della roccia”.

Sami Frashëri invece nella sua opera "Shqipëria ç'ka qënë, ç'është e ç'do të bëhet" (Bucarest 1899), dice che gli antenati degli albanesi si facevano chiamare arbën, parola questa documentata almeno dal II secolo d.C. che però subisce un cambiamento: da arbën in arbër per via dell’abitudine che hanno i toschi (abitanti del sud dell’Albania) di cambiare la lettera n in r. Arbër o Arbën cioè coloro che lavorano la terra, da Ar che vuol dire terra, campo e bër o bën che si traduce con “fare lavorare”. Sami Frashëri collega la parola Shqipëri al nome dell’“uccello benedetto”, cioè l’aquila (shqipe, shqiponja nella lingua albanese). Frashëri considera l’aquila una vera divinità e scrive che gli antenati degli albanesi la adoravano come se effettivamente lo fosse e, un tempo, l’animale era raffigurato anche sulla loro bandiera (all’epoca della pubblicazione del libro, l’Albania era una provincia dell’impero ottomano e non aveva una bandiera propria). Tuttavia, lo studioso conclude che la parola shqipëri sembra che non sia molto antica perché gli albanesi che si trasferirono in Italia e in Grecia non la conoscevano affatto, per questo utilizzavano la parola Arbër.

Robert d’Angely nella sua opera “L’enigme” sostiene che la parola shqiptar non va oltre l’anno 1375, al contrario di quanto sostenuto da Vaso Pasha che, invece, riteneva che questa parola fosse molto antica e addirittura la riconduceva alla albanë-i, termine creato dagli albanologi moderni. Secondo d’Angely, la parola shqiptar comincia a diffondersi a causa dell’esercito di Scanderbeg che lottò senza mai essere sconfitto dai turchi. Shqiptar ovvero portatori dell’aquila (bartëse e shqiponjës, e shqipes), questo perché la bandiera sotto la quale questo esercito combatteva era la bandiera di Giorgi Kastriota (Scanderbeg), bandiera che è ancora oggi il simbolo ufficiale dello stato albanese: sfondo rosso che esalta un’aquila bicipite nera.

Anche lo studioso Aristidh Kola nel suo libro “Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve” sostiene che il nome shqiptar ritrova le sue origini a partire dall’esercito di Scanderbeg che portava la bandiera rossa con l’aquila bicipite. Quanto ai termini Alban e Arbëresh, lo studioso sostiene che non c’è alcuna differenza. Citando due storici albanesi, Pollo e Puto, scrive che “la parola Alban ha un’origine storica, invece la parola arbëresh ha un’origine geografica”. Kola riprende la teoria che riconduce Albani, antica parola celtica, al concetto di altura.

Ovviamente questo articolo non ha pretesa di esaustività, però credo che dia un’idea sulla problematica questione dell’attribuzione del nome, specificando il complesso dibattito etimologico che sottende ai due nomi in questione (Albania e Shqipëria).

Elton Varfi

domenica 14 febbraio 2010

L’intervista con Dott. Alberto Areddu autore del libro “Le Origini Albanesi della Civiltà in Sardegna”.

clip_image002Dott. Alberto G. Areddu da anni si interessa alla disciplina denominata “linguistica sarda” per la quale ha pubblicato Studi Etimologici Logudoresi. Postille e aggiunte al DES (1996), Launeddas e altri studi greco-italici (2004). Ha pubblicato sulla Romance Philology di Berkeley, ed è stato recensito da H.J. Wolf sulla Zeitschrift für Romanische Philologie (2002). Nel suo ultimo saggio "Le Origini Albanesi della Civiltà in Sardegna" l’autore prosegue una sua ricerca fino alle fonti originarie del sardo, giungendo così ad indicare la prospettiva paleoillirica come la più convincente, basandosi sui numerosi elementi della toponomastica e sui diversi lessemi, finora rimasti inspiegati.

Brunilda Ternova: Prima di tutto Dott. Areddu la ringrazio per averci dato l’opportunità di intervistarLa, creando così la possibilità al lettore albanese (in Albania e in diaspora) di conoscere Lei e la sua opera scientifica.

Prof. Alberto G. Areddu: Sono io che ringrazio Voi per l’opportunità che mi date di parlare del mio lavoro.

Brunilda Ternova: L’opera difficilmente si distingue dal suo creatore, perciò mi permetta di chiederLe qualcosa su di Lei. Chi è Dott. Alberto Areddu, dove è nato e dove è cresciuto?

Prof. Alberto G. Areddu: Sono nato a Genova da genitori sardi, mi son laureato nella città ligure, dopodiché mi son trasferito per l’insegnamento in Sardegna, attualmente sono di ruolo nella scuola pubblica e insegno in un liceo.

Brunilda Ternova: Il suo libro “L’origine albanese della civiltà in Sardegna” è un libro pubblicato nel 2007 e tratta argomenti interessantissimi nel ambito linguistico, etnografico e storico. Ci può spiegare cosa significa questo libro per Lei, cosa l’ha spinto a intraprendere un studio di questo genere e come questi studi sono nati e si sono sviluppati durante il tempo?

Prof. Alberto G. Areddu: Mah, l’interesse che mi ha preso da sempre era quello di trovare delle spiegazioni riguardo quali fossero le origini dei sardi, i quali essendo isolani da una o più parti devono essere necessariamente provenuti, e finora si erano formulate diverse ipotesi che finivano per autoeliminarsi l’una con l’altra. Da tempo io attraverso la ricerca etimologica sul campo, mi interessavo a ciò: la difficoltà era nel potersi procurare il materiale sufficiente per corroborare in maniera decente dal punto di vista scientifico quelle che però erano in origine semplici intuizioni.

Brunilda Ternova: Quali sono i punti forti che secondo Lei argomentano la Sua teoria sulle origini illiriche della civiltà in Sardegna? E come mai altri studiosi hanno timore, per non dire paura, di trattare questi punti d’incontro storici nell’antichità tra il popolo sardo e quello illirico?

Prof. Alberto G. Areddu: Questa è una domanda rilevante. Bisogna sapere che l’argomento antiquaristico e in particolare quello toponomastico-ricostruttivo in Sardegna è appaltato, possiamo usare questa parola senza alcun timore, a pochi studiosi, i quali non hanno alcun interesse che un non accademico possa dire delle cose che risultino contrarie alle loro precedenti ipotesi o elaborazioni. Così è successo che l’unica recensione (in gran parte positiva), finora uscita, è di un non-sardo, il noto balcanologo Emanuele Banfi, dell’università di Milano. Cè poi una ragione di popolo che fa sì che il mio saggio interessi pochi: da diversi anni c’è una corrente editoriale sarda, che ha interesse a mostrare (più che dimostrare) che i Paleosardi erano degli antichissimi Semiti creatori in qualche caso di una straordinaria civiltà, nata quasi abiogeneticamente…Le aggiungo poi che anche illustri baroni universitari sono trascinati da queste ipotesi e scrivono libri easy reading per questo pubblico indotto; è così che molti in Sardegna pensano che i sardi discendano dai fantomatici lidi (di cui sappiamo praticamente zero), e i Sardi quindi non siano null’altro che l’anello di congiunzione cogli Etruschi. Come è facile immaginare non c’è più un babilonese o un lidio vivo per replicare alle eventuali inesattezze di questi studiosi, ma tant’è. E’ palese anche qui che l’idea è vendere delle fialette di speranza a gente che si pensa ne abbia bisogno, a tutto discapito della ricerca scientifica. I Sardi quindi, senza accusarli troppo di leggerezza, amano cavalcare (ed essere cavalcati) da ipotesi Forti, che riescano a sublimare un certo loro antico senso di inferiorità (dovuto al fatto di non essere né sentirsi italiani), e l’ipotesi illirico-albanese non attrae per essere figlia di un popolo minoritario. Leggendo tuttavia ultimamente qualche articolo di qualche rivista sarda si viene ad accennare-senza ovviamente citarmi- a qualche relazione del mondo paleosardo col mondo trace, visto però questo come in relazione con la fantomatica area lidia. Gli elementi forti che corroborano invece la mia tesi sono: la localizzazione di alcuni lessemi nelle aree più conservative della Sardegna, che non sono spiegabili con la latinità e invece possono essere spiegati con l’albanese, il rumeno, certi elementi arcaici del balto-slavo, o con quel poco (ma non proprio nulla) che conosciamo di trace e illirico, spesso preservatoci in glosse e parole greche. Ci sono dati offerti dalle fonti storiografiche greche che tendono a qualificare l’arrivo di elementi illirici in Sardegna, non di una invasione di popoli, uniti a genti beotiche (che parlavano l’eolico) a segnare un momento importante nella civilizzazione, esercitata quindi da gente culturalmente superiore rispetto a quella degli isolani, specie nell’ambito agricolo e nelle tipologie di coltivazione.

Brunilda Ternova: Questo libro è la sua terza pubblicazione auto-finanziata. Le sembra naturale e “giusto” che questo genere di lavoro scientifico incontri così tante difficoltà ad essere pubblicato e perciò divulgato dagli enti preposti a questo, ovvero gli editori?

Prof. Alberto G. Areddu: Vi dirò che questa purtroppo è una prassi più diffusa di quel che si creda. Oggi o hai dietro un grosso editore che però pensa a opere che superino almeno le tremila copie di base, o altrimenti devi ricorrere all’editoria on demand più o meno travestita da editoria ufficiale, per cui uno lavora a un’ipotesi che potrebbe esser anche del tutto sbagliata, investendoci tempo e capitali, a suo rischio e pericolo. Quel che non si può accettare è che ti impediscano la pubblicazione proprio coloro che hanno i tuoi stessi interessi, ciò è odioso e disumanizzante; ma non ha neanche senso lamentarsi troppo a posteriori perché persista questo atteggiamento di silenzio, perché gli accademici autoreferenziali e corporativi sono, se poi ti sei permesso pure di criticarli all’interno del saggio per te è proprio finita.

Brunilda Ternova: Le sue teorie sono molto rivoluzionarie, ha avuto un po’ di timore che le sue idee venissero criticate dai circoli accademici e scientifici?

Prof. Alberto G. Areddu: Meno rivoluzionarie di quel che si creda. L’idea di un elemento paleobalcanico all’interno del sardo infatti non è nuovissima: il massimo studioso del sardo, il tedesco Max Leopold Wagner l’aveva affacciata in un saggio del 1933 sulla rivista Revue de Linguistique Romane (che il curioso può scaricare dal sito di Gallica), poi ricadde purtroppo nella idea della scuola italiana cosidetta “mediterraneista” che vedeva un’enorme presenza di elementi pre-indoeuropei nell’areale mediterraneo, e pochissimi elementi indoeuropei. Comunque vi ripeto, magari le mie osservazioni venissero criticate: perché significherebbe che “esistono”, come Vi dicevo in due anni, nell’isola di Sardegna, non è uscita alcuna recensione su giornali locali, televisioni, riviste accademiche o paraccademiche, per farmi vedere mi son fatto un sito web e scrivo su qualche blog. I giornalisti (si tenga presente che il 90 % di essi non conosce né il greco né il latino, figuriamoci l’albanese) ascoltano col paraorecchi quel che gli dicono i loro referenti universitari, che spesso hanno più di un piede nelle case editrici, nelle case di distribuzione e nei due, non eccelsi, quotidiani che si pubblicano. Cì sarebbe altro da aggiungere?

Brunilda Ternova : Che cosa rappresenta per Lei la Sardegna e che cosa significa essere sardo oggi sotto la luce di questo legame Sardo-Illirico (Albanese)?

Prof. Alberto G. Areddu: Significa cercare di tracciare una lontana rotta che ha portato elementi di civilizzazione nell’età del bronzo a popolazioni che erano rimaste a fasi arretrate del Neolitico. E probabile che in area nuorese, ma le indagini genetiche sono ancora all’inizio, si possano trovare, un giorno dei nuclei di parentela genetica con le odierne popolazioni balcaniche: è per questo che ho intitolato un mio capitolo, parafrasando Virgilio: Della ricerca dell’antico padre.

Brunilda Ternova: La presenza della diaspora Albanese in Italia è tra le più numerose e tra le più constanti che si conosca nella storia, cominciando dalla antichità fin ad oggi. Pensa che questo legame così antico e la presenza odierna degli albanesi sul territorio, possano aiutarci a creare un clima di reciproca fratellanza tra i nostri popoli e di futuri scambi tra i nostri studiosi e scienziati?

Prof. Alberto G. Areddu: Sarebbe auspicabile tutto ciò. Purtroppo cadiamo in un momento in cui sia in Italia che in Sardegna si è avuta una certa reazione verso l’immigrato tout court, a prescindere dalla qualità degli individui, e tutto ciò per ragioni di ordine pubblico e della attuale crisi economica. Ragionando in termini antichi, una diaspora illirica potrebbe essere intravista in quei “Popoli del mare” tra cui si annoverano i Shardana, che secondo l’interpretazione di studiosi come lo Schachermeyr e il Bonfante, si pensa fossero proprio genti di matrice illirica, che spinte dalla necessità si erano rovesciate verso il delta del Nilo, per poi dirigersi verso la Palestina: molti dati parrebbero assicurare questa provenienza: la città di Sarda (l’odierna Shudah), e la tribù dei Sardeates o degli Ardiei, la città di Pelastae, da cui l’etnonimo di Pelaestini o Pelasgi e altre cose ancora.

Brunilda Ternova: Pensa che ci possano essere altre iniziative - non solo dei saggi scritti, ma anche iniziative accademiche - per mettere più luce su questi argomenti e svelare il mistero del passato dei nostri popoli?

Prof. Alberto G. Areddu: Indubbiamente. Bisognerebbe che studiosi albanesi si occupassero della “Cosa sarda” per vedere se individuano loro, nuclei di comune civilizzazione e altrettanto sarebbe sperabile che se non degli accademici, dei curiosi, degli sperimentatori ragionevoli, delle persone prive di pregiudizi e dotate di lume di cervello viceversa si occupassero della “Cosa albanese” tra di noi, magari studiando approfonditamente i loro dialetti, tradizioni e toponomastica. Purtroppo scontiamo un peso negativo: che siamo popoli numericamente piccoli e non so quanti in Albania e Sardegna sarebbero disposti ad approfondire queste sottili relazioni

Brunilda Ternova: Quale sarebbe il suo messaggio per il lettore albanese, e quale sarà l’argomento della sua prossima opera ?

Prof. Alberto G. Areddu: Un mio desiderio culturale sarebbe che si sviluppasse un filone anche aldifuori dell’Albania di rivalutazione delle antichità illiriche, come è successo per altre antiche popolazioni indoeuropee quasi dimenticate (pensiamo alla fortuna delle saghe celtiche). Il mio desiderio scientifico è sperare di lavorare a un prossimo saggio in cui possano approfondire alcuni aspetti di ricostruzione storica e culturale lasciati in sordina nelle “Origini albanesi della civiltà in Sardegna”, cioè non solo parole, ma oggetti, tradizioni, correlazioni, simboli. E ora, se permettete, vorrei congedarmi da voi usando il tipico vostro verbo dei saluti: falem, che secondo il grande Eqrem Çabej deriva dal latino CHALARE, preservato anche in sardo e in corso, solo che nelle due isole si usa col solo valore originario di “scendere”: falare. Pertanto a voi tutti: faleminderit.

Brunilda Ternova: Grazie a Lei Dott. Areddu per averci lasciato questa piacevole intervista!

Per ulteriori informazioni si può consultare il blog personale del autore: http://web.tiscali.it/sardoillirica/sardoillirica/

http://web.tiscali.it/sardoillirica/sardoillirica/ARCHIVIO ILLIRICO.htm

Per contattare l’autore: illirica@tiscali.it

Fonte: http://brunildaternova.blogspot.com/

domenica 7 febbraio 2010

“Thot” di Catapano: un’opera scientifica

di Maria Tereza Pisani - Grottaferrata

Conoscevo poco l’Albania, scrive l’autrice di quest’artil'enigma della lingua albanesecolo: rappresentava per me una lontana terra sconosciuta, nonostante geograficamente si trovasse molto vicina al mio paese; nonostante avessimo, diversamente dagli altri paesi, una storia comune che ci legava da tutti i punti di vista storici. L’Albania, questo paese delle aquile; a circa due anni dai miei primi contatti con il giornale storico-culturale bilingue “Le Radici”, sento il bisogno di lavorare senza sosta per conoscerne più da vicino i luoghi. In alcuni studi intrapresi e nei miei scritti su questa terra e i suoi abitanti viene suggerita l’ipotesi che questo paese diventi in futuro un punto di riferimento internazionale per tutti gli studiosi, storici, linguisti, archeologi dediti al tentativo di scoprire gli enigmi e di colmare quei vuoti noti ormai a tutti sull’origine, la storia e l’evoluzione dell’umana civiltà. Proprio questa riflessione sul libro “Thot parlava albanese” dell’autore Giuseppe Catapano sarà d’incitamento e d’invito alla riflessione per ogni storico o studioso contemporaneo.

Giuseppe Catapano, di Frascineto, scrupoloso ricercatore delle primitive culture, s’inquadra nel vasto numero di glottologi, filologi, storici che hanno collaborato nella conoscenza dell'affascinante mistero dell'umanità. Egli dedica il suo libro “Thot parlava albanese” agli arbereshe dei cinquantacinque comuni albanofoni della Sicilia, delle Puglie, della Campania, del Molise, della Lucania, della Calabria, cui è legato da antica amicizia e da piacevoli ed intense rimembranze. Tali legami sono andati rafforzandosi durante il “Corso di Alta Cultura” in Rodi nel 1936, a cura della Società' Nazionale Dante Alighieri. In quella occasione egli ebbe modo, inoltre, di conoscere alte personalità del mondo scientifico e culturale. La visita ai grandi monumenti, come la Sfinge e le Piramidi, gli procurarono una profonda emozione, tale da ricondurlo al senso religioso, di cui anche Thot era investito, come messaggero di Luce e di Bene supremo, Dio. Thot è presentato come il creatore della scienza antica, cui attinsero i maggiori sapienti dell'umanità. Sulla base di lunghi studi il Catapano ipotizzò che Thot rappresentasse il trasmigratore della cultura illiro - albanese nel Medio - Oriente fino in Egitto. Il suo metodo di ricerca è basato sulla comparazione scientifica dei radicali di molte lingue antichissime come l'ESKUERA basca (E SKUERA in albanese = lingua del passato), l'albanese, l'hittita, l'ebraico, l'arabo, il copto (lingua liturgica dei Cristiani d'Egitto). La sua ricerca viene applicata ai più diversificati ambiti: filosofico, teosofico, storico, archeologico, etnologico, mitologico, matematico, chimico, fisico, naturalistico. Attraverso tali studi giunge al concetto di “borea” (suo etimo è bore, parola illirico – albanese), cioè: nevi delle altissime montagne, purezza di cuori, da cui in tempi assai remoti discesero i nostri antenati, occupando gradualmente tutte le regioni d'Europa e molte parti dell'Asia. In tal modo egli ribalta la tradizionale credenza, secondo la quale la civiltà nilotica derivi dall'incrocio fra la razza rossa e la nera e, successivamente, dalla fusione di quest’ultima con la bianca e la gialla. Secondo il Catapano, quindi, gli Ari appartengono a questa antica prosapia; il sostantivo che li nomina ha lo stesso etimo delle voci illirico - albanesi: Ar-i = oro; Are= la messe, l’orzo, il grano che significano: 1) il colore dei capelli biondi e della pelle color oro sfumato; 2) il biondeggiar delle messi, che simboleggiano. Il Bene viene inteso dal ricercatore calabrese come melodia del Cosmo, bene raggiunto attraverso un lavoro costante e faticoso, bene inteso come libertà, come liberazione dal male. Concetto che egli racchiude e spiega nella formula isoterica del teorema di Pitagora; secondo questo calcolo matematico, la potenza dell'uomo, potenza per vincere il Fato è la risultante delle due componenti al quadrato di potenza della Provvidenza + Fato. Ad esempio: AB e BC= lati dei cateti e AC = ipotenusa, quindi AB al quadrato + BC al quadrato = AC al quadrato. Thot è ritenuto il precursore dei profeti biblici, dei filosofi come Pitagora, Socrate e Platone, che studiavano e impartivano le proprie concezioni sulle origini e i destini terreni ed ultraterreni dell'uomo; l'uomo viene inteso inizialmente come oggetto cosmico per giungere in seguito all'uomo che aspira alle sfere trascendenti. Dunque Thot, illiro-albanese, avrebbe indicato le linee di lavoro fisico e metafisico alle varie Scuole dell'Ellade e di Atene, irradiatesi, poi, nelle nostre Calabrie. Thot, infatti, aveva insegnato le scienze nei templi e nei santuari d'Egitto, dove i Faraoni impersonavano la potenza divina e le sfingi la Sapienza del passato. Catapano definisce Thot come il messaggero divino e lo assimila a Maometto e ai vari profeti. A questo punto è d'uopo una riflessione: arduo è stato in passato ed ancor oggi è lo sforzo per la ricerca del Bene superiore. Certo è che per raggiungere la conoscenza del Trascendente, partendo dal mondo sensibile, è necessario sottoporsi a costante esercizio di perfezionamento del proprio stato psico-fisico e spirituale anche attraverso rinunce, se necessario. Tale concezione è diffusa tutt’oggi nelle religioni occidentali. “Per aspera ad astra”. Inoltre, l'intento di Giuseppe Catapano è quello di dimostrare quanto sopra accennato, e cioè: Thot Portatore della lingua parlata e poi scritta dell'albanese nei territori più occidentali dell'Anatolia e dell'Egitto. La conferma tangibile è stata il rinvenimento della “Pietra di Rosetta”, a Rashid, località situata in Egitto, a sinistra del fiume Nilo, nel 1799, durante i lavori di rinforzo lungo la linea di demarcazione tra i protettorati inglesi e quelli francesi. In relazione a questa vicenda, è opportuno riconoscere ad un grande generale francese, Napoleone Bonaparte, il merito di essersi circondato di validi archeologi e sapienti glottologi, come il capitano Bousard, e Champollion. Il Capitano Bousard notò che quella pietra nera di basalto riportava tre iscrizioni; intuì che si trattava di un testo unico: greco e ieratico, infatti, altro non erano se non la traduzione del testo originale geroglifico. In seguito Champollion si dedicò con accanimento allo studio dei tre ceppi linguistici. Intuì che la lingua egizia non poteva essere scomparsa definitivamente soprattutto nell'area linguistica araba, dove la cultura egizia aveva predominato per anni. Egli conosceva molte lingue europee e medio - orientali, studiò allora anche l'arabo, le lingue semitiche ed il copto, la lingua liturgica dei cristiani d'Egitto. Si rese conto anche che i geroglifici egiziani erano tre volte più numerosi dei segni greci; ribaltò cioè la credenza che ogni geroglifico rappresentasse un intero concetto, invece che una singola lettera. Intanto lo svedese Akerblad aveva riconosciuto nel testo demotico fra il geroglifico e il greco il nome di Cleopatra in uno di cartelli arabi della Pietra di Rosetta. Furono rinvenuti a File due piccoli obelischi che contenevano il nome di Tolomeo e dal loro raffronto apparve subito evidente che uno dei cartelli conteneva caratteri pressoché' identici a quelli della Pietra di Rosetta”. Fu questa la chiave del riconoscimento del valore nei geroglifici egizi delle equivalenze di significato tra l'egizio e l'albanese. Ad esempio, alcuni simboli egizi traducevano la parola “mire” (albanese), “mere” (copto), il cui significato è “Bene”, “voler bene”, “amare”, da cui: “dua mire” = “amo”. A, suono latino, “a”; A: lettera iniziale di “Ain”= in albanese “Aquila”. Altro esempio: GJ (suono albanese “gi”) = “seno”, “grembo”, “utero”, simbolo dell'organo femminile per la procreazione. “A” = “Padre”, principio primo; J= il “Verbo Creatore”; “N” = Jl = N = “Dio”. Dio per espansione d'amore fa passare dalla Potenza all'Atto. Ecco, dunque, apparire la stretta connessione tra i simboli egizi e i segni arberisht, che dimostrano il valore di Thot come trasmigratore dell'illiro-albanese in tutta l'area culturale medio - orientale e sud-occidentale. Il discorso del bene cosmico e individuale come armonia impostata sulla coerenza e sul sacrificio in un costante impegno personale è sempre una costante di Giuseppe Catapano, che egli trasferisce nella sua concezione dell'educazione dei giovani dei nostri tempi, della cui morale è attento osservatore. Egli individua in essi un malessere morale che a volte li trascina verso approdi lusinghieri consistenti in modelli comportamentali errati o addirittura immorali, e si allontana dal puro concetto di libertà, libertà intesa non come arbitrio, ma come liberazione dal male, concetto nel quale egli ribadisce la validità degli insegnamenti di Thot, messaggero del Bene, della Luce Divina. Tuttavia il suo precipuo intento è affermare con forza il valore di Thot quale trasmigratore della lingua albanese e della cultura di un popolo che rappresenta un’eredità della primordiale Atlantide, intento permeato del desiderio di riconoscimento dell'opera mediatrice di una razza che testimonia in modo efficace la sua identità attraverso la lingua parlata e scritta di Greci, Etruschi e Romani, e da cui deriva il suo orgoglio di essere arbëresh.

Fonte: il giornale storico-culturale bilingue “Le Radici”