domenica 28 giugno 2009

La stele di Lemno

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La stele funeraria di Lemno è stata ritrovata nel 1886 a Karminia, un villaggio che si trova nell’isola di Lemno, prefettura di Lesbo.

Questa stele è stata recuperata da due soci della Scuola Archeologica di Atene. La scoperta è stata pubblicata nello stesso anno nella rivista della Scuola (G. Cousin et F. Durrbach, Bas-relief de Lemnos avec inscriptions. Bull. d. corr. Hellën. 1886, 1).

Sin dal suo ritrovamento l’iscrizione che si trova sulla stele è stata oggetto di numerose attenzioni. La maggioranza degli studiosi sostiene che la lingua dell’iscrizione sia quella degli antichi etruschi.

Sulla stele è intagliato il profilo di un guerriero che tiene in mano una lancia. Attorno al guerriero si legge un’incisione le cui lettere apparterrebbero a un alfabeto che gli studiosi farebbero risalire al VII secolo a.C.

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La stele di Lemno

Per decenni in tanti hanno cercato di decifrare l’iscrizione che si trova sulla stele, utilizzando il latino e il greco antico, ma senza pervenire ad alcun risultato.

In questo articolo proporrò alcune ipotesi di studiosi che hanno cercato di tradurre ricorrendo alla lingua albanese.

Lo studioso francese Zacharia Mayani, nel suo libro “Fundi i misterit etrusk” (La fine del mistero etrusco, Tirana 1973) legge l’epigramma nella maniera seguente:

1. holaiez naphoth, 2. maras mav, 3. sialXveiz, aviz, 4. evisth zeronaith, 5. zivai, 6. aker tavarzio, 7.vanalasial zeronai morinaial.

Holaiez, nipote di Ziazi, è morto quando aveva 39 anni. Durante tutta la sua vita, vicino a Zerona, è stato sacerdote del tempio di Zerona di Miriana.”

Holaiez, dice lo studioso, è il nome dell’eroe (raffigurato sulla stele), Zerona era una dea adorata a Lenmo, invece Miriana è un nome di città.

La studiosa Nermin Falaschi Vlora nel suo libro “L’etrusco lingua viva”, Roma 1989 interpreta l’iscrizione in questo modo:

(In lettere maiuscole la trascrizione dell’epigramma, fra parentesi la traduzione in albanese e in italiano).

ZI A ZI (zi a zi – lutto e lutto), MARAZ (maraz - angoscia), MAF (maf = vello e zezë – velo nero), ZI APKH (zi ape – lutto hai dato), FEIS A FEIS (fisve a fis – ai parenti o parente), E FIS TH, H (e fis, th, h – e (il) parente, th, h), ZER O NAI TH (zer, oh nai,th, zer = me kap – afferrato, oh noi ha, th), SI FAI? (si faj? – per quale colpa?), AKER (acër = gropë – una fossa) , TAF (taft = fron – un trono), AR (ar – d’oro), ZI, TH( zi, th – lutto, th), FAMA (fama – la fama), PA (pa - vide), ZI AP (zi u hap – lutto si è divulgato), ZER,O (kap është - afferrato è), NAI (për ne – a noi), MORI (mori – portato via), NA IP (na hip – ci assale), HOPAIE (hopthi – sul petto), ZI MATH H, TH (zi math, h, th -lutto grande, h , th), SI FAI? (si faj? – per quale colpa?).

La Falaschi fa soltanto la traduzione delle parole, lasciando chi legge libero di interpretare nel modo che ritiene più opportuno. L’unico elemento che sembra trovare unanimità di giudizio è di natura contenutistica: l’iscrizione è uno straziante lamento funebre, con la ripetizione continua dei suoni “TH” e “H” per rendere il suono del pianto e dei singhiozzi dei parenti inconsolabili. Si tratterebbe dunque di parole onomatopeiche utilizzate per rendere al meglio il tema affrontato.

Lo studioso francese Robert d’Angely nel quinto libro “Le secret des epitaphes” della sua imponente opera “L’enigme”, scrive che l’iscrizione sulla stele funeraria di Lemno sarebbe scritta in pelasgico.

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L’epigramma trascritto dallo studioso Robert d’Angely

I

1) O LLAJ QË NJEF ZIT’ E TUA, 2) MARAS MAJ;

3) SIALLI KU QË AVIS 4) VISET E TU: SHËRON AITH

5) SIVA 6) LA MALA SIELL, SHËRON AI MORINASIT

7) AHERE O TAVARAZ.

II

1) O LLAUZ (KUR) SI PHOKJA SOLI (U SUL): SHPËTONTE AITH VISTHIN E TI

2) DHE TË NDERONTE, RRO ME, O HARALI, SIFAJ (rro)

3) EPTE ZI, U ARRATIS PHOKJA, SIVAJ;

4) AVIS, U SUL KY QË, MARAZI IM, AVIS; AH, UMBI AU.

Sintetizzo di seguito il contenuto: nella prima parte dell’iscrizione, l’autore racconta del defunto TAVARZI HARALI, originario di MYRNIA, città dell’isola di Lemno, il quale viene lodato perché ha salvato la sua patria dall’invasione dei popoli della vicina Tracia; nella seconda parte si legge che l’eroe ha salvato il suo popolo anche dall’invasione dei focesi, però è morto prima che la battaglia finisse. Inizia a questo punto un’esortazione da parte dell’autore dell’incisione che prima precisa al defunto eroe che alla fine la sua armata ha sconfitto i focesi, poi però lo informa che il primo nemico da lui sconfitto, cioè i popoli della vicina Tracia, hanno costretto in schiavitù la sua amata patria; per questo motivo invita l’eroe morto a risuscitare per salvare ancora il suo popolo.

Lo studioso Illir Mati nel suo libro “Një shqiptar në botën e etruskëve” Tiranë 2000 (un albanese nel mondo degli etruschi) legge l’incisione sulla stele così:

HOPIAE : S : NA FOTH SIASI

MARAS : MAF SIAPYFEIS . AVIS E FIST:

SERONAITHSIVAI

VAN APA SIAP : SERON AI MO RINAIP AKER:

TAVARSITH

Le parole sottolineate, secondo l’autore, sarebbero molto simili alle seguenti parole albanesi:

HOP AI E (salta, lui), NA (noi), ZI (lutto), A(ËSHTË) (è), MARAZ (angoscia), SE RON AI ZIVAI (perché vive lui ), TU VAR ZITH (nella tomba nera).

In albanese:

Hop ai e zë na thotë zia është zi.

Hidhërim të madh si jap né fis, nga fisi né fis se ron ai zivaj.

Van? si jap se ron ai megjithëse ri ai pak te varri i zi.

In italiano:

Salta e lo prende, dice che il lutto è il lutto.

Un grande dispiacere ha dato a tutta la parentela, perché vivo è il lutto.

Se ne è andato? Però vive, anche se starà per un po’ nella tomba nera.

Secondo lo studioso Ilir Mati, questa interpretazione sarebbe la più semplice fra le tante prese in analisi.

Tuttavia l’incisione resta un enigma che, se un giorno venisse risolto ricorrendo alla lingua albanese, allora potremmo dire di avere raccolto una nuova prova che dimostri che la lingua pelasgico – albanese veniva regolarmente utilizzata nella sua forma scritta già nel VII secolo a.C., per di più all’interno del territorio greco.

domenica 21 giugno 2009

E' di origine Illirica l'antica mastruca sarda

di Alberto G.Areddu

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Uomo in mastruca

A lungo abbiamo perlustrato sulla Rete alla ricerca di qualche immagine recente che supportasse l'estratto che qui presentiamo, ma poco oramai si trova di uomini col vecchio costume, forse anche deve esser subentrato un qualche moto di vergogna, per cui tuttalpiù viene tirato fuori per mascherate e carnevalate varie. La mastruca o mastruga, secondo antica parola mai però perfettamente popolare in epoca recente, più agevolmente dai Sardi odierni resa col sinonimo di best'e pedde 'vestito di pelle', è il tipico indumento di una società di pastori, che vivono gran parte dell'anno sui monti, adatta (come le microfibre) non solo per gli inverni ma anche per le estati; essa apparve agli occhi dei Romani come specifico tratto costitutivo di una società "regredita", anche perché al tempo di Tolomeo si vedevano Sardi Pelliti anche a Cornus (che proprio in montagna non era). Ma qui siamo per occuparci della parola; le indicazioni di "sardità" in questo senso ci paiono precise. Vediamo pertanto le fonti, tralasciando, come cosa scontata, quando dicono che i Sardi vestivano genericamente di pellicce:

“Se non riuscì a sedurlo la porpora regale, fu forse la mastruca dei Sardi a trasformarlo? (Cicerone, Pro Scauro xxi)

“Cicerone, nell’atto di sbeffeggiare (i Sardi), a bella posta adoperò la parola mastruca” (Quintiliano, I, 5-8)

Sempre Cicerone si rivolge ai “mastrucatis latrunculis” della Sardegna in De prov. cons. 15

“Mastruga si chiama il saio nella lingua dei Sardi; megalie si chiamano le case nella lingua degli Afri; cateia si chiama il dardo nella lingua dei Persiani (P. Mauro, 284)

“Ad ogni nazione appartiene un certo tipo di indumento che riflette una caratteristica peculiare di ciascuna di queste; …per i Sardi le mastruche” (Isidoro di Siviglia, XIX, 23-1)

“Mastruga è una veste germanica confezionata mediante piccoli pelli di animali: questo è ciò che si può leggere nel libro delle differenze” (Codice Bernese, 83)

Fino ad ora riguardo l’origine della parola -che nel sardo odierno, come detto, pur registrata nei dizionari, non è popolare- si erano fatte diverse ipotesi: chi era propenso per una autentica parola indigena sarda (Terracini e Bertoldi) in ragione del suffisso -uca giudicato però secondo la visuale mediterraneista come "africaneggiante"; chi per un’origine semitica (così il celebre vocabolario latino di Ernout e del Meillet); o ancora chi propendeva per una parola d’origine gallica o germanica (Dottin). La voce viene nuovamente considerata un probabile semitismo, visto che la sua prima apparizione colla forma mastruga, nel Poenulus di Plauto, si accompagna a un’altra parola semitica, rivolta al cartaginese Annone come offesa, a giudizio dello studioso Martino (il quale però non adduce forme su cui poter discutere).

Ma la mia ricerca va per altre plaghe. Osservo infatti che in albanese e nel montenegrino esiste un capo di vestiario detto strugë/a ‘coperta di lana usata come mantello; mantello di lana bianco portato da pastori di bestiame in zone dell’Albania settentrionale’; ‘specie di mantello’; abbiamo strokë ‘giubbetto’ in arbëresht. Non trovo la voce segnalata nei vocabolari etimologici a mia disposizione. Il Meyer, riporta solo un vb. struk ‘mascherarsi’, dubbioso se non sia con italiano stuccarsi; l’Orel accenna a una shtrosë ‘pelle di capra usata come cuscino’ esito dal verbo shtroj ‘distendere’. E’ interessante invece notare come nelle lingue germaniche si trovi l’aggettivo strūga (dell'antico islandese) ‘irsuto, ispido, divenire ispido’ e oggi si abbia l'olandese struik ‘ispido’, imparentati con inglese to struggle ‘combattere’ (secondo il celebre Pokorny).

Per la parte iniziale della nostra parola, non si può non richiamare l'attenzione sulla base indoeuropea: *moiso-s/maiso-s ‘pecora, pelle, otre di pelle di pecora, sacca’, tra i cui esiti segnaliamo l'antico bulgaro mĕchъ ‘otre’, il russo mĕch ‘pelle, otre, sacca’. La nostra mastruga risalirà quindi verosimilmente a un chiaro sintagma nominale indoeuropeo: *maisa struga ‘pelle ispida, pelliccia irsuta’. Ma davvero può esser stata una parola indigena sarda? Potrebbe esser stato un germanismo che gli autori latini hanno usato anche per gli impellicciati sardi? A questa ipotesi vanno opposti due fatti: all’epoca di Plauto i Germani non erano così ben conosciuti come lo sarebbero divenuti dopo (nell’epoca di Mario, ad es.) e d’altra parte il riferimento ai Punici in Plauto è chiaro, segno che dalle contrade di Sardegna, forse anche per una penetrazione della parola nel punico locale la parola deve essersi diffusa nel latino; cercando poi nelle lingue germaniche non ho trovato nulla su una eventuale sostantivazione di struga. La conclusione da trarsi è che molto probabilmente la voce, sotto forma di aggettivo, è entrata in prestito dal protogermanico (ché pelli i Germani usavano per ricoprirsi) nell’illirico ma poi è andata sostantivandosi, formando in un rivolo anche sintagma con *masio, e un’originaria *masa struga ‘pelle/pelliccia irsuta’ (< maisa struga, con -ai- > a dell’illirico, vs. lituano máišas, máiše) per aplologia: *mas(ë) struga, è giunta nell’Egeo e da qui in Sardegna a denominare l’indumento usato dagli indigeni cavernicoli, che l’avrebbero però poi trasmesso (visti anche i benefici effetti: fresco d’estate e caldo d’inverno) agli Illiri (si noti come le élites militari rappresentate nelle statuette nuragiche non indossino mai questo indumento, ma solo una mantellina), come nemesi storica, o forse, per meglio dire, preistorica.

bibliografia utilizzata:

Giordano E., Fjalor i arbëreshvet t’Italisë, Bari 1963

Leka F.-Simoni Z., Dizionario albanese italiano. Fjalor shqip italisht, Tiranë 1996-1998

Dottin G., La langue gauloise. Grammaire, textes et glossaire, Paris 1918

ERNOUT A. - A. MEILLET, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paris 1967

Bertoldi V. “Sardo-punica” in La Parola del Passato ii (1947)

Meyer G., Etymologisches Wörterbuch der Albanesischen Sprache, Strassburg 1891

Perra M., ΣΑΡΔΩ Sardinia Sardegna, III voll. Oristano 1997

Martino P., “Il problema dei semitismi antichi nel latino” in L’Italia e il mondo antico. Atti del Conv. della SIG (a cura di A. Landi) Pisa 1995

Newmark L., Albanian English Dictionary, Oxford 1999

Orel V., Albanian Etymological Dictionary, Leiden-Boston-Köln, 1998

Pokorny J., Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch, 1959

Hubschmid J., Schläuche und Fasser, Bern 1955 (RH, vol. 54)

Gamkrelidze Th. V. - Ivanov Vj- V., Indo-European and the Indo-Europeans, Berlin- New York 1995, II voll.

Fonte: Sardo-Illirica

domenica 14 giugno 2009

PAROLE DERIVATE DALLA LINGUA PELASGICO-ALBANESE

Nel 1975, l’Istituto linguistico svedese pubblicò il libro Webster's New Twentieth Century Dictionary, Unabridged Second Edition, De Luxe Color, William Collins and World Publishing Co., Inc.

Nel libro è conservato l’albero dell’origine delle lingue indo-europee. Secondo l’albero in questione, la lingua albanese sarebbe la lingua più antica. Di seguito un elenco di parole riconducibili alla lingua pelasgico-albanese.

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Italiano

Lingua pelasgica

Albanese

Spiegazione

Afrodite

Afërdita

Afër dita

Vicina alla luce del giorno

Agorà

Agora

Asht gur

Fatto di pietra

Atena

Athina

A thina / thena

Il detto

Bylis (Città albanese)

Bylis

Pylli

La foresta

Dea

Dea

Dhea (Dheja, Dheu)

La terra

Demetra

Demetër

Dhe motër

Sorella terra

Efeso

Efesi

Është veshi

È l’orecchio

Eschilo

Eskili

E shkeli

Egli calpestò

Era

Hera

Era

Il vento

Itaca

Itaka

I thaka

Asciutto

Cassandra

Cassandra

Qes anderr

Interpreto i sogni

Lisus (Città albanese)

Lisus

Lis

Quercia

Mallakastra

Mallakastra

Mal kashtër

Paglia / pagliaio

Menelao

Menelau

Me ne leu

Egli è nato con noi

Micene

Mikena

Mik kena

Noi abbiamo amici

Pegaso

Pegas

Pe gja (gjë)

Hai visto qualcosa?

Penelope

Penelope

pen’e lypi

La matassa di cotone chiede

Persefone

Persefoni

Përse vonë

Perché tardi?

Perseo

Perseu

Përse

Perché?

Pirro

Pirro

Pi rro

Bevi e vivi

Poseidone

Poseidon

Po, se i don

Sì, perché lui lo vuole

Priamo

Priam

Prij jam / I parë jam

Sono il primo

Salamina (Città greca)

Salamis

Sa lamë

Quanti ne abbiamo lasciati?

Tetide

Detis

Deti

Mare

Thesalia (Città )

Thesalia

Thesa li-ni

Sacco di lino

Tiranno

Tiranët

Të rëndët

I pesanti

domenica 7 giugno 2009

δουριος ιππ – ος (dourios ipp – os) Oδυσσεια (Odusseia)

È noto che le lingue monosillabiche sono le lingue più antiche.

Se è vera questa teoria, allora è più antica la parola albanese kjaj (piango) oppure la parola greca κλαι – ω (klai – ō)?

Hepem, dall’albanese mi incurvo, oppure επομ – αι (epom – ai)?

Jam, in albanese io sono, oppure ειμι (eimi), io sono in greco?

Bretkues, rana in albanese, oppure βατρα – χος, rana in greco?

Dru, in albanese legno, oppure δρυ– ς (dru - s), in greco legno o foresta?

Der- ë, in albanese porta, oppure θυρ – α (thur – a), in greco porta?

Dhallë, in albanese fermento di latte, oppure γαλα (gala), in greco latte?

Potremmo continuare con altre centinaia di esempi, ma ci fermiamo qui.

Ora se i poemi antichi come l’Iliade e l’Odissea sono scritti nella lingua greca, perchè si usa la parola ιππ – ος (ipp – os), che in greco indica il cavallo oppure lo stare in sella sul cavallo, che in albanese è hip = shaloj, che vuol dire salire sul cavallo o sellare il cavallo? E ancora, perché non si usa la parola greca ξυλιν – ος (zulin – os), di legno, ma la parola δουριος (dourios), legno?

La spiegazione è semplice.

La parola ξυλιν – ος (zulin – os) non esisteva nella lingua greca nel periodo della guerra di Troia e tutti usavano la parola δουρι - ος (douri - os), che deriva dalla parola pelasgica dru – ri = dru = legno.

Questa è un'altra prova tangibile del fatto che i poemi antichi sono stati scritti nella lingua pelasgica e solo dopo sono stati tradotti in greco. Questo discorso viene dimostrato proprio dalla presenza della parola appena esaminata, cioè δουριος ιππ – ος (dourios ipp – os)= salita di legno.

Passiamo ad un altro termine.

È più antico il nome proprio Penelope (l’origine di questa parola è stata attestata non oltre il 700 a.C.) oppure la parola pelasgica pen’e lypi (il cotone chiede) che è stato poi usato come nome proprio? La tela di cui si servì Penelope fu uno stratagemma, narrato nell'Odissea, utilizzato per non convolare a nozze, nella speranza di poter rivedere il marito Ulisse. La donna comunicò ai suoi pretendenti che avrebbe scelto il suo prossimo marito solo dopo aver completato la tela. Per fare in modo che la scelta si rimandasse, la notte disfaceva ciò che tesseva durante il giorno. Ancora oggi l’espressione la tela di Penelope viene utilizzata per riferirsi ad un lavoro che non avrà mai termine. Ne deduciamo che la derivazione del nome proprio Penelope dal termine pen’e lypi (il cotone chiede) si adatta perfettamente a questo personaggio.

Ora analizziamo un'altra parola che tutti credono sia greca.

L’interminabile viaggio intrapreso da Ulisse per tornare in patria è alla base del poema epico noto come Oδυσσεια (Odusseia), nome che i pelasgi diedero al protagonista. Per la verità il nome del poema Oδυσσεια (Odusseia) non è il nome proprio del protagonista, ma il nome che i pelasgi gli attribuirono per via delle numerose disavventure che fu costretto ad affrontare per ben dieci anni prima di riuscire a tornare in patria. Il titolo di questa poema si comprende e si traduce meglio solo se si utilizza la lingua albanese. Infatti, l’espressione albanese Udhë s’shêu, che molti secoli dopo è diventata in greco Oδυσσευς (Odusseus) vuol dire colui che non ha visto la via o che non vede la strada. Come nel caso di Penelope, anche questa spiegazione si adatta perfettamente al profilo di Ulisse, al quale i pelasgi hanno attribuito anche un altro nome, che però non è arrivato fino a noi perché è stato tradotto in greco Πλυμηχαν – ος (Plumēchan – os), intelligente, astuto.

Dopo queste riflessioni possiamo dire che il dizionario Omerico di Pandazides non è preciso, visto che fa risalire il titolo del poema al verbo oδυσσευoμαι (odussenomai), che vuol dire arrabbiarsi. Adesso abbiamo numerose ragioni per credere che non è così.

Brano tratto liberamente dal libro di Robert D’Angely, Enigma