mercoledì 23 dicembre 2009

Buon Natale

Ringraziamo per le numerosissime visite e comunichiamo a tutti i nostri affezionati lettori che riprenderemo a pubblicare i nostri articoli a gennaio. Ci auguriamo che il Natale porti serenità e speranza, che il mondo sia un posto migliore ogni giorno e che l’uomo impari a rispettare l’altro e a comunicare senza violenza opinioni e idee.

Buon Natale a tutti.

Gli amministratori,

Adele e Elton

domenica 20 dicembre 2009

Ururi e gli Arbëresh: come valorizzare il dialogo multiculturale

L’indagine sulla storia del popolo a cui si appartiene, sulle tradizioni e sulla lingua che si parla è sempre molto stimolante, ma poco praticata. Fino a che un individuo si trova nella sua comunità e nella sua cultura, non percepisce il profondo significato della sua identità etnica.

Tutto cambia in seguito ad un fenomeno migratorio. Il ritrovarsi in una società diversa, dove è diversa la storia, le tradizioni e la lingua. È allora che il senso della propria identità si rafforza e si riscopre una nuova energia che spinge il desiderio di scoprirsi appartenenti ad una comunità che ha precise connotazioni storico-culturali.

All’interno di questo quadro così suggestivo di scoperta e di esplorazione si inseriscono le iniziative dell’istituto tecnico comprensivo “Gravino” di Ururi, provincia di Campobasso, tutte legate al desiderio di valorizzare la lingua e la cultura della comunità arbëresh.

Ururi è un paese di origine albanese e la comunità ha sempre cercato di preservare la propria identità etnica; tuttavia è consapevole dei rischi che comporta il fatto che questo passaggio alle nuove generazione avvenga oralmente. Ad aumentare la necessità di progettare iniziative finalizzate alla consapevolezza della propria identità, ci sono le recenti immigrazioni provenienti dall’Albania. Si è quindi resa necessaria una riflessione sul tema dell’identità arbëresh. In particolare, uno dei progetti attivati si articola in due fasi: la prima è destinata all’anamnesi storica e più specificatamente culturale, mentre la seconda fase si concentra sulla lingua.

Vale la pena ricordare che gli arbëresh sono albanesi costretti alla fuga perché decisi a non sottostare al dominio turco. Erano perlopiù benestanti che non volevano accettare l’islamizzazione forzata. Il loro nome deriva dal fatto che prima che lasciassero la loro terra, questa aveva il nome di Albanë o Arbër, mentre dopo l’invasione turca gli albanesi rimasti in Albania presero in nome di Shqiptar.

Il progetto della scuola di Ururi è interessante non solo perché muove dal rispetto per una comunità che ha un’identità complessa e composita, ma anche perché è realizzato attraverso il contatto con la tradizione. Agli alunni coinvolti è stato chiesto di intervistare gli anziani, ascoltare le loro storie, fotografare oggetti tipici del passato. In tal modo la scuola invita i propri alunni a investigare sul proprio passato e sul passato dei loro compagni, facendo due operazioni positive: la prima consente al bambino di origine arbëresh di costruire una doppia identità etnica e lavorare sull’appartenenza ad entrambe le culture (quella italiana e quella arbëresh); la seconda consente al bambino italiano di apprezzare il privilegio del dialogo multiculturale come generatore di uomini e donne inclini all’ascolto e capaci di apprezzare il valore della differenza.

Adele Pellitteri

domenica 13 dicembre 2009

Il museo archeologico di Viterbo

Anche il museo archeologico di Viterbo è ricco di reperti di grande valore, nonché di messaggi epigrafici di notevole contenuto filosofico.

Entrando, contro la parete destra si nota un sarcofago originale, con una figura umana completamente distesa sul coperchio. In corrispondenza dei piedi è incisa questa brevissima iscrizione:

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Questa epigrafe estremamente concisa richiede però un lungo commento, poiché racchiude in se stessa un concetto ampio: CAE-I nella maniera moderna si potrebbe interpretare nel senso di “Abbi benevolenza per lui, Signore”.

In verità CAE ( qaje in albanese) letteralmente vorrebbe dire semplicemente “piangilo”, ma il suo significato profondo è molto più importante. Non lacrime di pianto chiedono al Signore, ma compassione, misericordia, benevolenza.

Questa si deduce dalla solitaria I che segue la parola CAE, e il cui significato è DIO.

Nella Divina Commedia (Paradiso, XXVI, 133 – 134) Dante ce lo conferma in questo modo:

Pria ch’io scendessi all’infernale ambascia,

“I” s’appellava in terra il Sommo Bene…

e Jacopo della Lana, il letterato bolognese del XIV secolo che per primo commentò per intero la Divina Commedia, annotò:

…çoè in soa vita Deo s’appellava “I”. Il primo nome per lo quale Adamo nominò Iddio fu “I”.

È interessante notare che nella lingua turca come in quella giapponese e coreana, e forse in altre lingue orientali I significa bene.

In turco i adam sta per persona buona, perbene.

Perciò è sempre opportuno cercare di analizzare le epigrafi inquadrandole in relazione all’epoca e alle circostanze in cui di adoperavano quelle parole, evitando di fermarsi al loro significato posteriore o addirittura di accettarne accattivanti assonanze, come sembra sia stato fatto con questa iscrizione affrettatamente assimilata al nome proprio romano “Caius”.

Brano tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

domenica 6 dicembre 2009

Le Amazzoni

Dal mito delle amazzoni apprendiamo dell’esistenza di un popolo guerriero legato agli achei da un rapporto di paamazonrentela diretta. Questo popolo è noto principalmente per la presenza di donne capaci di combattere come gli uomini.

Non analizzeremo le origini geografiche delle amazzoni, ma piuttosto l’etimologia del nome. Tuttavia è bene precisare che hanno molto in comune con le donne combattenti albanesi che guerreggiavano al fianco degli uomini (Bubulina, Xhavelena, le donne di Scutari ecc).

Ma torniamo alla questione etimologica. Gli antichi studiosi greci spiegavano l’etimologia riferendosi al termine Mazos (seno) perché si dice che le amazzoni si amputassero la mammella destra per non essere impedite nel tiro con l’arco e nel lancio delle frecce.

Louis Benloew, invece, spiega l’etimologia della parola partendo da un termine ebraico (Amah) e da uno caldaico (Azen). Entrambe le parole significano arma/i. Karolide ritiene che l’etimologia della parola amazzone si possa spiegare attraverso la parola armena Amaduni che vuol dire straniero, oppure grazie al termine persiano Amadem.

Nessuno di questi studiosi ha provato a spiegare l’etimologia della parola in questione utilizzando la lingua del popolo pelasgo.

Cercheremo dunque di spiegare la parola con tutte le riserve del caso.

In albanese esiste la parola zonjë (signora) utilizzata anche come titolo. Zonja (la signora) è la prima persona (la più importante) per la gestione della casa e per la vita dell’uomo. La lingua albanese prevede inoltre espressioni come Zonja ime (signora mia) oppure Ime zonjë (mia signora). Premesso che nel greco antico ime è emi, possiamo concludere che l’espressione Emizonjë (mia signora) è molto vicina a Amazonë (Amazzoni).

Brano liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola

domenica 29 novembre 2009

Pirro II

Pirro II (319–272 a.C.) regnò in Epiro dal 295 al 272 a.C. Questo re epirota, con origini traco– illiriche, come Alessandro Magno, voleva ricalcare le gesta del valoroso generale.

Inizialmente attaccò i romani che sconfisse ad Heraclea nel 280 a.C. e poi ad Asculum nel 279 a.C. Ottenne quest’ultima vittoria con difficoltà e grandi furono le perdite per il suo esercito, da questo evento deriva il detto “vittoria di Pirro”, una vittoria ottenuta pagando un prezzo troppo alto.

Dopo la sconfitta per mano dei romani a Benevento (275 a.C.), tentò più volte di invadere la Grecia. Durante una di queste spedizioni morì. Secondo la leggenda ad ucciderlo sarebbe stato un masso cadutogli in testa.

È interessante fare un’annotazione sul famoso elmo celtico con due corna (di capra o di ariete) che indossava Pirro II, lo stesso indossato da Alessandro Magno.

Intanto l’elmo in questione è lo stesso indossato dall’eroe nazionale albanese Giorgio Kastriota, detto Scanderbeg (1405-1468). Questo elmo diventò anche lo stemma del re albanese Zog I (1895–1961). Inoltre, Alessandro Magno viene più volte citato nel Corano come “Alessandro con le due corna - Al Iskandar Z’ul Karnain”. Queste osservazioni confermerebbero il fatto che l’elmo con le corna di ariete (o di capra) viene indossato dai re e in particolare da quelli con origini traco–illiriche.

Altri esempi ci dimostrano che gli epiroti, soprattutto i Molossi (Pirro II apparteneva alla tribù dei Molossi come la stessa madre di Alessandro Magno, Olimpiade), erano pelasgi. Prima di tutto il nome Molossi in albanese corrisponde alla parola malësorë, in italiano montanari. In verità, le parole malësor, malësi oppure malës (montanaro, montagnolo) derivano dalla radice pre-ellenica mal (montagna), usata anche oggi nella lingua albanese. I malësorët (i montanari), di origine traco–illirica, erano di statura alta (come sono oggi gli abitanti dell’Albania del nord) a differenza dei greci che erano più bassi.

In secondo luogo, il nome Pirro (Pirrohs) che nella lingua albanese è burri (uomo), deriva dal pelasgo–albanese burrë che vuol dire uomo coraggioso. Se alla parola burrë (uomo) si aggiunge il suffisso greco os questo ricaviamo burros (burrë–os) trasformato dai greci in Pirrhos.

Pirrhos è anche uno dei tanti appellativi di Achille. Pirro II è stato uno degli ultimi re dell’Epiro, i suoi soldati lo chiamavano l’Aquila (in albanese, shqiponjë), mentre loro si facevano chiamare Figli dell’Aquila. Ancora oggi, l’espressione è usata per riferirsi agli albanesi (in albanese, shqiptar); sono gli altri (i non albanesi) che utilizzano le parole Albanias, Albanian, Albanesi ecc.

Brano liberamente tratto dal libro GRECE (MYCENIENS=PELASGES) ou la solution d’une enigme dell’autore Mathieu Aref

domenica 22 novembre 2009

Parole nelle iscrizioni etrusche (2)

-Seconda parte-

Cutu

Nella rivista “Atlante” dell’aprile 1984, gli etruscologi italiani hanno dato la notizia del ritrovamento della tomba della famiglia Cutu. Gli etruscologi hanno attribuito il nome Cutu perché in molte tombe di pietra e in diverse urne è stata ritrovata incisa la suddetta parola. Le parole incise sulla pietra, secondo gli etruscologi italiani, sono i nomi dei defunti (il nome proprio, il nome della famiglia, il nome del padre e della madre nel caso di frasi composte da quattro parole). In base a queste informazioni, nella rivista “Atlante” si legge che gli etruscologi sono riusciti a ricostruire l’albero genealogico dei defunti.

L’iscrizione sulla tomba è:

ARNO CAIS CUTU FELUSA

(ARTH KAIS KUTU FELUSA)

In un'altra tomba è inciso:

AU CUTU FIPIAL

In questo caso, secondo gli studiosi italiani, abbiamo la rimozione della parola CAI per nascondere l’origine servile che questa parola indica, lasciando solo il cognome CUTU della famiglia CAI = KAI che in Albanese si può tradurre anche con piango (qaj).

Certamente uno studio più approfondito di tutto il materiale epigrafico potrebbe chiarire se CUTU è effettivamente il cognome della famiglia oppure più semplicemente si tratta della parola qui, KËTU o, come viene pronunciata dalla popolazione çam, KUTU.

Haron

Nel dizionario della lingua etrusca di D’Aversa troviamo:

Harun, Karon nella iconografia etrusca non è colui che accompagna il defunto nell’altro mondo, ma il testimone ed esecutore della morte”

Basandosi su questa spiegazione, confermata dagli stessi autori antichi, possiamo sostenere che:

Harun, Haron può essere Ha Ron (in italiano letteralmente mangia vita e cioè il mangiatore di vite)

Ron, rnoj in albanese ha il significato Jetoj (vivere)

Ron, rnon in albanese ha il significato Jetë (vita)

Ha in albanese significa mangiare.

Nella mitologia troviamo anche hades cioè il mondo sotterraneo, il posto dei morti.

Un’interessante coincidenza:

1-Haron = Ha Ron = Ha Jetë (in italiano mangia vita, mangiatore di vite, la morte)

2-Hades = Ha Vdes = Ha të vdekurit (in italiano mangia i morti)

L’espressione “A RNO” potrebbe corrispondere alla frase albanese:asht jetë” che in italiano si tradurrebbe con “è vita”. La parola Arno, inoltre, con tutte le sue numerose varianti (Arnth, Arnthi, Arnthial), la troviamo molto spesso nelle incisioni etrusche.

Brano liberamente tratto dal libro Një shqiptar në botën e etruskëve dell’autore Ilir Mati

domenica 15 novembre 2009

Parole nelle iscrizioni etrusche

-Prima parte-

Zemla

In uno specchio etrusco si trova una scena d’amore i cui protagonisti sono Apollo, intento a guardare il dio etrusco del divertimento, Fuflun, mentre bacia una giovane donna, il cui nome è scritto accanto: Zemla.

Domanda: è possibile che il nome Zemla sia arrivato fino ai giorni nostri tramite la lingua albanese e che sia oggi presente nella parola albanese zemra (cuore)?

Nota: se si potesse accertare l’attendibilità del collegamento tra la parola zemla e zemra, così come di molte altre parole etrusche, si potrebbe affermare con certezza la presenza non solo di un legame tra la lingua albanese parlata oggi e la lingua e la cultura etrusca, ma anche del fatto che effettivamente queste testimonianze siano arrivate fino ai nostri giorni attraverso questo canale.

Zemla

Zemla

Tin, Ita

Il dio più grande per gli etruschi era Tin oppure Tinia, che più tardi i romani chiamarono Giove.

In un vaso rinvenuto a Dodona, conservato nel museo di Louvre, troviamo inciso: THEOZOTO.

Theo in greco è Dio, Zot invece è Dio nella lingua albanese.

In Buzuku[1] troviamo: Tin Zot.

Gli etruschi: Tin, Tinia.

In etruscologia, il dio Tin tiene in mano tre fulmini, con il primo avverte – tuona (bubullin, in albanese), con il secondo appare – lampeggia (vetëtin, in albanese), con il terzo colpisce – fulmina (shkreptin, in albanese).

Nelle parole albanesi Vetë-tin, Shkrep-tin, Bubull-in forse si trova il nome del dio Tin, il cui simbolo era il fulmine?

Un altro dio degli etruschi era Ita. Gli albanesi chiamano il luogo nel quale questo dio è nato Tale oppure Itale.

Dalla necropoli di Durazzo è stata rinvenuta un’incisione col nome EITALE, datato IV – III secolo a.C.

Brano liberamente tratto dal libro Një shqiptar në botën e etruskëve dell’autore Ilir Mati


[1] Gjon Buzuku è stato un vescovo cattolico albanese, autore del più antico documento noto stampato in lingua albanese: una traduzione del Messale Romano, in albanese: "Meshari", stampata forse a Venezia attorno al 1555.

domenica 8 novembre 2009

Le tombe “Vend-Kahrun” di Tarquinia (2)

-Seconda parte-

Sempre nella tomba Vend-Kahrun, di fronte all’entrata si trova una iscrizione murale ornata da un doppio festone, dove l’alloro si snoda intrecciandosi con una fascia rossa scura: l’insieme di questa pittura si materializza nel numero 8 orizzontale. Al principio, l’8 appare grande, poi va diminuendo per terminare con un tralcio rivolto verso l’alto. Com’è noto l’8 è stato sempre simbolo dell’infinito, e questo disegno potrebbe significare il cammino che il defunto deve seguire per giungere, percorrendo “infiniti” sempre più piccoli, nel finito del Tutto Universale.

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

ANI

Ana

Da parte

NAS

Nash

Di noi

ARNO

Arno

Creatore

CE

Che

LUS

Lus

Prego

THANKHEI

Thanje

Oralmente

LUS

Lus

Prego

ATI

Ati

Il padre

A

â

Che ha

LA

La

Lasciato

FILS

Fisin

I parenti

XXXIX

39?

A 39 anni?

In questa iscrizione merita particolare attenzione la parola ARNO, che nel passato stava per Creatore e che forse per questo ha dato il nome al fiume intorno al quale sono sorte grandi civiltà come quella di Firenze. Si avrà comunque modo di osservare successivamente molte altre iscrizioni con questa parola, tenendo presente che così com’è decaduto il significato di faber , anche ARNO ha perso in Albania la sua antica dignità e oggi vuol dire semplicemente restauratore.

Brano tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

domenica 1 novembre 2009

Le tombe “Vend-Kahrun” di Tarquinia

-Prima parte-

A Tarquinia tra il verde dei prati, tra colline soavemente ondeggianti e rese suggestive da ulivi secolari e fiorellini variopinti, si trovano numerose tombe etrusche.

Si usa dire “muto come una tomba”. Al contrario, quelle tombe sono loquaci, non solo dove il pensiero è stato fissato con un commento epigrafico, ma perfino quelle tombe dove un emblema sostituisce la parola. Un fiore, un disegno geometrico, un cielo stellato, un animale, esprimono quel simbolo che rappresenta l’idea e stimola il pensiero.

Una delle più interessanti tombe di Tarquinia, sia per quanto riguarda la ricca paleografia, sia per l’insieme degli emblemi floreali che con la loro eloquenza pittorica destano stupore ed emozione, è la tomba di VANTH (in albanese vend è il luogo per eccellenza, cioè patria).

Per cominciare, leggiamo e interpretiamo questa interessante iscrizione:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

FEL

Fal

Offerto

ANI

Ana

Da parte

NAS

Nash

Di noi

FE

Me fe

Con fede

LUS

Lus

Prego

CLAN

Klanve

Ai familiari

AI

Ai

Egli

I AFRS

I afërt

Vicino

IU RU

Iu ru

Si conservò

XXII

22?

22 anni?

Due caratteristiche distinguono questa bella dedica all’amato scomparso.

La voce (ME) RU in albanese significa conservare. RUNE sono “cose ben conservate”, ed è noto che le rune sono iscrizioni incise prevalentemente su legno in Germania, Norvegia, Islanda, Svezia, Scozia, Danimarca, Romania, Bosnia e altrove con caratteri simili a quelli etruschi. Pochi sono gli esemplari rimasti, a causa della deperibilità del legno. Sulle rune riferisce anche lo storico romano Publio Cornelio Tacito nella sua opera “Germania”.

Una particolarità di questa tomba eccezionale è che accanto alla dea alata Vend (VANTH), tenuta in grande considerazione dagli etruschi per la sua missione di accompagnatrice dei defunti meritevoli al paradiso degli eroi, appare ora anche il dio alato Kahrun (KHARUN) e cioè kah = verso, run = conservazione, vale a dire verso l’infinito, l’eternità.

Brano tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

domenica 25 ottobre 2009

Lo scarafaggio sardo dalle tinte balcaniche

 

di Alberto G.Areddu

 

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Forse vi sarà capitato di aver schiacciato per casa, in cucina o in cantina qualche scarafaggio, bene (anzi male, dotatevi subito di qualche DDT) è sicuro che nel farlo avrete provato un qualche estatico piacere nel sentire lo sgranocchiante guscio sotto le vostre pedate, e chissà quante volte avrete pronunciato soddisfattamente vittoriosi, l'irriguardosa espressione rivolta al deceduto: "creba, malaitta sasaja" (o secondo il luogo di dove siete: sisaja, sesaja, babbasaja, o al maschile babbusau). Sappiate allora che probabilmente facendo ciò e facendolo per diverse generazioni, uccidendo quel ripugnante animaletto, abbiamo salvato una nostra antica parola (e ringraziamo il cielo che gli scarafaggi non si siano estinti, nonostante il nostro prodigarci, perché neanche avremmo più la parola).

Se diamo una scorsa all'enciclopedico Rubattu vediamo quanti modi abbiamo per chiamare lo scarafaggio:

scarafaggio sm. zool. (Blatta orientalis) [cockroach, blatte, cucaracha, Schabe] carrabusu (lat. CARRUM + piem. büsa), babbasau, babbajotzedda f., babbasaju, babbasaja, babborottu, cadalanu, caddalanu, cadalana f., cadelana f., cadenale, carraffazu, catalana f., iscortone, paulina f., terriolu, pabasale, noeddu de Frantziscu mannu (L), babbarrottu, babbarrotzu, bobborrottu, sisaja f., bisasa f., babbaluccu, carraffone, scarraffone, iscrapione, scarfone, garrappiu (N), pretta f., prettedda f., scarfajoni, scraffajoni, scraffioni, scraffaioi, scarafàcciu, carrabusu (C), caddarana f., sasàia f. (S), babbasàiu, carrabusu, mangoni (G) // tintirriolu (L) “specie di s. alato”

blapo (gigante) sm. zool. (Blaps mortisaga) [bug, blatte, blata, Schabe] sasja f., sasàgia f., sesàgia f., sesaja f., sisàgia f., sisaja f., sisaza f. (prerom.), babbasau, cadalana f., cadelana f., cagalanu, grìglia f., melaghe (L), sisaja f., sasaja f., pretta f. (sp. prieto), brattedda f., sulafigu, candulittu (N), babbaiotzedda f., babballotti, brabetta f., cadelanu, curri-curri, mùsulu, perta f., perta pùdiga f., pettedda f., prattedda f., pretta f., prettedda f., sulafigu (C), caddarana f., sasàia f. (S), babbasàiu, mangoi (G).

è interessante notare come usiamo cadalana per rilevare che evidentemente i bruni uomini di Catalogna ai nostri antenati poco risultavano simpatici (per la supponenza e la falsa nobiltà d'animo) e come (sempre i nostri antenati) definissero lo scarafaggio come paulina 'l'animale zozzo da paludi'. In mezzo a ciò, la nostra sasaja, sisaja, sesaja, che è rimasta misteriosamente insondata nelle sue origini (infatti il Wagner nel suo DES dice: "probabilmente prelatino"). Tra le varie forme riportate si ha anche il logudorese melaghe, che vediamo è la chiave per comprendere il nostro sasaja. Melaghe deriva dal greco melas che vuol dire 'nero'. Sulla presenza di questo grecismo (localizzato a Oschiri) nel sardo ci sono diverse posizioni: secondo il Wagner e il Pittau è un sufficientemente antico prestito del greco (si intende i greci di Focea che forse passarono per la Gallura nel vi-v sec. a.C.), secondo me è parola di origine greco-italica, giunta cioè con le armate romane che di italici erano perlopiù composte, secondo il pio studioso Paulis, sarebbe giunta invece con i mistici religiosi bizantini (quelli che nei Condaghes si spartivano pezzi di schiavi e schiave, cattolici quanto loro, per lavorargli la terra). Sta di fatto che la tale parola ci offre la chiave semantica, perché se abbiamo una forma sarda che si ispira al colore nero (è il più comune per la blatta, ci sono anche scarafaggi di colore marrone o verdi), si può presupporre che possano esser sortite anche altre denominazioni ispirate da tale scontatissimo tratto. Orbene il mistero può esser sciolto: l'albanese ha per indicare il colore nero la parola: zi, che al femminile fa: zeza/zezë (leggi: sesa, la z albanese è come la nostra -s- di "caso", o "kasu", la ë è come la e dei napoletani: quannë 'quando'). La parola è antica: nell'onomastica trace si troverebbero vari Sis, Zis,  che il Georgiev, luminare della materia, interpretava come indicanti 'Nero'. Il suffisso -aja nell'illirico è molto frequente, mentre da noi appare solo per poche parole (inteso nel sardo in generale, perché nel Logudoro è anche riflesso della palatalizzazione di latino -ACULA), e tutte perlopiù misteriose. In albanese -ja indica, si aggiunga,  la forma femminile determinata (per posposizione, tipica dell'albanese e del rumeno), come dire:  "nera la" (cioè "la nera") contrapposta a "nera". Dunque, un aggettivo così tipicamente albanese, deve esser antico anche da noi, ma non sappiamo quanto, perché morso dai dubbi e dal fatto che in Sardegna insieme agli Italici vennero anche i Messapi (sarebbero gli odierni Salentini), i quali erano degli antichi discendenti degli Illiri, giunti in Italia intorno al primo Millennio, nel mio saggio ho prospettato l'idea che la parola possa esser giunta in epoca romana,  grazie al travaso linguistico di parole di costoro nel latino regionale di Puglia. Ma potrebbe ben esser veramente antica e allora un'altra circostanza, ci legherebbe a quello straordinario popolo che abita i Balcani e che sono gli Albanesi (che vi piaccia o meno). Pertanto la sasaja null'altro è che la "la negra, la negraccia, la maledetta".

Fonte: Sardo-Illirica

domenica 18 ottobre 2009

Besa: la parola-impegno

 

Quando parliamo con qualcuno che non conosciamo bene ascoltiamo quello che dice, ma le sue parole non bastano. Iniziamo dunque ad osservare i movimenti del suo volto per cercare di capire quanto possiamo fidarci. In questi casi è interessante come la parola non sia abbastanza per decidere di credere.

Se si pensa al significato di “parola”, ci sono espressioni che rendono complessa la riflessione e ardua la possibilità di una conclusione definitiva.

Per esempio l’espressione “Vogliamo fatti, non parole” lascia pensare ad una parola che si contrappone al fatto, al possibile, al fattibile. La parola diventa quasi un ostacolo e certamente non garantisce affatto sulla veridicità di quello che si dice. I significati di “parola” riportati dal dizionario De Mauro confermano questo aspetto, in particolare il punto 3, nel quale si legge “spec. al pl., ciò che si dice, in contrapposizione a ciò che si fa”.

Tuttavia riflettendo ancora un po’, viene in mente l’espressione “Ti do la mia parola” che è usata per confermare che quello che dico di fare o di aver fatto corrisponde alla verità. Sembra una definizione completamente diversa dalla precedente perché è una parola che garantisce, conferma, tutela. In realtà le cose sono molto più semplici di come sembrano.

La parola non è vera o falsa in sé, ma neutra. Tutto dipende da come si usa. Niente può garantire sulla veridicità di quello che dico, se non il fatto che sia io a dirlo.

Anche se, per certi versi, le parole sono il mezzo per giungere al significato delle cose, per affermare la verità, in italiano non abbiamo un termine che indichi una parola che è certamente vera. In albanese, invece, esiste una parola che indica che ciò che si dice coincide con ciò che si fa, con ciò che si pensa, con ciò che è vero: besa.

La besa, uno dei principi fondanti il Kanun, un insieme di leggi consuetudinarie trasmesse oralmente in Albania, è molto più della parola, è un giuramento, è garanzia del vero. Nel Kanun la besa è descritta come l’autorità più importante ed è strettamente legata al concetto di onore.

La besa in particolare, il Kanun più in generale, è il prodotto della storia dell’Albania. In essa si ritrovano i principi fondanti maturati grazie al contatto con altre realtà storico-culturali. Eppure, in questi principi, si riconosce il febbrile tentativo di definire l’identità albanese. Ad esempio, se da un lato alcuni principi della chiesa cattolica sono facilmente individuabili tra le idee portanti del Kanun, dall’altro, attraverso questo codice, l’Albania ha tentato di forgiare la sua identità per rendersi meno vulnerabile agli attacchi imminenti che si profilavano all’orizzonte.

Questa questione è trattata molto dettagliatamente in uno straordinario libro di Ismail Kadarè “Chi ha riportato Doruntina?”. È la storia di una donna albanese, Doruntina, che in seguito al suo matrimonio è costretta a trasferirsi in una cittadina dell’Europa centrale, lontana dalla madre e dai suoi fratelli. La madre, contraria al trasferimento della figlia in un posto così distante da lei, si acquieta solo quando arriva la promessa e la besa del figlio Costantino di portarla indietro tutte le volte che la madre avesse avuto il desiderio di rivedere la figlia. Purtroppo in seguito ad una grave epidemia, Costantino muore. Eppure, dopo tre anni dalla morte, Doruntina riesce a tornare a casa accompagnata da un misterioso cavaliere. Il capitano Stres viene incaricato di occuparsi di indagare sulla vicenda. La sua verità finale è scomoda per tanti, ma suggestiva e allettante per altri:

“… affermo e ribadisco che Doruntina non è stata riportata da altri che dal fratello Costantino, in virtù della parola data, della sua besa. Quel viaggio non si spiega né potrebbe spiegarsi altrimenti. Poco importa che Costantino sia uscito o no dal sepolcro per compiere la propria missione, poco importa di sapere chi fu il cavaliere che partì in quella notte scura e quale cavallo sellò, quali mani tennero le redini, quali piedi poggiarono sulle staffe, di chi erano i capelli ricoperti dalla polvere del cammino. Ciascuno di noi ha la sua parte in questo viaggio, poiché la besa di Costantino, colui che ha riportato Doruntina, è germogliata qui fra noi. E dunque, per essere più precisi si può dire che, attraverso Costantino, siamo stati noi tutti, voi, io, i nostri morti che riposano nel cimitero accanto alla chiesa, a riportate Doruntina (…) Nobili signori, non ho ancora finito. Vorrei dirvi – e vorrei dirlo soprattutto agli invitati giunti dalle regioni lontane – che cos’è questa forza sublime in grado di infrangere le leggi della morte (…) Ogni popolo, di fronte al pericolo, affila i suoi strumenti di difesa e – questo è essenziale – se ne crea di nuovi. Bisogna avere la vista corta per non comprendere che l’Albania si trova di fronte a grandi drammi. Presto o tardi, giungeranno fino ai suoi confini, se già non vi sono arrivati. Allora, si pone la domanda: in simili nuove condizioni di aggravamento dello stato generale del mondo, in quest’epoca di sfide, di crimini e di odiose perfidie, quale sarà il volto dell’Albania? Sposerà il male o vi si opporrà? In breve, cambierà volto per adattarsi le maschere dell’epoca, onde assicurare la propria sopravvivenza, o manterrà un volto immutato, col rischio di attirare su di sé la collera dei tempi? L’Albania vede avvicinarsi l’era delle prove, della scelta fra quei due volti. E, se il popolo albanese ha cominciato a elaborare nel più profondo di sé delle istituzioni tanto sublimi come la besa, ciò sta a indicare che l’Albania è sul punto di fare la sua scelta. È per portare questo messaggio all’Albania e al mondo che Costantino è uscito dalla tomba.”

Il capitano, nel suo discorso finale, invita tutti gli albanesi a riconoscersi attori dell’evento che ha coinvolto la nobile famiglia dei Vranaj. Si tratta di un impegno che “esigerà pesanti sacrifici dalla generazioni a venire”, ma è l’impegno di una nazione nel riconoscersi in una identità precisa, della quale il concetto di besa diventa elemento portante.

La besa non è una promessa, è molto di più; è la garanzia che quello che dico è vero, è uno straordinario tentativo di fuggire all’ambiguità del linguaggio. Attraverso la parola puoi comunicare qualsiasi cosa, non importa che sia vero o non lo sia. Attraverso la besa comunichi il vero, prometti qualcosa che dovrai mantenere a qualsiasi costo, assumi un impegno.

Adele Pellitteri

domenica 11 ottobre 2009

L’influenza della lingua albanese in quella sanscrita

Ci sono molte parole che lingua sanscrita e albanese condividono e che la lingua albanese mantiene in uso tutt’oggi. A prova di questo forte contatto, esiste una popolazione dell’Himalaya che denomina le cifre utilizzando le stesse parole della lingua albanese. Per esempio il numero sette è shtatë, esattamente come in albanese.

Di seguito un elenco di parole sanscrite utilizzate nell’odierno albanese.

SANSCRITO

ALBANESE

ITALIANO

name

emri

nome

nata

nata

notte

çlath

çlith

lasciare

da

dha

dare

varga

varg

cresta

viçesa

viç

vitello

bahra

barra

peso

giri

guri

pietra

arita

arrita

arrivare

vartitum

vërtita

lanciare, ruotare

peja

pija

bevanda

ulka

yllka

stellina

pa

pa

vedere

trapa

trup

corpo

krimi

krimbi

verme

arja

ari

oro

lipsu

lipës

mendicante

lap

llap

lingua

ratha

reth

cerchio

prer

prer, prej

tagliare

paka

pjek

cuocere (al forno)

vrana

e vrame

nuvoloso

trut

tret

digerire

tiras

thërras

chiamare

tila

thela

pezzo

vasu

vash

ragazza

vas

vesh

vestire

kleça

kleçka

ostacolo, impaccio

suni

çuni

figlio

nusa

nusja

nuora

ramja

i ramë

caduto

supa

supa

zuppa

fal

fal

perdonare

man

mand, mendoj

pensare

gata

gota

bicchiere

tata

tata

padre

gatita

gatita

preparare

bhuta

bota

mondo

pura

para

avanti

anu

anë

parte

Per giustificare la presenza delle parole albanesi nella lingua sanscrita si potrebbero individuare due ragionevoli spiegazioni.

La prima è che queste parole potrebbero essere entrate nel sanscrito grazie alla popolazione pelasgico - albanese che ha dominato quei territori per migliaia di anni.

La seconda, in voga grazie a studi recenti, è che la lingua albanese sia la madre di tutte le lingue indo-europee.

In ogni caso non esiste una razza indo-europea, né una lingua indo-europea. Le parole albanesi che si trovano nella lingua sanscrita si ritrovano anche in tante altre presunte lingue indo-europee, ed è proprio la presenza di queste parole che supporta la tesi secondo la quale esisterebbe una lingua comune e indo-europea. Se gli studiosi e i linguisti dessero alla lingua albanese il peso che merita, non commetterebbero mai un simile errore.

Brano liberamente tratto dal libro Roli pellazgo – ilir në krijimin e kombeve dhe gjuhëve evropiane dell’autrice Elena Kocaqi

domenica 4 ottobre 2009

Achille

 

Il nome Eperios o Epeiros si spiega solo ricorrendo alla lingua albanese. Il significato del termine è “qualcosa che è sAchille e Tetiopra, in alto, oltre” (rispetto alla Grecia). Omero conosceva solo il nome di Thesprotia, nome che sostituì Pelasgia (Erodoto II, 56).

In verità, secondo alcuni autori antichi, Epiro con Pelasgiotide erano la pelasgica Argo (Argo è l'eponimo della città di Argos).

La città della Thesprotia, chiamata Dodona, era sede del luogo sacro che i pelasgi avevano dedicato a Zeus Dodoneo e Pelasgico. Ecco la preghiera che Achille rivolge a Zeus (Iliade XVI, 236 – 237):

"Signore Zeus, Dodoneo, Pelasgico, che vivi lontano, su Dodona, regni dalle male tempeste e intorno i Selli vivono, interpreti tuoi, che mai lavano i piedi, e dormono in terra; come ascoltasti una volta la voce del mio pregare, dandomi gloria,  molto punisti l'esercito acheo;

Questo paragrafo, inspiegabilmente passato inosservato da parte di molti studiosi, è uno dei più importanti e dei più chiari dei poemi omerici ed è doppiamente significativo.

Prima di tutto perché lo stesso Omero riconosce l’origine pelasgica di Achille e la dichiara liberamente. Addirittura lo stesso Zeus, dio pelasgico, avrebbe difeso Achille dalla minaccia dell’esercito acheo.

La seconda questione vede Omero esprimere chiaramente la genesi pelasgica della religione, che più tardi con piccolissime variazioni, diventerà la religione dei greci.

Il nome di Achille si spiega riferendosi alla lingua albanese, Aspeitos parola che deriva dalla radice A’shpeit che si traduce con il veloce, il velocista nella lingua dei pelasgi e quindi in albanese. I greci spiegano il nome di Achille usando l’espressione il grande indescrivibile, (cfr. Plutarco, Pyrrhos i, 3) o semplicemente: il grande, il pieno, l’ottimo. Tuttavia questa interpretazione greca non coincide affatto con gli appellativi che Omero usa riferendosi ad Achille.

La stessa cosa avviene se consideriamo un altro nome attribuito ad Achille: Achilleys, che i greci traducono con l’espressione senza labbra. Quest’ultimo nome di Achille si spiega molto meglio attraverso la lingua albanese: Aq i lehtë (così leggero, veloce). In qualsiasi maniera vediamo la questione del nome di Achille, la lingua albanese risulta infallibile nella spiegazione.

Grazie alla lingua albanese si spiega perfettamente anche il nome di Ulisse, il cui significato è viaggiatore (Udhësi).

Di conseguenza i nomi dei due eroi più conosciuti nei poemi omerici, Achille nell’Iliade e Ulisse nell’Odissea, si spiegano benissimo ricorrendo alla lingua albanese.

Nei due poemi citati, l’autore dichiara di avere scoperto 58 citazioni relative ad Achille, fra le quali 18 si riferiscono alla nozione di velocità: Achille piè veloce, Achille con i piedi leggeri, instancabili; il concetto di divino ricorre 11 volte; 25 ricorrenze mostrano degli appellativi che hanno a che fare con la sua tribù e la sua parentela: Pelide, figlio di Peleo; e infine altri 4 appellativi che non sono pertinenti.

Il nome di Achille, la sua religione e il suo posto nella gerarchia delle divinità (era figlio della dea Teti, il cui nome è pelasgico e in albanese vuol dire mare, det) ci mostrano chiaramente la sua origine pelasgica. Ecco cosa ci dice Plutarco (la vita di Pirro 1/3):

da lì [luogo santo di Dodona, nelle terre di Molossi, il regno di suo figlio Neottolemo] Achille è stato accolto come una divinità in Epiro, dove, dalla lingua del luogo, prese il nome di Aspetos”.

Plutarco lo sapeva bene che gli abitanti delle terre dei Molossi o di Thesprotia, ovvero dei dodonei, parlavano una lingua diversa da quella greca, parlavano la lingua del luogo.

Brano liberamente tratto dal libro GRECE (MYCENIENS=PELASGES) ou la solution d’une enigme dell’autore Mathieu Aref

domenica 27 settembre 2009

Le origini Illiriche di Oristano

 

di Alberto Areddu

Il poleonimo di Oristano appare in antico in una forma (:Aristianis limne, nel geografo bizantino Giorgio Ciprio) che si ripresenta tuttoggi nel dialetto comune: Aristanis; la deformazione in Oristano è successiva (a partire da geografi toscani del xii sec.). clip_image002

L’interpretazione che ne fa un toponimo africaneggiante per l’uscita in -an (Terracini), come quella che lo vorrebbe un indimostrabile prediale da tale Aristius (De Felice; Pittau) hanno poco fondamento; un suff. -anis ritorna infatti nel sostrato (cfr. ad es. Lesanis).

Lo spiritus loci dovrebbe indirizzarci a fornire invece un etimo confacente alle caratteristiche, abbastanza particolari, del territorio. Oristano sorge a pochi km. dalla costa all’interno dell’omonimo golfo, in vicinanza dello stagno di S. Giusta, ma la denominazione di “portu” nel Medioevo fa presumere una sua maggiore prospicenza alla costa. Una prima nostra interpretazione ci potrebbe spingere a vedere nelle forme riportate dei geografi toscani: Arestagno, Aristanno un indizio di una durevole continuità dal lat. stagnum (cfr. Spano sull’individuazione da ‘stagno’); ma se l’interpretazione è motivata topograficamente, non lo è altrettanto linguisticamente: dal lat. stagnum avremmo ottenuto nel sardo *stannu, e non vedendosi il motivo della perdita della geminata, meno ancora si comprenderebbe un Ari- iniziale romanzo.

La chiave illirica può invece darci maggiori risposte; qui, come nel celtico, esiste un prefissuale ar-  'presso' (celt. are-, ari- ‘presso’; cfr. anche umbro ar- per ad-) che ritorna peraltro in altri toponimi sardi; “presso”, dunque di che cosa? La risposta più confacente: un’ ‘imboccatura’: cfr. all’uopo antico indiano ustha- ‘labbro, bocca’, così anche avestico aošta-, aoštra- (<*əus), lat. ōstium ‘entrata, imboccatura sul fiume’ (= slavo *ustьje); antico slavo usta ‘bocche’; slavo *ustьje 'imboccatura'; antico slavo ustьna, slov. ûstna ‘labbro' (dalla stessa base si confrontino le città tracie di Ostaphos, Ostudizos).

Discorso solidale credo vada fatto per la località turistica olbiese di Porto Ìstana (così dal xiv sec: ad portus Istani stationem, Panedda).

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Anche qui verosimilmente ritroviamo un *usta ‘imboccatura’ che originariamente doveva apparire isolatamente come *Ust-ana ‘luogo dell’imboccatura’ -> ‘porto’, poi replicato tautologicamente con la definizione di Porto. Secondo lo Spano, un altro Aristani/Aristanno si sarebbe trovato nel territorio di Olbia (forse in reg. Astaina si recepisce il documentato Aristana).

Dunque sia Oristano “che sorge presso un porto”, sia Porto Istana ci possono testimoniare che la forma *Ùstana indicasse nella lingua nuragica il ‘porto largo’ (cfr. lettone uosts m., uōsta f. ‘porto’).  La resa i<u si inserisce in quegli adeguamenti fonetici di u esotici, verosimilmente [ü], della latinità coi prestiti, e nel successivo passaggio del segmento iniziale us- poco frequente a quello logudorese is- (: i-stare, i-schire).

Riguardo l'uscita in -is, che parrebbe latina, faccio presente che la presentano toponimi sicuramente prelatini come Kalaris/Karalis, Lesanis, Etis, Seunis, Sipontis, e perclip_image006 i quali ho trovato forti connessioni illiriche. Al momento non ho trovato tracce di *usta in area illirica, ma non è detto che salti fuori; foneticamente si adatterebbe la località di Shtanë (anticam. Stana), registrata dalle carte albanesi, che però non è località balneare. Riguardo poi la toponomastica odierna albanese essa ha subito notevoli influssi da quella slava (gli albanesi erano pastori in continua migrazione per i Balcani), e molto oggi si discute su quanto sia esterno e quanto sia originario.

BIBLIOGRAFIA UTILIZZATA

De Felice E., Le coste della Sardegna, Cagliari 1964

Panedda D., I toponimi dell'agro olbiese, Sassari 1991

Pittau M., I nomi di paesi città regioni monti fiumi della Sardegna. Significato e origine, Cagliari 1997

Spano G., Vocabolario sardo geografico patronimico ed etimologico, Cagliari 1872

Terracini B., Pagine e appunti di linguistica storica, Firenze 1957

Fonte: Sardo-Illirica

domenica 20 settembre 2009

L’etimologia della parola pelasgo (pellazg)

 

Secondo una nota versione la parola pelasgo (pellazg) deriva dalla parola plasin e pelago. Il mitropolita bizantino Evstathio chiama gli abitanti dell’Asia minore pelasgi e riconduce l’etimologia del nome pelasgo a pelas jis che vuol dire terra vicina, riferendosi per l’appunto all’Asia Minore. Se questa versione fosse corretta, ci si potrebbe domandare perché Evstathio ritiene che la terra vicina sia l’Asia Minore e non l’Italia o, ancora meglio, l’Illiria?

Il geografo e storico dell’antica Grecia, Strabone, collega l’etimologia della parola pelasgo a pelarg, un secondo appellativo che gli ateniesi riferivano ai pelasgi.

Myler spiega l’etimologia della parola in questione attraverso le parole pelin e argo. Quest’ultimo termine è pelasgico e vuol dire campo, invece l’espressione pelin argo ha il significato di colui che vive nei campi. Omero chiama la Tessaglia argo pelasgica che vuol dire campo pelasgico. In Grecia esiste, tra gli altri, il campo (argo) della Thesprotia e del Peloponneso. La lingua albanese conserva ancora la radice della parola argo (ar) e la usa nella parola arë che significa campo coltivato.

Il professore Saqelariu afferma che l’etimologia della parola che stiamo prendendo in esame deriva dalle radici indoeuropee Bhel (sbocciare) e Osqho (ramo). Secondo questa versione, resa nota per la prima volta nell’anno 1958, cambiando soltanto qualche lettera si arriverebbe alla conclusione che pelasgo significa ramo sbocciato o germogliato. Aristidh Kola non vede nessun nesso fra il ramo germogliato e il nome pelasgo.

Qual è la versione etimologicamente più esatta?

Kola crede che la spiegazione che danno gli studiosi Strabone e Myler sia la più esatta, perché esamina sia la parte linguistica sia quella semantica del termine. Strabone e Myler condividono l’opinione degli antichi ateniesi: i due infatti riconducono l’etimologia della parola pelasgo a pelargo che in albanese vuol dire cicogna (lejlek). La parola pelarg deriva dall’espressione pelin argo che, come abbiamo già detto, ha il significato di colui che vive nei campi perché è noto quanto le cicogne gradiscano vivere nei campi.

Inoltre le cicogne costituiscono una similitudine perfettamente adeguata al popolo pelasgico. Analizziamo per esempio la questione della migrazione: Aristofane in una sua commedia dice che i pelasgi migrano come le cicogne.

Un altro motivo per il quale il ricorso alla cicogna è molto utile per comprendere meglio il pelasgico è il rispetto mostrato ai genitori, che si traduce in sacrifici di vario genere. Ne “La storia degli animali” (2,9,13), Aristotele scrive che le cicogne giovani portano sulla schiena le cicogne anziane per aiutarle a migrare. Questo grande amore e rispetto verso i propri genitori era uno degli elementi fondamentali della società degli antichi pelasgi. Si tenga presente che nella Grecia antica esistevano delle leggi di tutela dei genitori anziani chiamate appunto le leggi della cicogna.

In conclusione, l’etimologia della parola pelasgo sarebbe direttamente riconducibile alle dalle parole pelin e argo dalle quali deriverebbe pelargo. Il fatto che gli antichi elleni chiamassero i pelasgi pelarg non fa altro che confermare la nostra teoria.

P.S. In questo blog è stata precedentemente discussa la questione relativa all’etimologia della parola pelasgo, partendo da un brano dello studioso Robert d’Angely

Brano liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola

domenica 13 settembre 2009

La tomba Golini I

 

Nel 1865 in Umbria vengono ritrovate due tombe etrusche affrescate, oggi note come tombe Golini, dal nome del loro scopritore.

Nel 1951 gli affreschi, gravemente danneggiati, sono stati esposti nel museo archeologico di Firenze. Nei magazzini di questo museo si trovano le copie in scala reale.

Questa tomba ha forma quasi quadrata (5,35 x 5,20m). Secondo gli studiosi italiani gli affreschi che si trovano dentro la tomba Golini I raffigurano un banchetto funebre allestito nell’oltretomba in onore di un nuovo arrivato.

I dipinti si dividono in tre parti: 1. la preparazione del banchetto, dove sembra che i lavori siano fatti dagli schiavi; 2. i personaggi per i quali il banchetto è stato allestito; 3. l’arrivo del nuovo abitante della tomba.

Vicino ad ogni personaggio ci sono due parole scritte in nero. L’etruscologo Paolino sostiene che “queste scritte indicano perlopiù le funzioni degli schiavi piuttosto che i loro nomi propri”, però non è chiara la funzione esatta dello schiavo. La cosa più impressionante è la prima scena della prima parte, dove si sta preparando la carne per il banchetto.

Appesi ad un tronco ci sono un toro ammazzato, una capra, un coniglio e altro vario pollame. Vicino a loro si vede il macellaio con una mannaia nella mano alzata fin sopra la testa, che sta per colpire il tagliere nel quale si trova la carne. In alto, nell’immagine, si legge THAR..:KAO.

 

THAR KAON

THAR KAON 

In tutte e due le parole manca qualche lettera (per esempio, poteva essere THARNA KAON), ma anche se non si aggiungesse alcuna lettera, si potrebbe tranquillamente leggere: THER KAUN. La cosa curiosa è che in lingua albanese questa frase vuol dire ammazzare il toro, ther = ammazzare, sgozzare , kau-n = toro.

Accanto all’immagine del macellaio, si trova la figura di una donna che sembra uscire dal posto in cui si sta preparando la carne per il banchetto. Tiene nella mano sinistra un bicchiere pieno, invece nella mano destra tiene qualcos’altro. Vicino a questa donna troviamo scritto THARMA ML.RUNS. Nella seconda frase manca la terza lettera. Sembra che la donna nella mano sinistra, dentro il bicchiere, tenga il fomento (in albanese tharmin) per il banchetto. Nella mano destra invece si trova il segno del sacrificio fatto in onore degli dei, che potrebbe essere il fegato del toro ammazzato. Se l’ipotesi fosse giusta THARMA ML.RUNS potrebbe significare THARMA MBLEDHUN, che tradotto in italiano sarebbe raccogliere il fomento.

La sesta figura (se iniziamo il conteggio a partire dall’immagine del macellaio) è un uomo che sta macinando un malto particolare. L’uomo non macina colpendo il malto, ma sbriciolandolo con le mani. Vicino all’uomo troviamo questa iscrizione: PAZU MULUANE.

PAZU MULUANEPAZU MULUANE

Sembra che qui si ritrovi la forma pa zu bukën,(lievitare il pane,) pa zu kosin,(fermentare lo yogurt) , pa zu djathin (pastorizzare il formaggio). Se fosse stato scritto paza muluane si poteva tradurre macinare in silenzio, senza voce = pa za – senza voce, muluane(bluan) macinare.

Sulle mura della tomba si trovano altre iscrizioni difficili da tradurre, che però lasciano intuire che il banchetto disponga di tutto il necessario: gli invitati, i servitori, i musicanti, alcuni animali mitologici, un messaggero, il nuovo arrivato e anche alcuni esseri sconfitti dell’aldilà.

Uno si chiama KRANKRU e dà l’idea di un animale che rosicchia i crani, dall’albanese kran – cranio, e kru – aj rosicchiare. L’altro animale si chiama KURPU e potrebbe personificare il disgusto, lo schifo, dalla parola albanese kurpë – disgusto, schifo. Questi due animali sono sotto una specie di divano, sconfitti dagli abitanti della tomba.

Ognuno degli abitanti della tomba fa la sua preghiera. Si rivolgono all’Altissimo, larth (in albanese lart). Pregano di perdonarli felinies, felth (in albanese fal), perchè con tutta la parentela me fis (in albanese me fis-in) e i bambini, me fmi (in albanese me fëmi) piangono klan (in albanese qan), chiedendo intensamente perdono felusum (in albanese falje shumë).

La cerimonia della preghiera è eterna ed è la stessa per ognuno degli abitanti della tomba, indipendentemente da quando sono arrivati. Chi ha costruito la tomba comune, decide di dipingere un tema eterno per tutti coloro che saranno sepolti lì, invece di dipingere un nuovo tema ogni qual volta un nuovo abitante della tomba arriva.

Brano liberamente tratto dal libro Një shqiptar në botën e etruskëve dell’autore Ilir Mati

domenica 6 settembre 2009

Un popolo pelasgo–illirico: i troiani

 

La città di Troia ha un nome che si lega direttamente alla lingua albanese e per dimostrarlo non è necessario modificare alcuna lettera. Trojë significa terreno dal quale si erigono case e costruzioni di ogni tipo. In Albania questa parola si usa anche oggi. Chi vuole costruire ha bisogno di troje per farlo.

Un altro fatto interessane è che il simbolo dei troiani era l’aquila che è stato simbolo di Alessandro il Grande, Pirro di Epiro e Scanderbeg (l’eroe nazionale albanese). A questo punto è d’obbligo osservare che il simbolo che si ritrova oggi sulla bandiera albanese è proprio l’aquila e gli albanesi sono noti come figli dell’aquila (shqiptar).

Un ultimo aspetto degno di nota che dimostrerebbe l’etnicità pelasgo–illirica dei troiani e dei loro alleati durante la guerra di Troia si trova nell’Iliade. Omero ci fornisce i nomi dei posti, delle persone e degli dei. Questi nomi si spiegano perfettamente riferendosi all’odierna lingua albanese:

Festi, era un guerriero che veniva dalla Lidia. In albanese fest significa festa.

Arna Menest, guerriero della Beozia, si chiamava così perché combatteva con armi vecchie. In albanese arna significa cosa vecchia, rattoppata.

Alkatos, nome troiano usato anche nell’ antico Epiro. In Albania è tutt’oggi in uso come nome proprio.

Kliti, nome troiano. Si usava anche in Illiria e Macedonia. Era il nome di un re illirico che combatté contro Alessandro il Grande. Nome proprio in uso tutt’oggi in Albania.

Perifati, in lingua albanese sarebbe perri – fati che significa buona fortuna. Oggi in alcune zone dell’Albania non si dice “buona fortuna” ma “bella fortuna” (bukur mirë). Perri in albanese significa stupenda, la più bella.

Aise, dio che sorveglia le azioni degli uomini durante la giornata. In lingua albanese sarebbe Ai-se, cioè Ai-she (lui guarda), cioè osserva cosa fanno gli uomini durante la giornata.

Aretyre, in albanese è aretyre o meglio ancora arë-tyre, in italiano si traduce con la loro terra (da coltivare).

Erinjet, dio che protegge la vita ed è al suo servizio. In lingua albanese è e-rin-jetë che significa colui che rigenera la vita.

Hypokanti, nella lingua albanese è hy-po-kan-ti cioè bello come un dio.

Hypodon è un nome troiano che in albanese è hy-po-don che significa essere come un dio.

Jadet era il nome della dea della pioggia. In albanese è ja-det il suo significato italiano è pieno di acqua come il mare.

Menti, in albanese mendi oppure menti, significa persona intelligente, piena di cervello. Nella città di Troia un altro nome molto usato che deriva dalla stesse radice è Mentore.

Come abbiamo visto, questi nomi, assieme ad altri che si trovano nell’Iliade, si spiegano molto facilmente tramite la lingua albanese. Di conseguenza se ne può facilmente dedurre che la popolazione che abitava l’Asia Minore avesse la stessa origine degli abitanti dell’Illiria e quindi, da ciò ne deriverebbe che, la popolazione troiana potrebbe essere illirica.

Brano liberamente tratto dal libro Albanët, pellazgo-iliro-shqiptarët me famë botërore dell’autrice Elena Kocaqi

domenica 30 agosto 2009

Due nomi di piante che ci legano agli Albanesi

Pubblico con particolare piacere un articolo scritto dal professore Areddu proprio per questo blog. Colgo l’occasione per rinnovargli i miei complimenti per il suo attento e meticoloso lavoro di diffusione di una prospettiva etimologica diversa, che tenta di spiegare termini di dubbia provenienza riconducendoli in qualche modo alla lingua albanese.

 

Due nomi di piante che ci legano agli Albanesi

Di Alberto Areddu

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E’ dal mondo agricolo e della terminologia delle piante che vengono le maggiori sorprese riguardo la verosimile origine illirica della civilizzazione in Sardegna; cosa in sé ovvia giacché l’isola pur avendo subito una notevole afflusso di termini latini nel campo agricolo, ha comunque lasciato sopravvivere altri termini, qui e là, che coll’ impianto grammaticale del latino non si spiegano affatto. I registri lessicali e le raccolte fitonomastiche ci consegnano due nomi di pianta per i quali si è sospettata fin dai tempi del Wagner una loro sostraticità. Il riparlarne qui mi dà modo di ritrattare la questione della loro etimologia, da altri e da me proposta nel saggio. Le piante sono il rethi/retti/rettiu  'cirro, viticcio' (clematis vitalba) e il carcuri/craccuri/curcuri/curcuriu 'giunco, saracchio' (ampelodesma mauritanica) (utilizzate entrambi perlopiù per fare legacci e corde).

Secondo lo studioso Paulis che agli inizi degli anni '9o ha predisposto un vocabolario etimologico per i molteplici nomi di pianta della Sardegna, in un caso si tratterebbe di una retroformazione (cioè una forma abbreviata) del lat. RETIOLUm 'piccola rete', nel secondo caso del verbo latino CALCARE 'premere, calcare', intervenuto non si sa bene e in quale maniera su una qualche forma prelatina. Come abbiamo detto entrambe le piante (stelo e rami) servono ad avvolgere, legare, circondare oggetti di uso comune: basi di sedie, scarpe, baracche e come dicemmo in un altro studio, quello sulla serpe d'acqua, l'albanese conosce un suffisso -çi/-thi col quale si demarca il diminutivo maschile. Tale suffisso ha una peculiare presenza sopratutto nelle comunità italo-albanesi, che sono perlopiù d'origine tosca e che hanno preservato un certo tratto arcaico dell'albanese medievale. Orbene io trovo nel vocabolario del Giordano le forme rripthi e rrypthi 'cirro, viticcio' che derivano dal sostantivo rip 'laccio', e questo dal verbo rrjep 'strappare'. Questo verbo viene fatto derivare (cito per tutti Orel) da un protoalbanese *repa, connesso alla radice ie. *rep- 'strappare', tra i cui derivati si annoverano il greco ereptomai 'strappo', il latino rapere 'rapire', il lit. ap-repti 'fassen, ergreifen, begreifen'. E' ben evidente che la forma sarda deriva da un illirico *rep-thi 'il piccolo strappo, il piccolo laccio > il cirro, il viticcio', nel quale il nesso -pt- nel passaggio al latino di Sardegna si è naturalmente assimilato  in -tt- (sette < SEPTEm; rettulia < REPTILEm), con preservazione della forma interdentale -th- nelle aree centrali (come barbaricino thiu 'zio' a petto del logudorese tiu, dal greco-latino THIUm), e assimilazione -tt- nell'area logudorese. Questa ipotesi, di una provenienza da un illirico *repthi 'il cirro' mi pare più soddisfacente di quella velocemente affacciata nel mio saggio di un influsso del sostantivo rethi 'cerchio' su rrip-thi.

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E ora veniamo al secondo fitonimo: carcuri e varianti, per il quale mi sono espresso  per una connessione coll'albanese kërcuri (leggi: kertzuri]) 'ceppo', che pone in realtà grossi problemi fonetici e semantici. Vedo invece ora che nel sostantivo qark (leggi:[kjark]) 'cerchio' potrebbe trovarsi una soluzione. Tale voce viene però ricollegata dai vari studiosi al latino CIRCUm come prestito, anche se riconosce l'Orel la fonetica fa difetto (da CIRCUm otterremmo: *kirke, o *kjërke). In effetti è probabile che sia voce indigena in relazione con il greco arkus 'arco, cerchio' di variegata interpretazione (il Pokorny lo colloca sotto due basi diverse: *ar-  e *arqu), con in aggiunta il ben noto prefissuale - 'questo, ciò' dell'albanese, altamente produttivo nella formazione di elementi lessicali e aggettivi (rimando a Camaj anche per la  palatalizzazione di K- iniziale col suo esempio di kem, qem 'incenso' da un *ke anem; ma si potrebbe ipotizzare anche una metatesi di -i- in prima sillaba da un *karki-os, con successiva palatalizzazione; o ancora: visto che il nome del popolo illirico dei Japidi si presenta colla forma alternativa Apudi/Apuli, si può pensare a una tendenza già antica, come nelle lingue slave, di palatalizzazione della vocale iniziale, per cui potremmo sospettare un *kë jarkos originario). Il tutto deve avere quindi indicato in origine "questo cerchio, tale arco". Possiamo dire che in questo caso è la forma sarda carcuri (leggi: [karkuri]), con la sua -a- iniziale, che dà sostanza e giustificazione all'indigenato dell'albanese qark, mentre l'uscita in -uri del sardo, che non è affatto latina, trova invece risposta nell'illirico e nell'albanese, dove ha verosimilmente avuto valore aggettivale per cui "il cerchiante, quello del cerchio, quello che cerchia, quello che gira a cerchio" è divenuto professionalmente nel gergo dei contadini, il nostro saracchio.

Possiamo aggiungere in conclusione un'altra osservazione: diversi nomi di piante sarde terminanti in -i, presentano anche delle forme con -u aggiunta: così abbiamo eni/eniu; retti/rettiu; carcuri/curcuriu. Secondo me è lo stesso fenomeno che distingue in albanese njerì e njeri-u, e di cui ho parlato nel saggio.

 
 
 

Areddu A.G., Le origini albanesi della civiltà in Sardegna, Napoli 2007

Camaj M., Albanische Wortbildung, Wiesbaden 1964

Giordano E., Fjalor e arbëreshvet t'Italise, Bari 1965

Landi A., Gli elementi latini nella lingua albanese, Napoli 1989

Orel V., Albanian etymological dictionary, Leiden-Boston-Köln, 1998

Paulis G., I nomi popolari delle piante in Sardegna, Sassari 1992

Pokorny J., Indogermanisches etymologisches Wörterbuch, Heidelberg 1959

Wagner M.L., Dizionario etimologico sardo, iii volumi 1960-62


domenica 23 agosto 2009

L’etimologia del nome della dea Atena

 

L’etimologia del nome della dea Atena è rimasta a lungo ignota. Max Müller, lo studioso che sostiene che imitrel61p pelasgi non sono mai esistiti, ritiene che ΑΘΙΝΑ (Athina) sia una parola greca, un’evoluzione dal sanscrito ahâna che vuol dire folgorante, che brucia. Tuttavia Müller non fornisce alcuna spiegazione che possa giustificare la relazione tra le parole ΑΘΙΝΑ e ahâna.
Secondo lo studioso Schwartz, Atena è la dea del fulmine e anche questa spiegazione si collegherebbe al sanscrito.

Secondo altri studiosi invece la parola Atena deriva dalla radice αιθ (aith). Dalla stessa deriverebbe anche la parola αιθηρ (aithēr) = etere, o meglio ancora della radice αθ (ath) dalla quale derivano le parole ανθος (anthos) oppure αθηρ (athēr) = fiore.

Tuttavia ci sono altri linguisti che sostengono che Aθηναια (athēnaia) oppure Aθηναιη (athēnaiē) sia un nome e non un appellativo di Παλλας (pallas), pertanto traducono la frase di Omero Παλλας Αθηναι (pallas athēnai) con Pallas Athinase.

Immaginiamo per un attimo che questa teoria sia sbagliata. Intanto iniziamo con l’osservare come queste spiegazioni tocchino solo da lontano la parola Atene e non diano alcuna spiegazione etimologica approfondita del termine in questione. Proviamo a riferirci alla solita lingua pelasgo-albanese per capire se riusciamo a ottenere spiegazioni etimologiche più convincenti.

In albanese Atena è E THËNA cioè colei che è destinata a nascere. Solo dopo questa parola è diventata ATHËNA, ΑΘANA, ATENE, ecc.

Partendo da questa definizione proviamo a individuare l’origine, abbandonando tutte le altre spiegazioni.

Iniziamo dalla leggenda sulla nascita della dea. Zeus ingoiò la sua prima moglie, Metide, appena rimase incinta, perché Urano e Gea gli dissero che se fosse nato un maschio questo avrebbe detronizzato il padre. Quando arrivò il momento della nascita del figlio che Mentide avrebbe dovuto partorire, Zeus sentì un dolore insopportabile alla testa dalla quale Prometeo (secondo altre versioni Efesto, Ermete o Palemone) estrasse la dea Atena che uscì fuori già adulta e armata, lanciando grida di gioia. Ecco perché la dea è nota per essere nata dalla testa di Zeus.

Omero nel suo inno ad Atene descrive con maestria la nascita della dea e l’impressione che costei fece agli dei immortali dell’Olimpo. Sul testo greco originale ci si imbatte spesso in un appellativo riferito ad Atene: τριτογενης (tritogenēs). Per spiegare questa parola gli studiosi hanno concentrato la loro attenzione sulla prima parte dell’appellativo cioè τριτο (trito). Eppure nessuno è riuscito a trovare una spiegazione convincente che chiarisse una volta e per tutte l’appellativo in questione.
Il dizionario di M. A. Bailly lo spiega scrivendo “nata dal mare” oppure, secondo gli antichi scrittori, “nata vicino al lago”. Questa spiegazione deriva dall’errato mito secondo il quale Atena era nata nei pressi del lago Tritone che si trova in Africa. Però gli scrittori del tempo che Bailly tira in ballo non commettevano lo stesso errore di analisi della parola che fa lo studioso francese in quanto conoscitori della lingua pelasgica, dunque sapevano che la parola composta τριτογενεια (tritogeneia) si traduce come nata dal cervello. La prima parte di questa parola cioè τριτο (trito) deriva dalla parola albanese trutë o truri che in italiano è cervello. Questa spiegazione dell’appellativo τριτογενεια (tritogeneia) si collega alla leggenda della nascita della dea Atene dal cervello di Zeus.

Per quando riguarda l’altro epiteto riferito alla dea: Παλλας Αθηνά (Pallas Athina), anche questo si spiega altrettanto bene ricorrendo alla lingua albanese. Παλλας (Pallas) in albanese è “pall – ës” - chi inventa usando l’immaginazione, chi ha idee. Questa parola deriva dal verbo pall concepire. Ancora oggi nella lingua odierna albanese si usa la frase të palli tani? = e kuptove? të ra ndërmend tani? – lo hai capito ora? ti sei ricordato?. Questo è uno degli appellativi che calza meglio alla dea. Louis Benloew conferma la nostra spiegazione etimologica dell’appellativo Παλλας (Pallas) quando nel suo libro La Grèce avant les Grecs (Parigi 1877, pp 177-78) scrive:

“[…] i greci hanno intrecciato delle caratteristiche e delle tradizioni così diverse per la dea Atena, che alla fine hanno ottenuto per lei le migliori qualità che sono la fermezza, il coraggio, la capacità inventiva e produttiva, delle quali Atena è diventato il simbolo […]”

Brano liberamente tratto dal libro Enigma di Robert d’Angely

domenica 16 agosto 2009

L’origine delle parole: un interessante confronto

Se solo guardassimo una piccola lista di parole albanesi, confrontandole alle parole del greco antico e moderno, capiremmo subito che la lingua albanese è direttamente riconducibile al greco omerico. Non avverrebbe lo stesso se confrontassimo la lingua greca antica con quella moderna. Per quanto possa sembrare strano, le cose stanno proprio così.

Tra le parole albanesi che si trovano elencate nella lista che segue non ci sono solo parole rappresentative della lingua letteraria, ma anche espressioni dialettali arbëresh.

Nel leggere l’elenco bisogna tenere presente che in greco manca la y sostituita dalla i, mentre il suono sh è stato sostituito dalla s. Inoltre è necessario ricordare che la d albanese in greco antico era dh.

ALBANESE

GRECO ANTICO (OMERICO)

NEO GRECO

ITALIANO

       

dor – ë, dor - a

ekedeka – dor - o

màti

mano

lesh

lasios

qheri

lana

mi, miu

mis

malå

topo

heq, (hekl = tërheq)

elko

pondåqi

levare

marr (mar)

mar - pto

perno

prendere

edhe, dhe

idhe, te

qe

e

arë, ara

arura

horàfi

terra (da lavorare)

punë (puna)

ponos

dhulià

lavorare

kalë, kali

kelis - tos

àlogo

cavallo

krye (krie)

kridhen

qefali

testa, capo

re, retë

rea (perëndia e reve)

sinefo

nuvole

vesh, vishem

ves – this - vesnimi

forào

vestire

lepur

leporis

lagæs

lepre

qen, qeni

qion

sqilos

cane

rronjë (rroj, jetoj)

ronio, ronimi

zo, akmazo

vivere

ruaj, rojtar

rio, ritor

filàso

guardiano

iki, ike

iko

fevgo

andare

lig

lig – ios, lig - æs

adhinatos

cattivo

ethe (kam ethe)

ethir, ethæ

piretos

febbre

rrah

rahso, raso

piretos

terra

ne (neve)

noi

emis

noi

rri (qëndroj)

e – ri - dhome

kathome

restare

vend (ved)

ved – os, vedh - os

edhafos, topos

posto

mend, mendoj

mendohem

medhome

pensare

errët (errësirë)

ere - vos

sokotos

scuro

thërres (thrres, thrras)

threo, throos

fonazo

chiamare

para (përpara)

paros

mbrostà

avanti

për ty

par ti

ja sena

per te

ai që nëm

neme – sis, neme - sao

katara

colui che maledice

van (shkuan)

van

pigan

andato

hedh

heo

rihno, tinazo, sio

tiro

dhe, dheu (tokë)

jea, dhor, dha

ji

terra

nuk

ni uk

dhen

non

udhë, udha

udhos

dhromos

strada

verë (stina e verës)

vear

kaloqeri

estate

shkop

skipon, skiptro

ravdhi

legno

torrë

tornoo

jiro

torre

korr

kiro

thiro

raccolta

mëri (mëni, dialekti verior)

minis

thimos

essere litigato

marrë (i marrë)

margos

trelæs

pazzo

nisem

nisome

kseqinæ

partire

flas

flio, fliaræ

milao, omilæ

parlare

lehem (lind)

leho, lohia

jenieme

partorire

fryma (frima, dialekt i jugut)

frimao

fisima

alito

shkel

skel - os

patao

calpesto

deti

theti - s

thalasa

mare

krua, kroi

krunos

vrisi

fonte

dru

dris, drimos, driti

ksilo

legno

lutem

litome

parakalæ

pregare

nuse

nisos, nios

nifi

nuora

ter (thaj)

ter - so

stegnæno

asciugare

dera

thira

porta

porta

kall (djeg)

kileo

qeo

bruciare

zien

zei

vrazi

bolle

mjet

mitos

nima hondræ

mezzo

tata, ati, i jati

tata, ata, jetas

pateras

padre

Le parole prese in analisi nella lista si possono ritrovare nell’Illiade (A 35, 105,189,115, 570) e nell’Odissea (A 409, E152, 457, ecc.)

Brano liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola