domenica 27 settembre 2009

Le origini Illiriche di Oristano

 

di Alberto Areddu

Il poleonimo di Oristano appare in antico in una forma (:Aristianis limne, nel geografo bizantino Giorgio Ciprio) che si ripresenta tuttoggi nel dialetto comune: Aristanis; la deformazione in Oristano è successiva (a partire da geografi toscani del xii sec.). clip_image002

L’interpretazione che ne fa un toponimo africaneggiante per l’uscita in -an (Terracini), come quella che lo vorrebbe un indimostrabile prediale da tale Aristius (De Felice; Pittau) hanno poco fondamento; un suff. -anis ritorna infatti nel sostrato (cfr. ad es. Lesanis).

Lo spiritus loci dovrebbe indirizzarci a fornire invece un etimo confacente alle caratteristiche, abbastanza particolari, del territorio. Oristano sorge a pochi km. dalla costa all’interno dell’omonimo golfo, in vicinanza dello stagno di S. Giusta, ma la denominazione di “portu” nel Medioevo fa presumere una sua maggiore prospicenza alla costa. Una prima nostra interpretazione ci potrebbe spingere a vedere nelle forme riportate dei geografi toscani: Arestagno, Aristanno un indizio di una durevole continuità dal lat. stagnum (cfr. Spano sull’individuazione da ‘stagno’); ma se l’interpretazione è motivata topograficamente, non lo è altrettanto linguisticamente: dal lat. stagnum avremmo ottenuto nel sardo *stannu, e non vedendosi il motivo della perdita della geminata, meno ancora si comprenderebbe un Ari- iniziale romanzo.

La chiave illirica può invece darci maggiori risposte; qui, come nel celtico, esiste un prefissuale ar-  'presso' (celt. are-, ari- ‘presso’; cfr. anche umbro ar- per ad-) che ritorna peraltro in altri toponimi sardi; “presso”, dunque di che cosa? La risposta più confacente: un’ ‘imboccatura’: cfr. all’uopo antico indiano ustha- ‘labbro, bocca’, così anche avestico aošta-, aoštra- (<*əus), lat. ōstium ‘entrata, imboccatura sul fiume’ (= slavo *ustьje); antico slavo usta ‘bocche’; slavo *ustьje 'imboccatura'; antico slavo ustьna, slov. ûstna ‘labbro' (dalla stessa base si confrontino le città tracie di Ostaphos, Ostudizos).

Discorso solidale credo vada fatto per la località turistica olbiese di Porto Ìstana (così dal xiv sec: ad portus Istani stationem, Panedda).

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Anche qui verosimilmente ritroviamo un *usta ‘imboccatura’ che originariamente doveva apparire isolatamente come *Ust-ana ‘luogo dell’imboccatura’ -> ‘porto’, poi replicato tautologicamente con la definizione di Porto. Secondo lo Spano, un altro Aristani/Aristanno si sarebbe trovato nel territorio di Olbia (forse in reg. Astaina si recepisce il documentato Aristana).

Dunque sia Oristano “che sorge presso un porto”, sia Porto Istana ci possono testimoniare che la forma *Ùstana indicasse nella lingua nuragica il ‘porto largo’ (cfr. lettone uosts m., uōsta f. ‘porto’).  La resa i<u si inserisce in quegli adeguamenti fonetici di u esotici, verosimilmente [ü], della latinità coi prestiti, e nel successivo passaggio del segmento iniziale us- poco frequente a quello logudorese is- (: i-stare, i-schire).

Riguardo l'uscita in -is, che parrebbe latina, faccio presente che la presentano toponimi sicuramente prelatini come Kalaris/Karalis, Lesanis, Etis, Seunis, Sipontis, e perclip_image006 i quali ho trovato forti connessioni illiriche. Al momento non ho trovato tracce di *usta in area illirica, ma non è detto che salti fuori; foneticamente si adatterebbe la località di Shtanë (anticam. Stana), registrata dalle carte albanesi, che però non è località balneare. Riguardo poi la toponomastica odierna albanese essa ha subito notevoli influssi da quella slava (gli albanesi erano pastori in continua migrazione per i Balcani), e molto oggi si discute su quanto sia esterno e quanto sia originario.

BIBLIOGRAFIA UTILIZZATA

De Felice E., Le coste della Sardegna, Cagliari 1964

Panedda D., I toponimi dell'agro olbiese, Sassari 1991

Pittau M., I nomi di paesi città regioni monti fiumi della Sardegna. Significato e origine, Cagliari 1997

Spano G., Vocabolario sardo geografico patronimico ed etimologico, Cagliari 1872

Terracini B., Pagine e appunti di linguistica storica, Firenze 1957

Fonte: Sardo-Illirica

domenica 20 settembre 2009

L’etimologia della parola pelasgo (pellazg)

 

Secondo una nota versione la parola pelasgo (pellazg) deriva dalla parola plasin e pelago. Il mitropolita bizantino Evstathio chiama gli abitanti dell’Asia minore pelasgi e riconduce l’etimologia del nome pelasgo a pelas jis che vuol dire terra vicina, riferendosi per l’appunto all’Asia Minore. Se questa versione fosse corretta, ci si potrebbe domandare perché Evstathio ritiene che la terra vicina sia l’Asia Minore e non l’Italia o, ancora meglio, l’Illiria?

Il geografo e storico dell’antica Grecia, Strabone, collega l’etimologia della parola pelasgo a pelarg, un secondo appellativo che gli ateniesi riferivano ai pelasgi.

Myler spiega l’etimologia della parola in questione attraverso le parole pelin e argo. Quest’ultimo termine è pelasgico e vuol dire campo, invece l’espressione pelin argo ha il significato di colui che vive nei campi. Omero chiama la Tessaglia argo pelasgica che vuol dire campo pelasgico. In Grecia esiste, tra gli altri, il campo (argo) della Thesprotia e del Peloponneso. La lingua albanese conserva ancora la radice della parola argo (ar) e la usa nella parola arë che significa campo coltivato.

Il professore Saqelariu afferma che l’etimologia della parola che stiamo prendendo in esame deriva dalle radici indoeuropee Bhel (sbocciare) e Osqho (ramo). Secondo questa versione, resa nota per la prima volta nell’anno 1958, cambiando soltanto qualche lettera si arriverebbe alla conclusione che pelasgo significa ramo sbocciato o germogliato. Aristidh Kola non vede nessun nesso fra il ramo germogliato e il nome pelasgo.

Qual è la versione etimologicamente più esatta?

Kola crede che la spiegazione che danno gli studiosi Strabone e Myler sia la più esatta, perché esamina sia la parte linguistica sia quella semantica del termine. Strabone e Myler condividono l’opinione degli antichi ateniesi: i due infatti riconducono l’etimologia della parola pelasgo a pelargo che in albanese vuol dire cicogna (lejlek). La parola pelarg deriva dall’espressione pelin argo che, come abbiamo già detto, ha il significato di colui che vive nei campi perché è noto quanto le cicogne gradiscano vivere nei campi.

Inoltre le cicogne costituiscono una similitudine perfettamente adeguata al popolo pelasgico. Analizziamo per esempio la questione della migrazione: Aristofane in una sua commedia dice che i pelasgi migrano come le cicogne.

Un altro motivo per il quale il ricorso alla cicogna è molto utile per comprendere meglio il pelasgico è il rispetto mostrato ai genitori, che si traduce in sacrifici di vario genere. Ne “La storia degli animali” (2,9,13), Aristotele scrive che le cicogne giovani portano sulla schiena le cicogne anziane per aiutarle a migrare. Questo grande amore e rispetto verso i propri genitori era uno degli elementi fondamentali della società degli antichi pelasgi. Si tenga presente che nella Grecia antica esistevano delle leggi di tutela dei genitori anziani chiamate appunto le leggi della cicogna.

In conclusione, l’etimologia della parola pelasgo sarebbe direttamente riconducibile alle dalle parole pelin e argo dalle quali deriverebbe pelargo. Il fatto che gli antichi elleni chiamassero i pelasgi pelarg non fa altro che confermare la nostra teoria.

P.S. In questo blog è stata precedentemente discussa la questione relativa all’etimologia della parola pelasgo, partendo da un brano dello studioso Robert d’Angely

Brano liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola

domenica 13 settembre 2009

La tomba Golini I

 

Nel 1865 in Umbria vengono ritrovate due tombe etrusche affrescate, oggi note come tombe Golini, dal nome del loro scopritore.

Nel 1951 gli affreschi, gravemente danneggiati, sono stati esposti nel museo archeologico di Firenze. Nei magazzini di questo museo si trovano le copie in scala reale.

Questa tomba ha forma quasi quadrata (5,35 x 5,20m). Secondo gli studiosi italiani gli affreschi che si trovano dentro la tomba Golini I raffigurano un banchetto funebre allestito nell’oltretomba in onore di un nuovo arrivato.

I dipinti si dividono in tre parti: 1. la preparazione del banchetto, dove sembra che i lavori siano fatti dagli schiavi; 2. i personaggi per i quali il banchetto è stato allestito; 3. l’arrivo del nuovo abitante della tomba.

Vicino ad ogni personaggio ci sono due parole scritte in nero. L’etruscologo Paolino sostiene che “queste scritte indicano perlopiù le funzioni degli schiavi piuttosto che i loro nomi propri”, però non è chiara la funzione esatta dello schiavo. La cosa più impressionante è la prima scena della prima parte, dove si sta preparando la carne per il banchetto.

Appesi ad un tronco ci sono un toro ammazzato, una capra, un coniglio e altro vario pollame. Vicino a loro si vede il macellaio con una mannaia nella mano alzata fin sopra la testa, che sta per colpire il tagliere nel quale si trova la carne. In alto, nell’immagine, si legge THAR..:KAO.

 

THAR KAON

THAR KAON 

In tutte e due le parole manca qualche lettera (per esempio, poteva essere THARNA KAON), ma anche se non si aggiungesse alcuna lettera, si potrebbe tranquillamente leggere: THER KAUN. La cosa curiosa è che in lingua albanese questa frase vuol dire ammazzare il toro, ther = ammazzare, sgozzare , kau-n = toro.

Accanto all’immagine del macellaio, si trova la figura di una donna che sembra uscire dal posto in cui si sta preparando la carne per il banchetto. Tiene nella mano sinistra un bicchiere pieno, invece nella mano destra tiene qualcos’altro. Vicino a questa donna troviamo scritto THARMA ML.RUNS. Nella seconda frase manca la terza lettera. Sembra che la donna nella mano sinistra, dentro il bicchiere, tenga il fomento (in albanese tharmin) per il banchetto. Nella mano destra invece si trova il segno del sacrificio fatto in onore degli dei, che potrebbe essere il fegato del toro ammazzato. Se l’ipotesi fosse giusta THARMA ML.RUNS potrebbe significare THARMA MBLEDHUN, che tradotto in italiano sarebbe raccogliere il fomento.

La sesta figura (se iniziamo il conteggio a partire dall’immagine del macellaio) è un uomo che sta macinando un malto particolare. L’uomo non macina colpendo il malto, ma sbriciolandolo con le mani. Vicino all’uomo troviamo questa iscrizione: PAZU MULUANE.

PAZU MULUANEPAZU MULUANE

Sembra che qui si ritrovi la forma pa zu bukën,(lievitare il pane,) pa zu kosin,(fermentare lo yogurt) , pa zu djathin (pastorizzare il formaggio). Se fosse stato scritto paza muluane si poteva tradurre macinare in silenzio, senza voce = pa za – senza voce, muluane(bluan) macinare.

Sulle mura della tomba si trovano altre iscrizioni difficili da tradurre, che però lasciano intuire che il banchetto disponga di tutto il necessario: gli invitati, i servitori, i musicanti, alcuni animali mitologici, un messaggero, il nuovo arrivato e anche alcuni esseri sconfitti dell’aldilà.

Uno si chiama KRANKRU e dà l’idea di un animale che rosicchia i crani, dall’albanese kran – cranio, e kru – aj rosicchiare. L’altro animale si chiama KURPU e potrebbe personificare il disgusto, lo schifo, dalla parola albanese kurpë – disgusto, schifo. Questi due animali sono sotto una specie di divano, sconfitti dagli abitanti della tomba.

Ognuno degli abitanti della tomba fa la sua preghiera. Si rivolgono all’Altissimo, larth (in albanese lart). Pregano di perdonarli felinies, felth (in albanese fal), perchè con tutta la parentela me fis (in albanese me fis-in) e i bambini, me fmi (in albanese me fëmi) piangono klan (in albanese qan), chiedendo intensamente perdono felusum (in albanese falje shumë).

La cerimonia della preghiera è eterna ed è la stessa per ognuno degli abitanti della tomba, indipendentemente da quando sono arrivati. Chi ha costruito la tomba comune, decide di dipingere un tema eterno per tutti coloro che saranno sepolti lì, invece di dipingere un nuovo tema ogni qual volta un nuovo abitante della tomba arriva.

Brano liberamente tratto dal libro Një shqiptar në botën e etruskëve dell’autore Ilir Mati

domenica 6 settembre 2009

Un popolo pelasgo–illirico: i troiani

 

La città di Troia ha un nome che si lega direttamente alla lingua albanese e per dimostrarlo non è necessario modificare alcuna lettera. Trojë significa terreno dal quale si erigono case e costruzioni di ogni tipo. In Albania questa parola si usa anche oggi. Chi vuole costruire ha bisogno di troje per farlo.

Un altro fatto interessane è che il simbolo dei troiani era l’aquila che è stato simbolo di Alessandro il Grande, Pirro di Epiro e Scanderbeg (l’eroe nazionale albanese). A questo punto è d’obbligo osservare che il simbolo che si ritrova oggi sulla bandiera albanese è proprio l’aquila e gli albanesi sono noti come figli dell’aquila (shqiptar).

Un ultimo aspetto degno di nota che dimostrerebbe l’etnicità pelasgo–illirica dei troiani e dei loro alleati durante la guerra di Troia si trova nell’Iliade. Omero ci fornisce i nomi dei posti, delle persone e degli dei. Questi nomi si spiegano perfettamente riferendosi all’odierna lingua albanese:

Festi, era un guerriero che veniva dalla Lidia. In albanese fest significa festa.

Arna Menest, guerriero della Beozia, si chiamava così perché combatteva con armi vecchie. In albanese arna significa cosa vecchia, rattoppata.

Alkatos, nome troiano usato anche nell’ antico Epiro. In Albania è tutt’oggi in uso come nome proprio.

Kliti, nome troiano. Si usava anche in Illiria e Macedonia. Era il nome di un re illirico che combatté contro Alessandro il Grande. Nome proprio in uso tutt’oggi in Albania.

Perifati, in lingua albanese sarebbe perri – fati che significa buona fortuna. Oggi in alcune zone dell’Albania non si dice “buona fortuna” ma “bella fortuna” (bukur mirë). Perri in albanese significa stupenda, la più bella.

Aise, dio che sorveglia le azioni degli uomini durante la giornata. In lingua albanese sarebbe Ai-se, cioè Ai-she (lui guarda), cioè osserva cosa fanno gli uomini durante la giornata.

Aretyre, in albanese è aretyre o meglio ancora arë-tyre, in italiano si traduce con la loro terra (da coltivare).

Erinjet, dio che protegge la vita ed è al suo servizio. In lingua albanese è e-rin-jetë che significa colui che rigenera la vita.

Hypokanti, nella lingua albanese è hy-po-kan-ti cioè bello come un dio.

Hypodon è un nome troiano che in albanese è hy-po-don che significa essere come un dio.

Jadet era il nome della dea della pioggia. In albanese è ja-det il suo significato italiano è pieno di acqua come il mare.

Menti, in albanese mendi oppure menti, significa persona intelligente, piena di cervello. Nella città di Troia un altro nome molto usato che deriva dalla stesse radice è Mentore.

Come abbiamo visto, questi nomi, assieme ad altri che si trovano nell’Iliade, si spiegano molto facilmente tramite la lingua albanese. Di conseguenza se ne può facilmente dedurre che la popolazione che abitava l’Asia Minore avesse la stessa origine degli abitanti dell’Illiria e quindi, da ciò ne deriverebbe che, la popolazione troiana potrebbe essere illirica.

Brano liberamente tratto dal libro Albanët, pellazgo-iliro-shqiptarët me famë botërore dell’autrice Elena Kocaqi