domenica 26 aprile 2009

La lingua pelasgica: lingua universale della razza bianca

Nell’antichità la lingua parlata in tutto il mondo conosciuto era la lingua pelasgica, la lingua universale di tutta la razza bianca. Quando si parla di tutto il mondo conosciuto si intende da Costantinopoli, Grecia fino alla costa francese, dall’Albania in Egitto, dal Danubio a Roma fino in Sicilia, dalle colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra) fino al Caucaso. Tutto il mondo usava la lingua pelasgica per le pubbliche relazioni. La classe dominante, cioè l’elite, e tutti coloro che sapevano leggere e scrivere erano bilingue. Sapevano parlare il pelasgico e sapevano leggere e scrivere il greco. Sia le popolazioni con vera origine pelasgica, sia gli stranieri assimilati conoscevano solo il pelasgico. Questo molto tempo prima che si formasse la lingua greca. Gli antichi ci fanno sapere che prima dell'alfabeto di Cadmo esistevano da molto tempo Πελασγικα γραμματα (Pelasgika grammata) le lettere pelasgiche. Infine gli stranieri non assimilati dalla civiltà pelasgica e che erano arrivati da poco tempo in Asia minore, in Grecia e in Italia erano bilingue e secondo i casi parlavano tre lingue, cioè non solo pelasgico e greco ma secondo la loro nazionalità la lingua egizia, arabica, aramaica, armena ecc. Tutti questi stranieri per potere relazionarsi nella vita di ogni giorno con la popolazione autoctona erano costretti a conoscere, oltre alla loro lingua, anche il pelasgico. Inoltre quanti volevano istruirsi imparavano il greco come terza lingua.
Se non fosse stato che la famosa biblioteca di Alessandria d’Egitto andò distrutta, presumibilmente intorno all'anno 270 o forse verso l'anno 400, in circostanze misteriose, avremmo una quantità inimmaginabile di opere scritte nella lingua pelasgica. Un altro fatto incontestabile è che durante i secoli VI, VII, VIII, IX, X E XI dopo Cristo, si assistette ad una forte crisi del papiro, per questo vennero cancellati moltissimi documenti scritti in lingua pelasgica, etrusca e greca, per assicurare la carta di papiro ai nuovi autori. Se questi due episodi non si fossero verificati, oggi non solo non ci sarebbero mancati i documenti scritti nella lingua pelasgica o etrusca, ma non ci sarebbe posto per gli enigmi linguistici che abbiamo davanti a noi. Comunque siano andate le cose, oggi possiamo ritenerci fortunati perché possiamo studiare questa lingua antica e universale della razza bianca, nella sua forma viva che ci si è stata fedelmente trasmessa attraverso la lingua albanese.
Il mondo della cultura, gli intellettuali sono da sempre interessati alla lingua greca antica. Noi faremmo un grande errore se combattessimo questo sentimento spontaneo scatenato giustamente dalla qualità del greco antico. Spinti dalle circostanze si impone la citazione di un proverbio greco che dice: “Ω ουτος κυαμους εφαγες, κυαμους μαρτυρεις !” ovvero “Ma caro signore chi mangia broccoli, broccoli parla”. Tutti gli studiosi che adorano la lingua greca e che hanno studiato solo questa lingua, hanno un deficit da colmare. Se, infatti, avessero conosciuto e approfondito la lingua albanese in egual maniera, avrebbero potuto confrontare la copia, cioè il greco, con l’originale, la lingua pelasgica, erede diretta della lingua albanese.
In conclusione, possiamo dire che la lingua pelasgica esisteva prima ancora della lingua greca, la quale si è formata proprio a partire da questa lingua.
Brano tratto dal libro "Enigma" del autore Robert D'Angely
Traduzione dall'albanese di Elton Varfi
Link versione albanese:
Gjuha pellazge, një gjuhë universale e gjithë racës së bardhë

domenica 19 aprile 2009

Ideali nazionali e linguistica: la ricostruzione dell’albanese

Un caso interessante riguarda la relazione che collega gli studi linguistici degli autori italo albanesi e la formazione degli ideali nazionali. In particolare, il collegamento fra lingua dei Pelasgi, greco e latino sarà ampiamente utilizzato dagli autori arbëreshë per provare l’antichità e l’autonomia dell’albanese. I legami e le corrispondenze col greco e col latino sancirebbero anzi una nobiltà e un’importanza non minori rispetto a queste due lingue. Fra i principali studiosi che misero a punto lo schema interpretativo della storia linguistica e culturale degli albanesi che ispirò gli intellettuali della Rilindja, è il Chetta, che nel Tesoro di notizie su dè macedoni (Chetta 2002[1777]) ricostruisce la storia e l’identità degli albanesi attraverso una comparazione fra costumi, gli usi, la religione e la lingua degli albanesi e delle popolazioni (i macedoni) che considerava loro progenitori. Per quando riguarda la lingua, gli indizi e gli elementi che vengono esaminati mirano ricostruire l’origine dell’albanese come una lingua nettamente separata dal greco e dal latino.
Forti implicazioni ideologiche affiorano anche negli scritti degli studiosi italo albanesi dell’Ottocento, nei quali gli ideali nazionali influenzano in maniera decisiva la trattazione e l’interpretazione dei fatti linguistici. Infatti essi mirano a attribuire un’identità storico-linguistica all’albanese, a dimostrare l’originaria indipendenza e nobiltà e a stabilire attraverso le prove linguistiche l’autoctonia e l’antichità della lingua e quindi del popolo albanese. Anche una questione di ordine pratico come quella della scelta della grafia è funzionale alle esigenze di una politica linguistica nazionale. Gli autori arbëreshë continuano ad utilizzare metodi di analisi e teorie che appartengono alla tradizione illuminista, come il rapporto fra genio della lingua e genio della nazione e alla tradizione vichiana. Ad esempio in Dorsa (1862) (cfr. Solano 1975) i richiami alla letteratura scientifica sull’albanese (sono citati Hahn, Bopp, Fallemayer, Stier) si combinano appunto con l’eredità di Vico e degli autori settecenteschi.

[…] far risaltare l’antichità antiomerica dell’idioma albanese, mettendolo in comparazione col greco e latino primitivi. Le autorità dei dotti e in special modo di Malte-Brun, Court de Gèbelin, Mazocchi, ci guideranno per seguire alcun altro punto di affinità con gli altri idiomi indeuropei, e anche semitici derivati pure in origine da una madre comune. Seguiremo lo svolgimento delle parole guidati dalle stesse leggi onde si svolgono le idee, e invocando da maestro il Vico […] forse ci sarà dato di tracciare in qualche modo una storia ideale della lingua albanese […] (pp.8-10)

La pressione delle idealità nazionali e l’illustrazione di una specificità linguistica e culturale è preminente in Sugli albanesi. Ricerche e pensieri e in Studi etimologici della lingua albanese di Dorsa (Dorsa 1847 e 1862). La grande incertezza metodologica e l’anacronismo di procedure etimologiche di stampo vichiano e gèbeliniano lasciano emergere un intento di natura culturale e politica coerente con gli ideali romantici coevi. Riprendendo la teoria per cui l’albanese continuerebbe la lingua pelasgica, la Dorsa cerca comunque di provare un legame genealogico particolare dell’albanese col greco antico e le lingue italiche. Anche altri autori italo albanesi sostennero questa connessione, e in particolare De Rada (De Rada 1893). D’altra parte l’idea che la lingua pelasgica fosse una sorta si sostrato di delle antiche lingue della Grecia e dell’Italia e che fosse il collegamento con il persiano era diffusa nella linguistica pre-ascoliana, e compare ad esempio anche in Cattaneo (1841). Una stessa impostazione caratterizza nel complesso il Saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese di Demetrio Camarda. In Camarda(1864)(cfr.Camaj 1984; Guzzetta 1984) l’asseto comparativo, confermato dalla conoscenza della letteratura tedesca (Bopp, Shleicher, Curtius) si piega alle esigenze di uno schema precostruito, cioè la dimostrazione di un rapporto di parentela fra greco e albanese sia attraverso la comparazione grammaticale, sia in particolare, attraverso la ricostruzione etimologica.

Tratto dal libro "Firenze e la lingua italiana"
Link versione albanese:
Idealet kombëtare dhe linguistika: rindërtimi i gjuhës shqipe

lunedì 13 aprile 2009

La vera etimologia di YTI (il tuo) e βαρβαρ – ος (barbar – os)

Una delle parole più interessanti dell’Odissea è il nome che Ulisse diede a se stesso e che Polifemo usò per chiamarlo, cioè ουτις (outis). Da come è scritta, o da come hanno voluto scriverla più tardi, è immediatamente evidente che non si tratta di una parola greca. Il significato che è stato a lungo attribuito a questo termine è “nessuno”, che però, in greco, avrebbe dovuto essere scritto ουδεις (oudeis). La parola greca che ha il significato di “nessuno” è Ου τις (ou tis) e si scrive usando due parole distinte come infatti lo troviamo scritto in tantissime altre parti sia dell’“Illiade” che dell’“Odissea”. Ουτις (outis) non significa nessuno, ma è la trascrizione esatta di YTI (il tuo): yti pelasgico. All’inizio YTI = yti si pronunciava seguendo le regole della lingua pelasgica e l’uditorio era perfettamente in grado di capire; molto più tardi, nell’epoca di Pisistrate, quando le opere sono state tradotte in greco, la parola yti non è stata cambiata, ma semplicemente trascritta in ουτι (outi). Anche dopo la traduzione in greco, la parola si pronunciava esattamente yti e l’auditorio gli attribuiva in automatico il significato originale, cioè il tuo. Più tardi, quando i testi pelasgi iniziarono a diventare più rari fino a perdersi del tutto, la vera pronuncia e il vero significato della parola ουτις (outis) vennero dimenticati e solo in seguito è stato attribuito il significato che oggi tutti noi conosciamo, cioè nessuno. La parola pelasgia yti è in uso anche oggi in Albania e significa il tuo (yt+i). Lo stesso significato che aveva quando Ulisse la utilizzò per sfuggire a Polifemo. Lo stratagemma di Ulisse era tanto semplice quanto geniale. Dopo che Ulisse accecò Polifemo, gli altri ciclopi corsero subito in aiuto del gigante. Appena arrivati davanti alla grotta, domandarono: “Perché, Polifemo, sei così afflitto e gridi così nella notte divina? Forse un mortale porta via le tue greggi e non vuoi? Lui rispose “yti” cioè il tuo. Loro domandarono di nuovo: “Forse qualcuno ti uccide con l'inganno e con la forza?" e lui rispose di nuovo “yti”. Ora, quando gli altri ciclopi sentirono la parola yti pensarono che Polifemo stesse accusando i loro familiari, le persone più vicine a loro (servi, cugini, fratelli). Per non avere problemi con gli altri ciclopi, dunque, decisero di ritornare alle loro grotte.In tal modo ουτις (outis) non avrebbe più il significato di “nessuno”, ma il significato pelasgio “yti”, il tuo. Dal significato originale del temine, si coglie meglio anche la storia del raggiro di Ulisse ai danni del ciclope Polifemo.
Un’altra parola che dimostrerebbe che la lingua pelasgica era la lingua universale parlata nell’antichità e che non solo ha influenzato la lingua greca, ma costituirebbe la materia prima per la formazione delle parole in quella lingua, è βαρβαρ – ος (barbar – os). Nell’antichità, i greci, conoscendo l’etimologia di questa parola, la usavano solo quando volevano indicare una lingua differente da quella greca, mai per indicare un’altra razza o nazionalità. Solo più tardi, e soprattutto con l’influenza latina, la parola barbaro venne usata per indicare popolazioni incivili, in particolare coloro che invasero l’impero romano fino a causarne la distruzione. Ed è questo il significato che è rimasto fino ad oggi nel nostro immaginario popolare. I greci avrebbero attinto a questa parola attraverso la lingua pelasgica , mantenendo lo stesso significato, cioè që flet belbër ovvero persona che parla in modo incomprensibile, come un bambino. Prendendo in considerazione l’attuale lingua correntemente parlata e originaria da quella pelagica, ovvero l’albanese, si possono tentare due spiegazioni etimologiche della parola. La prima sarebbe riconducibile all’idea di una persona logorroica, che parla eccessivamente: flet bërbër, si bythë e turtullit. La seconda, invece, si riferirebbe ad una persona che non parla correttamente, che storpia le parole, flet belbër si foshnjat, cioè parla come un bambino. Umberto Eco scrive: “i greci del periodo classico conoscevano genti che parlavano lingue diverse dalla loro, ma li denominavano appunto barbaroi ossia esseri che balbettavano parlando in modo incomprensibile”[1]. Con questa dichiarazione, il professor Eco conferma quello che si vuole dimostrare. Tornando all’argomento principale, in entrambi i casi (flet bërbër e flet belbër) la lingua si distorce a tal punto da diventare incomprensibile anche per un albanese. Ed è cosi che è stato per i greci del periodo classico, i quali all’inizio parlavano tutti la lingua pelasgica, ma col tempo, dal contatto con gli stranieri e con le loro lingue, nacque la lingua greca; lingua liturgica, diplomatica, ufficiale e internazionale (per comunicare con i non pelasgi) e dalla loro parola bërbër onomatopeica (che è uguale nella lingua albanese odierna bërbër oppure belbër) venne fuori βαρβαρ – ος (barbar – os). Questa parola venne usata per indicare sia gli stranieri che parlavano una lingua diversa dal greco, sia gli elleni che parlavano male la lingua greca. In conclusione, i greci del periodo classico usavano la parola βαρβαρ – ος (barbar – os) solo per indicare il modo di parlare una lingua e non per indicare la razza di qualcuno; questa cosa faceva sì che i pelasgi venissero considerati barbari esattamente come gli stranieri. Per comprendere veramente il significato che la parola βαρβαρ – ος (barbar – os) assunse in seguito, citeremo qui un sillogismo che coloro che si chiamavano eleni hanno formulato per distinguere gli elleni dai non elleni: Πασ μη Ελλην βαρβαρος (pas mē Ellēn barbaros) cioè Tu non elleno (sei) barbaro, dicevano, usando questa frase come base del sillogismo. Demostene ha aggiunto: non tutti gli elleni sono barbari, ora Filippo II di Macedonia il padre di Alessandro Magno non è elleno, allora Filippo II di Macedonia è barbaro (conclusione del sillogismo). Se questo è vero, viene spontaneo domandarsi perché i greci odierni sostengono che Filippo II, Alessandro Magno, i macedoni, gli epiroti fossero tutti elleni.

[1] Umberto Eco: La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea. Laterza, Roma-Bari, 1993. Pag 16.
Brano tratto dal libro "Enigma" dell' autore Robert D'Angely
Traduzione dall'albanese di Elton Varfi
Link versione albanese:
Etimologjia e saktë e YTI dhe βαρβαρ – ος (barbar – os)

martedì 7 aprile 2009

CHRISTÒS ANÈSTI

Un po’ di anni fa mi è capitata fra le mani una copia di una rivista per la promozione del turismo in Sicilia. Il titolo era “ciao Sicilia what’s on…” La copia che è in mio possesso è dell’aprile del 1987. Sfogliando questa rivista, con grande sorpresa, mi sono imbattuto in una poesia in lingua arbëresh. La poesia si intitola “Stosanesi” ed è una storpiatura dell’espressione Christòs Anèsti, una frase greca che significa “Cristo è risorto”.
È una poesia di Strollaku, soprannome di Antonino Cuccia, originario di Contessa Entellina.
È stata scritta ben 92 anni fa e riguarda la visita del Clero Greco nella Chiesa Latina a Pasqua. Strollaku è una storpiatura derivata da “Astrologo”. Per gli studiosi di lingua arbëresh, la lettura di questa poesia sarà certamente interessante per rilevare i cambiamenti e le evoluzioni della lingua.
Riporto la poesia in lingua arbëresh con la rispettiva traduzione in lingua italiana, sperando che possa essere un gradito dono pasquale. Tanti auguri.


Arbëresh
Me paqe e me harè te kjò bukurëditë
Çë ka klënëçelur sa ke çë isht jetë,
qi i madh gëzim vjen një herë në vit:
kush rron e sheh pametë;
kush vdes mbëllin sytë,
kundet vete jep te jetëra Jetë,
se In Zot, vdekur rrijti tre ditë,
me kaqë harè na u ngjall si sot.
Luftarët e rruajn me gjak te sytë
Kur tundej dheu e luajnë ajo botë,
se si vdiqi In Zot ngë
u pa më dritë (dritë)
luftarët u llavtin me atë tirrimot,
rran te dheu e zbëllijtin sytë:
njohtin se aì çë vran ish e vërteta In Zot,
Shën Mëria Virgjërë rrij vënë më lip,
klajti të birin tre ditë me sot,
u kallaritin engjulitë
e erdhi ajo dritë
an’e t’i than Shën Mërisë
se u ngjall In Zot.
Shën Mëria Virgjërë rriodhi, fshijti
vat’e barcarti t’In Zot
e pa se te gjiri kish një firitë:
atë helm i madhë ndiejt
Shën Mëria kur vdiq’In Zot.
Mbi dyzet ditat te Parraisi u hip,
me flamën te dora u ngjall In Zot.
Priftèria na i mbëson këtë i madh shërbes
Se për tre ditë hipet me atë “Stosanes”
E Litirit vete t’ja thot
kini harè se u ngjall In Zot.
Këtë rrimë e bëri Strollaku
e u jam’e ju i thom sot:
me kaqë harè u ngjall In Zot.
Antonino Cuccia detto
STROLLAKU.

Italiano
Con pace e con gioia in questo bel giorno
ch’è stato celebrato da quando è il mondo
questo gran diletto una volta l’anno viene:
chi muore chiude gli occhi
e nell’Aldilà il resoconto presenta,
perché tre giorni il Signore stette morto
con gran gioia risorse come oggi
I soldati con occhi insanguinanti lo sorvegliarono
mentre il suolo tremava e la terra oscillava
poiché quando morì il Signore più luce non si vide
i soldati si atterrirono al terremoto
caddero al suolo e venne loro la vista
compresero che avevano ucciso il Signore.
La Santa Vergine Maria stava in preghiera
ha pianto il figlio fin’oggi tre giorni
vennero giù gli angeli
e venne la luce
dissero alla Madonna che risorto era il Signore
La Santa Vergine Maria corse e si asciugò gli occhi
abbracciò il Signore
e vide che in petto aveva una ferita
tanto dolore provò la Madonna quando morì il Signore
Dopo quaranta giorni in paradiso salì
con la bandiera in mano risorse il Signore
Il Clero ci insegna questa cosa meravigliosa
e per tre giorni sale con lo “Stosanesi”
ed al Latino dice
“gioite ché il Signore è risorto”
Questa rima è stata composta da Strollaku
e ve lo dico oggi:
Con tanta gioia è risorto Nostro Signore.

Elton Varfi
Link versione albanese:
KRISHTI U NGJALL

lunedì 6 aprile 2009

Albanologi austriaci scoprono un libro in lingua albanese risalente a prima di Buzuku


I professori austriaci Stefan Schumacher e Joachim Matzinger hanno riportato alla luce un libro che si pensa risalga al XIV secolo.
Questo libro è scritto in lingua albanese, ma con caratteri latini. I due professori sono arrivati alla conclusione che la lingua latina e quella tedesca, insieme alla maggior parte delle lingue balcaniche, contengono importanti elementi che risalgono appunto alla lingua albanese.
Questa tesi è supportata dal fatto che una parte dei verbi principali della lingua albanese si ritoverebbe nelle lingue sopracitate.
L’obietivo principale della ricerca dei due studiosi è quello di scoprire l’influenza dell’albanese sulle lingue parlate nella penisola, ma anche sulle lingue morte. Sono proprio loro, gli austriaci, gli eterni innamorati della lingua albanese, che ci sorprendono ancora una volta con una scoperta importante che aggiunge un tassello nuovo alla storia di questa lingua.
I due professori hanno presentato una pagina di una Bibbia scritta in lingua albanese che risale all’inizio del XVI secolo (nella foto). Se questo documento dovesse risultare autentico allora avremmo a che fare con un libro antecedente al “messalino”(meshari) che risale al XVI secolo.
La scoperta
Non si sa ancora quanto sia attendibile la scoperta fatta, il documento però è già stato pubblicato sul sito ufficiale dell’Accademia Austriaca delle Scienze. Si ritiene che questo documento contenga brani in lingua albanese risalenti al XIV secolo. Sapere con esatezza la datazione ci consentirebbe di capire se il “messalino” di Buzuku è realmente il primo libro scritto che conosciamo della lingua albanese o se invece esiste un libro che lo precederebbe.
Sulle orme di Jokl
I due albanologi austriaci hanno usato i materiali di Norbert Jokl che si considera il fondatore dell’albanologia. Jokl è nato il 25 febbraio del 1887 ed è morto nel maggio del 1942, ucciso dai nazisti. Jokl dedicò la sua vita alla linguistica. Studiò le lingue indoeuropee, slave e romene. All’età di 30 anni iniziò a studiare la lingua albanese. È autore di alcuni libri che hanno come oggetto privilegiato lo studio della lingua albanese (“Linguistisch-kulturhistorische Untersuchungen aus dem Bereiche des albanese, Berlin – Leipzig”)
Le prime testimonianze scritte della lingua albanese
La lingua albanese è una delle lingue più vecchie che si conoscono. Le prime testimonianze scritte di questa lingua risalgono al XV secolo. La più importante è una formula di battesimo (Formula e Pagëzimit) dell’arcivescovo di Durazzo, Paolo Angelo (Pal Engjëlli) del 1462 "Un të pagëzonj pr'emen't Atit e t'birit e t'shpirtit shenjt ", vale a dire “io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. La formula si trova all’interno di una circolare scritta in latino. Paolo Angelo, durante una visita a Mat, si accorse di numerose irregolarità commesse dai sacerdoti durante l’esercizio del loro ministero. Per questo decise di scrivere alcune importanti direttive che il clero avrebbe dovuto seguire. Tra esse c’era la formula sopracitata, la quale poteva essere utilizzata dai fedeli per battezzare i propri figli nel caso mancasse l’opportunità di portarli in chiesa oppure non ci fossero sacerdoti a disposizione.
La formula è scritta in alfabeto latino nel dialetto del nord (ghego) ed è stata ritrovata nella biblioteca lauteriana di Milano dallo storico romeno Nicola Jorga, il quale l’ha pubblicata nel 1915. Successivamente il filologo francese Mario Rognes pubblicò lo stesso documento aggiungendo una foto.
Il secondo documento in lingua albanese è un piccolo dizionarietto scritto da Arnold Von Harf. Il viaggiatore tedesco Von Harf, originario di Colonia, nell’autunno del 1496 decise di fare un viaggio di pellegrinaggio in terra santa. Durante il viaggio attraversò l’Albania, fermandosi a Dulcigno, Durazzo e nell’isola di Sesano. Per necessità personali, durante la permanenza in Albania, scrisse 26 parole, 8 frasi e i numeri da 1 a 1000, accostando ad ogni parola albanese la traduzione tedesca. Questo dizionarietto venne pubblicato per la prima volta a Colonia nel 1860 e, pur essendo modesto, è molto importante per la storia della lingua albanese perché contiene frasi e numeri.
Tra la fine del XV secolo e l’inizio XVI, nella biblioteca ambrosiana di Milano, venne ritrovato un altro testo scritto in lingua albanese all’interno di un manoscritto greco. Il testo contiene parti dal Vangelo di Marco, scritto nel dialetto del sud (tosco) in alfabeto greco. Questo testo è noto come Vangelo della Pasqua.
Questi documenti sono privi di valore letterario, tuttavia sono di grande interesse per ripercorrere la storia della lingua albanese scritta. Già nelle prime testimonianze scritte dell’albanese, è evidente come siano stati usati tutti e due i dialetti, quello del nord (ghego) e quello del sud (tosco), e due alfabeti differenti, quello latino e quello greco.
Il primo libro scritto nella lingua albanese che noi conosciamo fino ad oggi è Meshari (il Messale) di Gjon Buzuku dell’anno 1555. Di questo libro oggi si conosce una sola copia che si conserva nella biblioteca Vaticana. Il libro contiene 220 pagine scritte, divise in due colonne. Meshari è la traduzione in albanese delle parti principali della liturgia cattolica e contiene le messe delle feste principali dell’anno liturgico, commenti del libro delle preghiere, alcune traduzioni del Vangelo e parti del rituale del catechismo. In sintesi, il libro contiene tutte le parti che consentivano al sacerdote di esercitare il suo ministero. È chiaro che ci troviamo di fronte al tentativo dell’autore di introdurre la liturgia cattolica nella cultura albanese, passando attraverso la lingua. Dunque anche per la lingua albanese, così come per altre lingue, il periodo della letteratura inizia con le traduzioni dei testi religiosi.
Meshari è stato ritrovato per la prima volta a Roma da uno scrittore proveniente dall’Albania del nord, Gjon Nikollë Kazazi. Il testo venne smarrito per poi essere ritrovato nel 1909 dal vescovo Pal Skeroi, ricercatore e studioso di testi antichi. Nel 1930 lo studioso originario di Scutari, Jystin Rrota, andò a Roma, fece tre copie del libro e le portò in Albania. Nel 1968 il libro venne pubblicato in Albania.
Meshari è scritto nel dialetto ghego in alfabeto latino con l’aggiunta di alcune lettere particolari. Il libro fa uso di un vocabolario relativamente ricco e di forme grammaticali già ben definite. Ciò dimostrerebbe che la lingua albanese aveva già una forte tradizione in lingua scritta.
Altri indizi lascerebbero pensare che la lingua albanese possa essere stata scritta prima ancora del XV secolo. A fornire tali indizi sarebbe l’arcivescovo di Tivar, il francese Gurllaume Adae (1270-1341), il quale fu arcivescovo di Tivar dal 1324 fino al 1341 per questo ebbe la possibilità di conoscere molto bene gli albanesi. In una sua relazione dal titolo Directorium ad passagium faciendum ad terrom sanctam, inviata al re di Francia, Filippo VI di Valù, fra l’altro scrisse: “anche se gli albanesi hanno una lingua diversa dal latino, loro usano nei loro libri le lettere latine”. Perciò l’arcivescovo parla di libri in lingua albanese, fornendo così testimonianza del fatto che la lingua albanese sarebbe stata scritta prima del XV secolo.
Un'altra testimonianza ci viene data da Marin Barleti nella sua opera De obsi dione scodrensi, pubblicata a Venezia nel 1504. Barleti, descrivendo la città di Scutari, menziona alcuni framenti scritti nella vernacula lingua, cioè nella lingua del paese.
In conclusione:
La formula del battesimo del 1462, il dizionario di Arnold Fon Harf del 1497, il “Meshari” di Giovanni Buzuku 1555 sono i primi documenti scritti della lingua albanese conosciuti fino ad oggi. Questo dà la misura dell’importanza della recente scoperta dei due studiosi austriaci.

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi
Link versione albanese: Albanologët austriakë zbulojnë një libër shqip para Buzukut