domenica 31 maggio 2009

L’iscrizione del mosaico di Mesaplik del VI secolo è in lingua albanese

clip_image002Nel museo storico nazionale dell’Albania si trova esposto un bellissimo mosaico che è stato rinvenuto dalle rovine di una basilica nel villaggio di Mesaplik, vicino a Valona. Questo mosaico è datato V o VI secolo d.C. e le sue dimensioni sono 230x349 cm. Il mosaico in questione ha attirato l’attenzione degli studiosi che hanno scritto sui pelasgi e sugli illiri, ma non è mai stata spiegata l’iscrizione che si trova su di esso. Il mosaico raffigura la testa di profilo di un uomo che indossa un capello a punta. All’estremità del cappello sono attaccati due nastri. Nei tempi antichi, questo tipo di capello veniva indossato da professori e filosofi illustri. Attorno all’uomo, ci sono dei piatti pieni di frutta e di pesce. Lo suo sguardo è diretto verso l’iscrizione “A PAK KE T’AÇ”. Queste lettere appartengono quasi tutte all’alfabeto latino, ad esclusione della seconda lettera che è la lettera P dell’alfabeto greco. Gli studiosi e i linguisti hanno pareri diversi su cosa significhi questa frase. Il professore Moikom Zeqo in un suo articolo scrive: “Il mosaico del V secolo d.C. raffigura la testa di profilo di un uomo giovane che indossa un capello a punta, come Hermes, e una iscrizione: “Aparkeas”, che è il nome storpiato del dio Abraxas, adorato dalla setta monoteista ed eretica dei “basiliti”, che era così popolare e diffusa da fare concorrenza al Cristianesimo. Il mosaico con il viso gnostico di Aparkeas/Abraxas è un mosaico non comune, anche a livello europeo. Questo mosaico chiude l’epoca della storia degli illiri, per aprire l’epoca della storia degli albanesi.” (Koha Jonë, 29/06/2001, traduzione mia).

clip_image004

(una riproduzione del mosaico di Mesaplik)

Chiaramente la lingua dell’iscrizione, secondo Zeqo, è il greco antico. Tuttavia altri studiosi pensano che questa frase sia scritta in lingua albanese. Se fosse vero, allora dovremmo spostare la datazione del primo documento scritto in lingua albanese dal XV secolo al V o VI secolo d.C. Naturalmente si tratterebbe di una scoperta sensazionale. Il professore Arben Llalla legge la frase: “A ΠΑR ΚΕ ΑC” (A PAR KE AC) e aggiunge le seguenti considerazioni:

1- gli arbëresh hanno un proverbio che dice: “Ha për drekë, po lë për darkë” (mangia per pranzo, però pensa per la cena). Un proverbio molto simile ce l’hanno anche gli abitanti di Skrapar in Albania: “Ha sot, po mejto edhe për nesër” (mangia oggi, ma pensa a domani); invece nel sud dell’Albania dicono: “Ha për drekë, por lër dhe për darkë” (mangia a pranzo, ma pensa alla cena). Non è casuale che nel sud dell’Albania, ovvero il luogo dove è stato rinvenuto il mosaico, si dica “Ha pak, që të kesh” (mangia poco, così ti resta). Questo proverbio avrebbe esattamente lo stesso significato della frase incisa sul mosaico. (Questi proverbi si possono leggere nel libro “FJALË TË URTA SHQIPE” (proverbi albanesi) seconda edizione Prishtinë, 1983, pp. 193.)

2- Quasi tutte le lettere della frase sono latine. Solo la prima lettera della seconda riga è la lettera P dell’alfabeto greco. Invece, la terza lettera della seconda riga è RR e, secondo quanto scrive lo studioso tedesco J.G. Von Hahn nel suo libro “Appunti sulla scrittura pelasgica”, apparterrebbe all’alfabeto pelasgico albanese.

3- La teoria di professore Zeqo verrebbe del tutto confutata se analizziamo l’ultima lettera dell’ultima riga, che in realtà è una C e non una S come il professore sostiene. La lettera S in greco è Σ, invece la lettera ΤΣ in greco si pronuncia C.

4- La forma stessa di questa frase è particolare. È scritta dall’alto verso il basso e rispetta tutte le regole dell’ortografia. Questo consentirebbe di avvalorare la tesi secondo la quale non si tratta di una sola parola, bensì di quattro parole diverse.

5- Attorno all’uomo raffigurato nel mosaico ci sono piatti pieni di frutta e di pesce; inoltre, lo sguardo dell’uomo è diretto verso la frase incisa. Perciò è molto probabile che la frase faccia riferimento al cibo e potremmo ragionevolmente pensare che sia un ammonimento al risparmio. Lo studioso greco di origini albanesi Niko Stylos, assieme all’esperto Ilir Mati, non hanno nessun dubbio: la frase è in lingua albanese e letteralmente vuol dire mangia poco, hai da mangiare. I due studiosi, secondo me, forniscono prove più che convincenti per pensare che la lingua sia proprio quella albanese. Illir Mati contraddice sia la teoria del professore Zeqo, sia la lettura che il professore Llalla fa della terza lettera del secondo rigo (R). Per Mati la lettera è K. Per confermare questa sua teoria, Illir Mati porta come prova un vaso antico greco dove sono raffigurati Patroclo, Achille e sua madre, Teti. La sesta lettera del nome di Patroclo è identica alla prima lettera della seconda riga del mosaico, ed è proprio la lettera K. (vedi la foto qui sotto)

clip_image006

Un altro fatto interessante è la somiglianza del capello indossato dall’uomo del mosaico e il Qeleshe, che è un berretto tradizionale portato dagli uomini albanesi (vedi la foto sotto)

clip_image008

Ora basta che anche gli albanesi provino a credere nella possibilità che la loro lingua abbia una storia molto più antica rispetto a quella che la storia ufficiale ci racconta e, in tal modo, le ricerche saranno animate da un maggiore entusiasmo e da un forte desiderio di conoscere la verità.

Elton Varfi

Link versione albanese: Mozaiku i Mesaplikut i shekullit të VI është në gjuhën shqipe


domenica 24 maggio 2009

Quando a Oliena si parlava albanese

Da oggi proporrò alcuni interessanti articoli pubblicati dal professore Areddu sul sito http://web.tiscali.it/sardoillirica/sardoillirica/ Il sito principalmente si occupa di dimostrare la tesi secondo la quale i primi indoeuropei a penetrare il suolo europeo occidentale fondamentalmente anario furono gli Illiri, ovvero gli antenati degli odierni albanesi. Areddu da anni si interessa alla disciplina “linguistica sarda”, pubblicando anche il libro “Le origini albanesi della civiltà in Sardegna”.

Approfitto per ringraziare il professore per avermi gentilmente concesso di utilizzare parte del suo materiale e, sicuro che si tratta di argomenti che consentono di mettere in rilievo lo straordinario enigma della lingua albanese, mi accingo a proporne un articolo sin da subito. Concludo consigliando ai lettori del blog di visitare il sito del professore Areddu, nel quale troveranno articoli approfonditi e molto stimolanti sulla questione albanese.

Quando a Oliena si parlava albanese

di Alberto Areddu

clip_image001Guardate il borgo della Sardegna centrale che vedete qui fotografato, celebre per i suoi vini, per i suoi formaggi, per le escursioni montane, per le sue attività culturali e per aver dato i natali al calciatore sardo più noto all’universo mondo. Immagino ci siate arrivati da voi (eh già, c'è anche il titolo), se no ve lo dico io: questa piccola cellula di sardità è Oliena, od Ulìana, come viene pronunciata oggidì. Come quasi tutti i centri della Sardegna porta un nome che sfugge alle indagini condotte scientificamente, c’è chi ha pensato all’olio, e inevitabilmente perché nel territorio ci sono oliveti (ma li han portati i Pisani, quando il nome Olian c’era già) e in quanti punti della Sardegna non ci sono?; altri hanno pensato agli Iliensi (i figli di … Ilio, da cui una parte dei Nuragici diceva di discendere). La mia indagine, che parte proprio da qui tende invece a rilevare come il suffisso -ena. -ana sia frequentissimo nei toponimi del sostrato preromano; e qui la scuola mediterraneista avrebbe obiettato: “roba africana”, mentre l’ipotesi orientalizzante, propugnata in Sardegna dal solo Pittau, di risposta: "roba etrusca". Ma guardiamo il tema (cioè la parte iniziale), esso è Oli- e per ora fermiamoci qui. Quasi che i nostri lontani antenati abbiano inteso lasciarci qua e là qualche voluta traccia del loro passaggio sulla terra, scavando nel sottosuolo di Oliena a metà Ottocento l’archeologo Giovanni Spano riportava alla luce una statuetta d’epoca romana che presto veniva ricomposta e prima tributata a Belzebù, il re delle mosche della tradizione semitica (giacché di mosche pareva ricoperta), poi si attribuiva a una figura di cui si aveva avuto sentore fino ad allora solo attraverso le fonti greche relative alla Sardegna preistorica: quella di Aristeo, mitico apportatore di tecniche innovative nell’agricoltura, nella viticoltura e soprattutto nell’apicoltura, venuto, chissà mai quando, da Tebe in Beozia (il classico ex oriente lux). Le api incise sul petto indicavano che era una statuetta votiva a questo antico euretes orientale; non solo, il posto del ritrovamento parlava chiaro: la località di Su medde (o sa 'idda de su Medde), che è una variante locale del sardo su mele ‘il miele’ (allotropi dunque del latino Mel(l)e). Ma la cosa che nessuno approfondì era che la statuetta era stata scavata all'interno di un salto, detto (e così ancora oggi): Dule. Tale parola in chiave latina non trova corrispondenze confacenti, mentre il lettore albanofono sa, essa consuona perfettamente con la voce albanese (propria e non prestito latino, turco o slavo): dyllë che vuol dire ‘cera’ !!! Orbene questa potrebbe essere una casualità, il mondo è pieno di corrispondenze casuali: quella celebre anglosassone e persiana della parola bad che indica la stessa cosa ‘malvagio’, ma ha origine e percorso etimologico diverso. Potrebbe dunque essere. Ma nel mio libro di altre circostanze casuali così, se ne trovano. Anzi, se da una esigua traccia se ne deve pur trarre un qualche elemento deduttivo, io ritorno ad Oliena e chiedo retoricamente: "un territorio che ci consegna dall’antichità una statuetta consacrata a una divinità dell’apicoltura, potrebbe avere una qualche intima ragione a definirsi come “luogo di favi”? Mi rispondo di sì, perché il lettore albanese sa bene, ma sopratutto lo sa bene quello arbëresht (gli albanesi d’Italia), che ha conservato una variante più pura, il nome del favo nella sua lingua suona: hol-i !!! E anche questa (ce lo dicono i vari Meyer, Çabej, Demiraj e Orel) è voce indeuropea, parente del latino alveus, del greco aulos, e sopratutto dello slavo ulьjь e del lituano aulys che valgono 'favo delle api'. Lo so a questo punto il lettore scettico storcerà il naso, perché è per natura difficile a convincersi; e ha ragione, ci vuole ben altro: la toponomastica è sempre argomento vischioso e si rischia di fare delle scivolate da cui non ci si rialza più. Va bene, miscredente, eccoti servito. Allora, nel territorio che vedi indicato (Oliena, Orgosolo e Ogliastra) c’è una parola che da decenni ha fatto impazzire prima il Wagner (puoi controllare nel suo celebre DES a pag 489) poi tutti gli altri glottologi: eni, enis o eniu. Con questa misteriosa parola in questa plaga di Sardegna si designa l’albero del tasso (tassonomicamente, è il caso di dirlo, la taxus bacchata). C’è chi ha pensato al basco e chi ha detto: boh. Inutile che lo dica io: l’albanese lo sa già: perché per la stessa pianta, ha la denominazione di enjë (che sembra il nome di una cantante irlandese), ma che è parola misteriosa anche per la lingua albanese, e che nel mio libro ho cercato di interpretare (in chiave, inutile dirlo, indoeuropea).

Bibliografia utilizzata:

Angiolillo S., “Aristeo in Sardegna” in Bollettino di Archeologia 5/61(1990), 1-9

CASTIA S., "Aristeo il protos euretes" in La Sardegna e i miti classici, Olbia 1996, 19-22

Çabej E., Studime etimologjike në fushë të shqipes, Tiranë 1982

Demiraj B., Albanische Etymologien, Amsterdam-Atlanta 1997

Meyer G., Etymologisches Wörterbuch der Albanesischen Sprache, Strassburg 1891

Orel V., Albanian Etymological Dictionary, Leiden-Boston-Köln 1998

Pianu G., “Il mito di Aristeo in Sardegna” in Zucca 2004, 96-98

Pittau M., I nomi di paesi città regioni monti fiumi della Sardegna significato origine, Cagliari 1997

Sanna S., “La figura di Aristeo in Sardegna”, in Zucca 2004, 99-111

Spano G., “Statuetta d’Aristeo in bronzo” in Bullettino Archeologico Sardo I (1855) 65-71 [testo in http://www.comune.oliena.nu.it/conosci_secondo.php?mpos=50&id=20&bar=arch]

Spiggia S., Le api nella tradizione popolare della Sardegna, Sassari, 1997

Wolf H. J, Toponomastica barbaricina, Nuoro (1998)

“ “ “La toponomastica preromana in Sardegna”, in Max Leopold Wagner. Lingua e cultura sarda, Atti Conv. Int. di ling. sarda (a cura di D. Turchi), Oliena 23-3 2003, 49-58 (2004)

Zucca R, (a cura di) LOGOS PERI THS SARDOUS. Le fonti classiche e la Sardegna, Roma 2004

Link versione albanese: Kur në Oliena flitej shqip


domenica 17 maggio 2009

Alcuni esempi di neologismi inutili della lingua albanese

Arrestoj; arrestim – arrestare; arresto
Nella lingua albanese esiste la parola kap (prendere). La radice di questa parola la ritroviamo in latino (capere), in inglese (Keep) e in francese (capturer).


Marshim, marshoj, marshon – marcia militare
Non si riesce a comprendere la necessità di questo neologismo. La lingua albanese ha le parole ecje, eci, ecim, ecën (cammino, camminare, cammina)


Sukses – successo
La lingua albanese ha diverse parole che hanno tutte questo significato (mbarëvajtje, mbarësi, mbrodhësi, ose arritje)


Audiencë – udienza
L’albanese ha le parole vëmëndje, pritje, mbledhje che ovviamente, con leggere sfumature di significato, vogliono dire tutte udienza.


Aplikim, aplikacion – applicazione
In albanese esistono già le parole vendosje, vënie, zbatim, përdorim.


Tendencë – tendenza
La lingua albanese ha la parola prirje.


Procedim – querela
Anche per questa parola già esistono mënyrë veprimi, sjellje, mënyrë e sjelljes.


Protestoj – protestare
In albanese c’è già la parola kundërshtoj.


Abuzim – abuso
In albanese ci sono le parole shpërdorim, teprim, tepri.


Egzistoj – esistere
Anche per questa parola si tende ad utilizzare una parola straniera anche se in albanese c’è una parola che proviene dagli albori dell’umanità ed è jetoj. Poi ci sono ancora vazhdon (continua) vazhdon ende (continua ancora) e hala. Si usa anche jam gjallë (sono vivo).


Injorant – ignorante
In albanese i pa ditur, i paditun, nuk di gjë, ose nuk di gja.


Indipendencë – indipendenza
Esistono le parole albanesi pamvarësi e mëmëvetësi.


Inteligjent – intelligente
Anche per questa parola si usa un termine straniero, anche se la lingua albanese è molto fornita di termini che significano intelligente. Tra gli altri cito i zgjuar, i mençëm, i ditur.



Civilizuar – civile
In albanese esiste una parola antichissima che è qytetëruar, qytetar (civile o cittadino). I latini ereditarono questa parola dagli etruschi nella forma di civica (città) dalla quale è nata la parola italiana città e la parola francese citè (città). È un paradosso che gli albanesi utilizzino una parola nata tra loro antenati, storpiata dal latino e rivista dalla lingua francese.


Plazh – spiaggia
Anche per adeguarsi alla modernità, gli albanesi hanno cominciato ad usare la parola plazh, ma la lingua albanese aveva già alcune parole antichissime che indicavano la spiaggia. Tra queste c’è ranishtë che deriva dalla parola ranë (sabbia) in dialetto ghego e rërë (sabbia) in dialetto tosco. C’è una parola ancora più antica che ha lo stesso significato ed è la parola kum. Da questa parola derivano cumes e cumae.




Brano liberamente tratto dal libro di Mathieu Aref, “Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple préhellénique”

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese:
Ja disa shembuj kuptimplotë ( listë jo e plotë ) e disa futjeve të panevojshme dhe jo të përshtatshme në fjalorin shqip

domenica 10 maggio 2009

L’Olimpo: il trono di Zeus

Vi siete mai domandati perché proprio sul monte Olimpo si trova il trono di Zeus e la famosa casa degli dei?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo andare alla ricerca degli antichi sacerdoti provenienti dal nord-ovest dei Balcani, più esattamente da Dodona, i quali guardavano il sole (Diaw – Dia – Diell) sorgere in cima all’Olimpo.
I geologi hanno verificato che l’Olimpo, nei tempi antichissimi, è stato oggetto di un forte terremoto, a causa del quale da una sola cima altissima vennero a crearsi due cime più basse. La montagna prese in tal modo la forma in cui è nota oggi.
Un giorno gli occhi straniti degli antichi sacerdoti dell’Epiro videro quel terribile terremoto e avranno pensato che la montagna si è abbassata, è diventato più corta. Questa frase, nella loro lingua, sarebbe: “Ulj u bë” (si è abbassata) che si pronunciava “Uljumb”. Più tardi, con l’aggiunta della desinenza os si è passati da Uljubes a Ulimbos per giungere alla forma definitiva Olimbos.
Che ci sia stato un terremoto è evidente, più difficile è datarlo. Il lavoro dei geologi è prezioso per stabilire il periodo in cui ha avuto luogo il sisma e, quindi, riuscire a stabilire la data in cui è stata usata la parola che trae origine dall’albanese, lingua che in tanti hanno cercato di eliminare dal territorio greco, anche quando, ancora recente il ricordo degli eroi della rivoluzione greca del 1821, tutti, in Grecia, parlavano quasi esclusivamente la lingua albanese.

Brano liberamente tratto dal libro di Aristidh Kola, Gjuha e perëndive

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Olimpi froni i Zeusit

domenica 3 maggio 2009

διοι Πελασγοι = I Pelasgi sapienti

Durante il periodo che va dalla subsidenza dell’isola di Atlantide alla prima spedizione dei pelasgi verso l’India, oltre ai contatti con gli atlanti che sono rimasti definitivamente in Europa, i pelasgi hanno avuto diversi altri rapporti con popolazioni di razza bianca grazie alle migrazioni di quest’ultime. I legami che di volta in volta venivano sviluppati hanno fatto sì che si unificasse la lingua pelasgica che si parlava, e forse si scriveva, a quel tempo. Siamo sicuri che i pelasgi o ΑΡΓ (arg) grazie alla loro fama, guadagnata grazie alla battaglia vinta contro gli atlanti, hanno avuto la possibilità, anche per merito della loro leggendaria sapienza, di diffondere l’uso della loro lingua pelasgica in Grecia, soprattutto ad Atene, e in Italia.
Abbiamo detto “grazie alla loro sapienza” proprio per correggere un errore millenario, cioè la parola greca διοι (dioi) che tutti traducono come divini, come se avesse qualche legame con la parola θειος (theios), che deriva da θεος (theos), che vuol dire Dio. Infatti διοι (dioi), che si traduce erroneamente come divini, deriva dalla parola albanese di-ës che in italiano vuol dire so, ho conoscenza. Di conseguenza, l’esatta traduzione di διοι Πελάσγοι (dioi pelasgoi) sarebbe non “i pelasgi divini”, come è stata da sempre tradotta, ma “i pelasgi sapienti”.
Prima della prima spedizione dei pelasgi verso l’India, il termine Pelarg oppure Piellarg che si riferiva a tutte le popolazioni della razza bianca, è stato semplificato, rimuovendone la prima parte (cioè Pel oppure Piell che significa nascere o nato, dall’albanese pjell) e trattenendone la seconda (cioè ARG in greco ΑΡΓ (arg) che significa bianco, dall’albanese bardhë). Il termine ARG, in greco ΑΡΓ, ha avuto una grande fortuna perché da esso derivano la parola mesopotamica ARYA e la parola greca ΑΡΓΕΙΟΣ (argeios); inoltre, finì con l’alternarsi alla parola ΠΕΛΑΡΓΟΣ (pelargos) o ΠΕΛΑΣΓΟΣ (pelasgos), senza riuscire, però, a sostituirla del tutto.

Brano tratto dal libro “Enigma” dell’autore Robert D’Angely

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese:
διοι Πελασγοι = Pellazgët e ditur